Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11934 del 19/06/2020

Cassazione civile sez. III, 19/06/2020, (ud. 28/02/2020, dep. 19/06/2020), n.11934

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 27888/19 proposto da:

M.A., elettivamente domiciliato a Milano, corso Buenos

Aires n. 52, presso l’avvocato Rosalia Bennato, che lo difende in

virtù di procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno;

– intimato –

avverso il decreto del Tribunale di Milano 22.8.2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28 febbraio 2020 dal Consigliere relatore Dott. Marco Rossetti.

Fatto

FATTI DI CAUSA

M.A., cittadino (OMISSIS), chiese alla competente commissione territoriale per il riconoscimento della protezione

internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato politico, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis);

a fondamento dell’istanza dedusse di aver lasciato il Bangladesh per sfuggire alle persecuzioni di cui era stato vittima da parte degli appartenenti al partito (OMISSIS), avverso al partito (OMISSIS), cui invece l’odierno ricorrente aderiva;

la Commissione Territoriale rigettò l’istanza;

avverso tale provvedimento M.A. propose, ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35 bis, ricorso dinanzi alla sezione specializzata, di cui al D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, art. 1, comma 1, del Tribunale di Milano, che la rigettò con Decreto 22 agosto 2019;

il Tribunale ritenne che il racconto del richiedente asilo era inattendibile in particolare nella parte in cui riferiva dell’appartenenza ad un partito politico; di conseguenza non poteva attribuirsi al richiedente lo status di rifugiato; che non vi era alcuna prova della sussistenza dei presupposti per la concessione della protezione sussidiaria, in quanto in Bangladesh non sussisteva una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato; che la protezione umanitaria non potesse essere concessa perchè non sussisteva alcuna situazione di vulnerabilità, nè in senso contrario poteva rilevare la circostanza che il richiedente asilo avesse trovato un lavoro in Italia;

tale decreto è stato impugnato per cassazione da M.A. con ricorso fondato su due motivi; il Ministero dell’Interno non si è difeso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione da parte del Tribunale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis; D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3,5 ed 8; D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5.

Lamenta che il Tribunale di Milano “non ha ritenuto necessario procedere a nuova audizione della parte richiedente, nonostante l’assenza di videoregistrazione del colloquio svoltosi dinanzi alla Commissione”.

1.1. Il motivo è infondato.

Al richiedente asilo che intenda dolersi del rigetto della propria domanda da parte della Commissione territoriale la legge accorda sul piano procedurale, per quanto qui rileva, due diritti: quello alla fissazione d’una udienza da parte del Tribunale, e quello di essere sentito.

Nessuno di questi due diritti è incondizionato e rimesso all’arbitrio o, peggio, al capriccio delle parti, ma è disciplinato dalla legge.

1.1.1. Per quanto attiene il diritto alla fissazione d’una udienza (che ovviamente non si sovrappone al, e non coincide col, diritto ad essere interrogato), il D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35 bis, comma 11, stabilisce che il Tribunale ha l’obbligo di fissare l’udienza o quando la videoregistrazione dell’interrogatorio reso dinanzi la commissione non sia disponibile (lett. (a)), oppure quando il ricorso si fonda su elementi di fatto non dedotti nel corso della procedura amministrativa di primo grado (lett. (c)).

Quando, invece, vi sia stata la videoregistrazione del colloquio dinanzi alla Commissione, ma il richiedente asilo chieda comunque (motivatamente) al Tribunale di fissare una udienza, la medesima norma dispone che il giudice ha l’obbligo di provvedervi solo se ritenga che la trattazione del procedimento in udienza sia essenziale ai fini della decisione.

1.4. Per quanto attiene, invece, il diritto ad essere ascoltato dal Giudice, questa Corte ha già ripetutamente affermato – sulla scorta della giurisprudenza comunitaria – che il Giudice non è tenuto a compiere o rinnovare l’audizione del richiedente asilo, quando ritenga che gli elementi già in suo possesso siano necessari e sufficienti per decidere la causa (Sez. 1, Sentenza n. 5973 del 28/02/2019, Rv. 652815-01; nello stesso senso, Sez. 6-1, Ordinanza n. 2817 del 31/01/2019, Rv. 652463-01; Sez. 1, Sentenza n. 17717 del 05/07/2018, Rv. 649521-05; Sez. 1, Ordinanza n. 3029 del 31/01/2019, Rv. 652410-01; Sez. 6-1, Ordinanza n. 3003 del 07/02/2018, Rv. 647297-01; tutte queste decisioni si fondano sull’analogo principio stabilito da Corte giust. UE, sez. II, 26.7.20017, in causa C-348/16, Moussa Sacko).

In tanto, dunque, il richiedente asilo può dolersi in questa sede d’un error in procedendo per il fatto di non essere stato ascoltato dal Tribunale, in quanto alleghi in iure che la causa non poteva essere decisa allo stato degli atti; e spieghi in facto il perchè non potesse essere decisa allo stato degli atti.

1.5. Questi essendo i principi stabiliti alla legge, rileva questa Corte che:

a) il diritto alla fissazione dell’udienza è stato garantito;

b) il diritto ad essere ascoltato nella specie non sussisteva, perchè il Tribunale ha correttamente ritenuto di potere decidere – e ha in effetti deciso – la causa allo stato degli atti. Il Tribunale infatti ha escluso la sussistenza dei presupposti legali, e non di quelli fattuali, del diritto di asilo. Ha ritenuto che la stessa narrazione dei fatti compiuta dal ricorrente (p. 6 del decreto) non evidenziava alcuna vicenda persecutoria, ed ha perciò adottato una decisione rebus sic stantibus, la quale non imponeva un nuovo interrogatorio dell’interessato.

Il motivo di ricorso va dunque dichiarato infondato perchè poggia sull’assunto dell’esistenza d’una norma giuridica (l’incondizionato diritto del richiedente asilo ad essere interrogato dal Tribunale) che, per quanto detto, non esiste.

2. Col secondo motivo il ricorrente lamenta sia il vizio di violazione di legge di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3 (prospetta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3 e 14, nonchè del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8); sia il vizio di nullità processuale di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4; sia il vizio di omesso esame di un fatto decisivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Il motivo, se pur formalmente unitario, contiene quattro censure così sintetizzabili:

a) il decreto è nullo perchè il Tribunale, nell’esporre i motivi per i quali ha ritenuto inattendibile il racconto del richiedente asilo, ha usato mere formule di stile;

b) ai fini della negazione del diritto alla protezione sussidiaria, il Tribunale ha fondato il proprio giudizio sulla insussistenza di un conflitto armato in Bangladesh “senza una considerazione completa delle prove disponibili, e senza aver utilizzato il proprio potere officioso di indagine”;

c) il Tribunale non ha compiuto alcuna istruttoria in merito alle condizioni di vita del ricorrente nel paese di transito;

d) il Tribunale avrebbe dovuto accordare all’odierno ricorrente la protezione umanitaria sia per la “grave situazione personale in cui si troverebbe” qualora venisse allontanato dall’Italia, sia perchè “da molto tempo ormai si è ben integrato nel tessuto sociale italiano”.

2.1. La censura (a) è manifestamente infondata: il Tribunale infatti ha motivato la propria decisione in termini chiari ed espliciti.

Ha rilevato uno iato tra i rischi per la propria incolumità paventati dal ricorrente e la relativa tranquillità della vita da lui trascorsa in Bangladesh; ha rilevato che la famiglia del ricorrente continuava a vivere nel villaggio di origine senza conseguenze, circostanza incongrua col timore di “ritorsioni per ragioni politiche” prospettato dal richiedente asilo; ha ritenuto che il ricorrente non ebbe mai alcun ruolo di spicco nel partito politico cui dichiarò di appartenere, con la conseguenza che, in caso di rientro in patria, era sommamente inverosimile il rischio di ritorsioni causate da quella appartenenza. Quella appena riassunta è una motivazione ben comprensibile, non intrinsecamente contraddittoria e niente affatto “di stile”.

Tanto basta per escludere qualsiasi ipotesi di nullità del decreto impugnato; lo stabilire poi se quella motivazione fosse coerente con le prove raccolte è questione, come noto, che esula dal perimetro del giudizio di legittimità.

2.2. La censura sub (b) (non avere il Tribunale fatto ricorso a fonti di cognizione aggiornate ed attendibili sul contesto geopolitico del Bangladesh) è infondata.

Il Tribunale, per pervenire alle sue conclusioni circa la insussistenza in Bangladesh di una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato, ha utilizzato:

a) il rapporto sul Bangladesh diffuso dallo European Asylum Support Office (EASO, il quale è organo dell’Unione Europea) diffuso nel 2017;

b) un rapporto sul Bangladesh diffuso da una autorevole organizzazione non governativa statunitense (Armed Conflict Location & Event Data Project – ACLED), diffuso nel 2018.

Si tratta indubbiamente di fonti autorevoli ed aggiornate (alla data della decisione impugnata non esistevano rapporti più recenti diffusi dall’EASO), e già questo basterebbe per escludere la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8.

Aggiungasi che, alle suddette fonti utilizzate dal Tribunale, il ricorrente non ha saputo contrapporre null’altro che un “come noto la situazione in Bangladesh è gravemente peggiorata nell’ultimo anno e vi è una escalation di estremismo violenza nel paese” (p. 11 del ricorso): una allegazione tanto generica, quanto sprovvista di qualsiasi riferimento bibliografico.

2.3. Per quanto attiene, infine, alla censura sub (c) (con cui il ricorrente lamenta la mancata considerazione del suo vissuto nel paese di transito, la Libia), va innanzitutto rilevato come la tecnica scrittoria adottata dal ricorrente non consente a questa Corte di stabilire se, con tale censura, il ricorrente abbia inteso prospettare il vizio di omesso esame del fatto decisivo (rappresentato dalla vissuto trascorso in Libia); oppure il vizio di violazione di legge (assumendo di essere stato violato il dovere di “cooperazione istruttoria” di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8).

E tuttavia, nell’una come nell’altra ipotesi, il motivo sarebbe comunque infondato.

Fu, infatti, irrilevante la circostanza che il Tribunale non abbia acquisito COI attendibili ed aggiornate circa la situazione in Libia, dal momento che essa – quale che fosse – non era rilevante ai fini dell’accoglimento della domanda di protezione sussidiaria o di quella umanitaria. Il ricorrente, infatti, è cittadino bengalese e non libico nè apolide; non ha mai allegato di avere trasferito la sua dimora in Libia; non ha mai dedotto (nè provato) che il periodo trascorso in Libia ha determinato in lui conseguenze fisiopsichiche di tal e gravità, da renderlo “vulnerabile” per i fini di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5.

Sicchè, non ricorrendo alcuna di tali ipotesi, non può egli invocare nè la concessione della protezione sussidiaria, dal momento che il suo rimpatrio non avverrebbe verso la Libia, aveva perso il Bangladesh; nè il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, dal momento che non può stabilirsi alcuna automatica implicazione bilaterale tra l’aver trascorso un periodo di tempo della propria vita in Libia, e l’essere divenuto una persona “vulnerabile” ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5.

Questi principi sono già stati ripetutamente affermati da questa Corte: consolidato, in particolare, è il principio secondo cui “nella domanda di protezione internazionale l’allegazione da parte del richiedente che in un Paese di transito (nella specie la Libia) si consumi un’ampia violazione dei diritti umani, senza evidenziare quale connessione vi sia tra il transito attraverso quel Paese ed il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione, perchè l’indagine del rischio persecutorio o del danno grave in caso di rimpatrio va effettuata con riferimento al Paese di origine o alla dimora abituale ove si tratti di un apolide. Il paese di transito potrà tuttavia rilevare (dir. UE n. 115 del 2008, art. 3) nel caso di accordi comunitari o bilaterali di riammissione, o altra intesa, che prevedano il ritorno del richiedente in tale paese” (ex multis, Sez. 1-, Ordinanza n. 31676 del 06/12/2018, Rv. 651895-01; nello stesso senso, Sez. 6-1, Ordinanza n. 29875 del 20/11/2018, Rv. 651868-01; Sez. 6-1, Ordinanza n. 2861 del 06/02/2018, Rv. 648276-01; Sez. 1, Ordinanza n. 5581 del 28.2.2020).

2.4. La quarta delle censure contenute nel motivo qui in esame (supra, lettera (d)), con cui il ricorrente investe il rigetto della domanda di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, è in parte inammissibile ed in parte infondata.

Nella parte in cui sostiene, apoditticamente, che in caso di rientro in patria l’odierno ricorrente si troverebbe “in grave situazione personale” il motivo è inammissibile in primo luogo ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4, dal momento che il ricorso non indica in cosa consisterebbe tale “situazione di gravità”.

Nella parte in cui sostiene che il richiedente asilo avrebbe diritto alla protezione umanitaria perchè da tempo lavora in Italia il motivo è invece infondato, perchè invoca una regula iuris non esistente.

Questa Corte ha infatti già più volte affermato che lo svolgimento di attività lavorativa nel nostro Paese, da solo, non costituisce una ragione sufficiente per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, per più ragioni:

-) perchè la legge non stabilisce alcuna automatica equazione tra lo svolgimento in Italia di attività lavorativa e la sussistenza di una condizione di “vulnerabilità”;

-) perchè il permesso di soggiorno per motivi umanitari è una misura temporanea, mentre lo svolgimento di attività lavorativa, in particolare a tempo indeterminato, legittimerebbe un permesso di soggiorno sine die;

-) perchè la “vulnerabilità” richiesta ai fini del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, non può ravvisarsi nel mero rischio di regressione a condizioni economiche meno favorevoli (Sez. 1, Ordinanza n. 17832 del 3.7.2019; Sez. 1, Ordinanza n. 17287 del 27.6.2019).

5. Non è luogo a provvedere sulle spese, poichè la parte intimata non ha svolto attività difensiva.

5.1. La circostanza che il ricorrente sia stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato esclude l’obbligo del pagamento, da parte sua, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17): infatti, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2012, n. 115, art. 11, il contributo unificato è prenotato a debito nei confronti della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato, sempre che tale ammissione non sia stata revocata dal giudice competente.

P.Q.M.

la Corte di Cassazione:

(-) rigetta il ricorso;

(-) dà atto che non sussistono allo stato i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 28 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 19 giugno 2020

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