Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11935 del 17/05/2010

Cassazione civile sez. III, 17/05/2010, (ud. 02/02/2010, dep. 17/05/2010), n.11935

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. PETTI Giovanni Battista – rel. Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

P.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliato

in ROMA, VIA COLA DI RIENZO 28, presso lo studio dell’avvocato

BOLOGNESI RICCARDO, rappresentato e difeso dall’avvocato SCOCA FRANCO

GAETANO giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

E.N.P.A.F. – ENTE NAZIONALE DI PREVIDENZA E DI ASSISTENZA FARMACISTI

– FONDAZIONE DI DIRITTO PRIVATO (OMISSIS) in persona del

Presidente e legale rappresentante pro tempore Dott. C.E.,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G. PISANELLI 2, presso lo

studio dell’avvocato LEOPARDI PAOLO, che lo rappresenta e difende

giusta delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2507/2005 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

SEZIONE QUARTA CIVILE, emessa il 31/5/2005, depositata il 13/07/2005,

R.G.N. 2325/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

02/02/2010 dal Consigliere Dott. PETTI GIOVANNI BATTISTA;

udito l’Avvocato ANTONIO D’ALESSIO per delega dell’Avvocato SCOCA

FRANCO GAETANO;

udito l’Avvocato PAOLO LEOPARDI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo che ha concluso per il rigetto.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con atto di intimazione di sfratto per finita locazione,- notificato il 28 marzo 2001, l’Enpaf Fondazione di diritto privato, conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma il conduttore P.A., per la convalida dello sfratto relativo all’appartamento sito in (OMISSIS), per la scadenza del 31 luglio 2001, avendo dato disdetta tempestiva.

L’intimato si costituiva eccependo la inaccoglibilita’ della domanda in relazione al regime speciale per la dismissione del patrimonio degli enti previdenziali (con specifico riferimento al D.Lgs. n. 104 del 1996, art. 6 e successive integrazioni). La fase sommaria si chiudeva con la emissione di ordinanza di rilascio ed il giudizio proseguiva ai sensi dell’art. 667 c.p.c..

In sede di integrazione degli atti l’ente intimante insisteva nelle sue richieste di rilascio per la fine del rapporto di locazione, sostenendo l’inapplicabilita’ della normativa invocata dal conduttore intimato, in ragione del mutamento della natura giuridica dell’ente e della disciplina generale della locazione abitativa.

Il conduttore contestava tale assunto e chiedeva il rigetto della domanda ed in via riconvenzionale l’accertamento del diritto del conduttore di acquistare l’immobile condotte in locazione e in via subordinata la determinazione del canone ai sensi del D.M. 5 marzo 1999, art. 1.

2. Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 22362 del 2003, pubblicata il 22 luglio 2003, accoglieva la domanda di finita locazione, dichiarando cessato il rapporto alla data del 31 luglio 2001, confermava l’ordinanza di rilascio e fissava la data per la esecuzione. Dichiarava inammissibile la riconvenzionale proposta dall’intimato nelle memorie depositate ai sensi dell’art. 426 c.p.c. e rigettava la domanda diretta alla rinnovazione del contratto ai sensi del D.Lgs n. 104 del 1996, art. 6, comma 6.

3. La decisione era appellata dal conduttore che proponeva istanza di sospensione, accordata dalla Corte di appello. Resisteva l’ente e chiedeva la conferma della decisione.

4. La Corte di appello di Roma, con sentenza 2507 del 2005, pubblicata in data 3 luglio 2005 e notificata al conduttore nel domicilio eletto in data 14 settembre 2005, rigettava l’appello e condannava l’appellante alla rifusione delle spese del grado.

5. Contro la decisione ha proposto ricorso il P., con ricorso notificato all’Enpaf in data 15 novembre 2005, oltre il termine breve previsto dall’art. 325 c.p.c. (termine utile novembre 2005, lunedi’, giorno non festivo) deducendo tre motivi di ricorso e questione di costituzionalita’. Resiste con controricorso l’Eripaf ed eccepisce la inammissiblita’ del ricorso per tardivita’.

Le parti hanno prodotto memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

In via preliminare deve essere rilevata la infondatezza della eccezione di inammissibilita’ del ricorso per la tardivita’ della notifica. Ed in vero risulta per tabulas che il ricorso e’ stato inoltrato all’ufficio notifiche il 14 novembre 2005 in relazione a sentenza notificata in data 16 settembre 2005.

Tanto premesso, il ricorso risulta non meritevole di accoglimento, per le seguenti considerazioni.

Per chiarezza espositiva i tre motivi di ricorso possono cosi’ riassumersi:

NEL PRIMO MOTIVO si deduce error IN IUDICANDO per violazione e falsa applicazione della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 27 del D.Lgs. n. 104 del 1996, della L. n. 662 del 1996, art. 2, comma 109 e dell’art. 11 disp. gen.. (ff. 2 a 10 del ricorso per il contesto argomentativo).

La tesi, chiaramente enunciata a ff. 10 del ricorso si svolge attraverso i seguenti punti interpretativi:

1. l’Enpaf non aveva, sulla base delle norme di legge richiamate, che regolavano la dismissione del proprio patrimonio disponibile, per gli immobili di uso residenziale, alcuna discrezionalita’ nella scelta degli immobili da vendere e soprattutto se venderli. Tutti gli immobili dovevano essere venduti, eccetto quelli indicati nel D.Lgs. n. 104 del 1996, art. 1.

2. Enpaf, ente pubblico, aveva inizialmente l’obbligo di alienare indistintamente detti beni nei confronti del conduttori degli immobili.

3. L’inserimento del bene nel piano era stato previsto al fine di dilazionare le vendite nel tempo, ed a seguito di detto inserimento l’obbligo di alienare si trasformava in una PROPOSTA IRREVOCABILE, nel senso che l’immobile era vincolato verso il soggetto cui era riconosciuto il diritto alla acquisizione in proprieta’.

4. L’obbligo legale comporta la insorgenza di un rapporto giuridico tanto che nel caso di rifiuto trova applicazione la disciplina di cui agli artt. 1218 e 2932 c.c..

NEL SECONDO MOTIVO si deduce ancora error in iudicando e vizio della motivazione per violazione del D.Lgs. n. 509 del 1994, artt. 1 e 31 e della L. n. 410 del 2001.

La tesi, che si conforma alla giurisprudenza del Consiglio di Stato (sentenza del 8 giugno 2003 n. 3268) che le norme in questione si applicano anche all’Enpaf fondazione di diritto privato, sul rilievo che in vincolo di dismissione grava direttamente sul bene (come vincolo di destinazione che ne delimita l’autonomia negoziale) a prescindere dalla sopravvenuta privatizzazione degli enti interessati. (ff 11 a 16 del ricorso).

Nel TERZO MOTIVO si deduce ERROR in iudicando per violazione e falsa applicazione della L. 23 agosto nel 2004, n. 243, art. 1, comma 38 che reca la interpretazione autentica del D.Lgs. 16 febbraio 1996, n. 104, art. 1, comma 1.

La tesi e’ che la norma in questione non e’ affatto una norma interpretativa e neppure di interpretazione autentica in quanto: (ff 18 e 19 del ricorso):

a. integra il precetto che interpreta, innovandone il contenuto;

b. non ha la funzione di risolvere un contrasto interpretativo e giurisprudenziale in atto;

c. la norma interpretata crea un privilegio ad personam per la sola Fondazione Enpaf, escludendola, con effetto retroattivo dall’ambito applicativo della normativa del 1996;

d. la novella interpretativa crea una antinomia tra leggi, che il giudice delle leggi ha stigmatizzato (e si citano tre arresti della Corte Costituzionale :n. 187 del 1981, n. 454 del 1992 n. 6 del 1994).

Nel corpo di motivo si solleva questione di costituzionalita’, sostanzialmente nei termini gia’ sollevati dal Tribunale di Roma e poi oggetto di esame da parte della Corte Costituzionale con ordinanza n. 242 del 2006 e da parte delle Sezioni Unite civili, con la sentenza n. 20322 del 2006, evidentemente incognite al tempo del ricorso e della stessa sentenza della Corte di appello deliberata il 31 maggio 2005).

I tre esposti motivi, formulati come errores in iudicando, risultano in parte privi del principio di autosufficienza in ordine al tema decidendi ed alla fattispecie da sussumere sotto le norme che si assumono violate (Cfr. Cass. 8 novembre 2005 n. 21659 e 2 agosto 2005 n. 16132, Cass. 3 dicembre 2004 n. 22775 tra le significative) e in parte non tengono conto della delimitazione del tema del decidere, in presenza del giudicato interno.

Il Tribunale di Roma, nella sentenza n. 22362 del 2003, ha invero accolto il ricorso dell’Enpaf fondazione, dichiarando cessato il contratto di locazione abitativa alla data del 31 luglio 2001, con condanna del conduttore al rilascio dell’immobile, fissando per la esecuzione la data del 30 aprile 2004. Ha dichiarato l’inammissibilita’ della domanda riconvenzionale del conduttore resistente avanzata nel corso del giudizio con la memoria integrativa ed avente ad oggetto la cessione ex lege dell’immobile locato, ed ha rigettato la domanda diretta alla rinnovazione dell’immobile sul rilievo che lo stesso non era stato inserito nel piano di dismissione ne’ era stato venduto a terzi.

Queste due statuizioni (sulla riconvenzionale e sulla non dovuta rinnovazione della locazione) non sono state oggetto di appello, mentre ora (nel ricorso per Cassazione) vengono riprese come oggetto di tutti e tre i motivi del ricorso, che invece resta delimitato dalla pronuncia della Corte di appello che ha confermato la decisione di merito in ordine alla sorte del rapporto locatizio.

Il ricorso non chiarisce (onde risulta privo di specificita’) se i tre errores in iudicando attengano alla statuizione di risoluzione del rapporto, costituendo un fatto giuridico impeditivo, per essere il conduttore in una posizione soggettiva protetta, in relazione ad un rapporto sorto quando l’ente era pubblico, e non venuto meno per effetto delle ulteriori sopravvenienze legislative.

La tesi del ricorrente (enunciata nel primo motivo a f. 10 in punti 1 a 4, pur sostenibile alla luce della giurisprudenza del Consiglio di Stato e del successivo arresto delle Sezioni Unite del 2006 e hanno riconosciuto al giudice amministrativo la giurisdizione sugli atti ministeriali in materia di dismissione), non definisce tuttavia chiaramente la fattispecie relativa al rapporto giuridico di protezione, in ordine al quale, sin dall’inizio il conduttore disponeva di una posizione giuridica qualificabile in termini di opzione legale, avendo la potesta’ soggettiva di manifestare una volonta’ di acquisto ma con un atto formale scritto e con i requisiti di contenuto previsti dalla legge, sia in relazione al tempo in cui l’Enpaf era ancora ente pubblico vincolato alla dismissione dei beni immobili disponibili e per uso residenziale, sia in relazione al tempo successivo alla privatizzazione quando la volonta’ di acquisto doveva essere esercitata entro il termine perentorio del 31 ottobre 2001 (ai sensi della L. n. 410 del 2001, art. 20, comma 3 e successive modifiche che tuttavia non possono riguardare un rapporto giuridico sostanziale gia’ definito).

Sul punto la Corte di appello (ff. 9 a 10 della motivazione) con un accertamento fattuale che non viene in contestazione in questa sede, correttamente assume che il rapporto giuridico di “protezione” del conduttore, allorche’ vigeva il regime di diritto pubblico, avrebbe potuto condurre alla verifica del concretarsi del diritto di opzione contestuale ad una formale offerta di vendita, per poi aggiungere che tuttavia nessuna prova di fatti costitutivi dell’incontro dei consensi era avvenuta, non risultando data la prova ne’ dell’inserzione del bene nei programmi di dismissione ne’ di una formale offerta di vendita a tal fine avanzata. Tale ratio decidendi non risulta oggetto di specifica doglianza nei tre motivi di ricorso.

Le rilevate incompletezze delle censure esposte,sia per la definizione anche temporale della fattispecie di esercizio del diritto soggettivo di opzione, sia in ordine alla delimitazione del tema decidendi per effetto del giudicato interno, non possono condurre all’accoglimento del pur pregevole ricorso.

Sussistono giusti motivi, in relazione alla complessita’ del succedersi delle norme, al punto di richiedere una ulteriore novella interpretativa ad otto anni di distanza dalla prima riforma organica, per compensare tra le parti le spese di questo giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 2 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 17 maggio 2010

 

 

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