Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11936 del 30/05/2011

Cassazione civile sez. trib., 30/05/2011, (ud. 04/05/2011, dep. 30/05/2011), n.11936

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUPI Fernando – Presidente –

Dott. PERSICO Mariaida – Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

Dott. DI BLASI Antonino – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato,

nei cui uffici, in Roma, Via dei Portoghesi, 12 è domiciliata;

– ricorrente –

contro

G.L., residente a (OMISSIS), rappresentato e difeso,

giusta delega in calce al controricorso, dall’Avv. ANTONINI Alfredo,

elettivamente domiciliato in Roma, Via Prisciano, 42 presso lo studio

dell’Avv. Enzo Fogliari;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 29/06/2009 della Commissione Tributaria

Regionale di Trieste – Sezione n. 06, in data 28/01/2009, depositata

il 10 marzo 2009.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

04 maggio 2011 dal Relatore Dott. Antonino Di Blasi;

Presente il P.M., Dr. FUCCI Costantino.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Nel ricorso iscritto a R.G. n. 14987/2009, è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:

“1 – E’ chiesta la cassazione della sentenza n. 29/06/2009 pronunziata dalla C.T.R. di Trieste, Sezione n. 06, il 28.01.2009 e DEPOSITATA il 10 marzo 2009.

Con tale decisione, la C.T.R. ha accolto l’appello del contribuente, riconoscendo il diritto al rimborso dell’IRAP. 2 – Il ricorso di che trattasi, che riguarda impugnazione di cartella di pagamento relativa ad IRAP dell’anno 2000, è affidato a tre mezzi, con cui si deduce, violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c. e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 cod. civ., nonchè insufficiente motivazione su fatto controverso e decisivo.

3 – L’intimato, giusto controricorso, ha chiesto il rigetto dell’impugnazione.

4 – Il primo mezzo va esaminato tenendo conto del principio secondo cui “Il requisito della specificità dei motivi d’appello, fissato a pena d’inammissibilità dall’art. 342 cod. proc. civ., esige la formulazione di censure che siano attinenti alla “ratio” della sentenza impugnata e contengano notazioni in fatto e in diritto potenzialmente in grado di infirmarla, senza che si richieda lo specifico richiamo delle norme applicabili (spettando al giudice d’individuarle), e senza che rilevi, al fine dell’ammissibilità dell’appello, l’indagine in ordine alla dimostrazione, alla consistenza e alla decisività delle allegazioni dell’appellante, trattandosi di questioni influenti in sede di esame del fondamento del gravame” n. 24834/2005 n. 5493/2001).

Dall’impugnata sentenza pag. 2 rigo 4 e seguenti si evince che le censure avverso la decisione di prime cure, – che aveva respinto la domanda di rimborso, ritenendo sussistente il presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione, risultano specifiche e che l’argomentazione, ivi svolta, aggrediva puntualmente la ratio propria della decisione, deducendo l’inesistenza del presupposto, “stante l’assenza di dipendenti e collaboratori, come pure di capitali di terzi”.

5 – Le censure formulate con gli altri due mezzi, che avuto riguardo alla connessione si trattano congiuntamente, vanno risolte, per un verso, richiamando il principio secondo cui la norma del combinato disposto del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 2, primo periodo, e art. 3, comma 1, lett. c), l’esercizio delle attività di lavoro autonomo è escluso dall’applicazione dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) solo qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata; il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui; costituisce onere del contribuente che chieda il rimborso dell’imposta asseritamente non dovuta dare la prova dell’assenza delle condizioni sopraelencate” (Cass. n. 3680/2007, 3678/2007, n. 3676/2007, n. 3672/2007) e, d’altra parte, tenendo conto del consolidato orientamento secondo cui il ricorrente per cassazione “deve rappresentare i fatti, sostanziali e processuali, in modo da far intendere il significato e la portata delle critiche rivolte alla sentenza senza dover ricorrere al contenuto di altri atti del processo” (Cass. n. 15672/05; 19756/05, n. 20454/2005, SS.UU. 1513/1998) e, quindi, deve indicare specificamente le circostanze di fatto che potevano condurre, se adeguatamente considerate, ad una diversa decisione, nonchè i vizi logici e giuridici della motivazione (Cass. n. 11462/2004, n. 2090/2004, n. 1170/2004, n. 842/2002).

5 bis – Nel caso, le censure non risultano formulate in coerenza a detti principi, perchè, mentre i giudici di merito hanno accolto la domanda di rimborso, per avere ritenuto che dagli atti di causa emergeva che l’attività del contribuente risultava essere stata svolta, “in assenza di una autonoma organizzazione”, l’Agenzia non indica idonei e concreti elementi, che ove presi in considerazione avrebbero potuto indurre a decisione di segno opposto, e le doglianze appaiono sottese ad ottenere una opposta lettura di atti e documenti presi in esame dai giudici di merito e valutati diversamente, risolvendosi in censure di mere insufficienze argomentative.

6 – Si ritiene, dunque, sussistano i presupposti per la trattazione del ricorso in Camera di Consiglio e la definizione, ex artt. 375 e 380 bis c.p.c., proponendosi il rigetto del ricorso per manifesta infondatezza.

Il Relatore Cons. Dott. Antonino Di Blasi”.

La Corte:

Vista la relazione, il ricorso, il controricorso, la memoria 26.04.2011 e gli altri atti di causa;

Considerato che in esito alla trattazione del ricorso, il Collegio, condividendo i motivi esposti nella relazione, ritiene di dover rigettare l’impugnazione, per manifesta infondatezza;

Considerato che le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate in complessivi Euro millecento, di cui Euro mille per onorario ed Euro cento per spese vive, oltre spese generali ed accessori di legge;

Visti gli artt. 375 e 380 bis c.p.c..

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna l’Agenzia Entrate al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio, in complessivi Euro millecento, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 4 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2011

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