Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11874 del 06/05/2021

Cassazione civile sez. VI, 06/05/2021, (ud. 19/03/2021, dep. 06/05/2021), n.11874

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14011-2019 proposto da:

I.E., rappresentata e difesa dall’avv. FABIO ZOCCOLO e

domiciliata presso la cancelleria della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

V.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GAETANO CASATI

n. 38, SCALA A INT. 12, presso lo studio dell’avvocato PAOLO CICINI,

rappresentato e difeso dall’avvocato FRANCESCO PADULA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 386/2018 della CORTE D’APPELLO di CAMPOBASSO,

depositata il 18/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/03/2021 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione notificato il 7.1.2009 V.C. evocava in giudizio innanzi il Tribunale di Campobasso la madre, I.E., per ottenere l’annullamento di un contratto di compravendita immobiliare intercorso tra il padre, V.V., in seguito defunto, aveva ceduto alla convenuta un appartamento, perchè stipulato in condizioni di incapacità naturale del disponente. Si costituiva in giudizio la convenuta, resistendo alla domanda, che veniva respinta dal Tribunale con sentenza n. 539 del 2014.

Interponeva appello avverso detta decisione il V. e si costituiva in seconde cure, per resistere al gravame, la I..

Con la sentenza oggi impugnata, n. 386/2018, la Corte di Appello di Campobasso accoglieva l’impugnazione, annullando l’atto di compravendita per cui è causa e condannando l’appellata alle spese del doppio grado di giudizio.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione I.E., affidandosi a cinque motivi.

Resiste con controricorso V.C..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 428 e 2697 c.c., e dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè la Corte di Appello avrebbe dovuto valutare che l’attore non aveva assolto l’onere di dimostrare l’incapacità naturale del padre.

Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè la Corte di Appello avrebbe erroneamente sopravvalutato un elemento indiziario, quale il certificato medico prodotto in prime cure dall’attore, facendone derivare la prova dell’incapacità naturale del padre, pur in assenza di altri riscontri.

Con il terzo motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, perchè la Corte di Appello non avrebbe valutato le prove orali articolate in prime cure dalla ricorrente, ritenendole inammissibili.

Con il quarto motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 2697 e 428 c.c., e dell’art. 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè la Corte di Appello avrebbe erroneamente posto a carico della ricorrente la prova della capacità naturale del marito, mentre era l’attore che avrebbe dovuto provarne l’incapacità.

Le quattro censure, che per la loro intima connessione meritano un esame congiunto, sono inammissibili.

Con esse, infatti, la parte ricorrente sollecita in sostanza un riesame del merito della controversia, da ritenersi estraneo a natura e finalità del giudizio di legittimità (Cass. Sez. U, Sentenza n. 24148 del 25/10/2013, Rv. 627790), senza peraltro avvedersi che la Corte d’Appello non ha affatto deciso la controversia soltanto sulla base delle risultanze del certificato medico del Dott. L. prodotto dal V., nè ponendo a carico della parte ricorrente la prova della capacità naturale del defunto disponente. La Corte distrettuale, infatti, ha ritenuto che “… seppur è vero che il referto medico del Dott. L., quale atto di parte non certificato da strutture mediche pubbliche, non sarebbe sufficiente ex se a ritenere provata l’incapacità naturale del V. al momento del rogito dispositivo, è anche vero che lo stesso può costituire – per tal fine – valido elemento indiziario, in specie se utilmente confortato e corroborato da ulteriore elementi certi ricavabili aliunde. In particolare, va evidenziato che il quadro patologico illustrato dal prefato professionista è stato confermato dalla quasi immediatamente successiva attività giudiziale svolta in occasione della procedura di nomina dell’amministratore di sostegno in favore del V. e della conseguente dichiarazione di sua interdizione. Per l’esattezza, il Giudice Tutelare della procedura di nomina dell’amministratore di sostegno ha precisato, nel suo provvedimento del 21/2/2006 (agli atti di parte di V.C.), che nel colloquio diretto del 29/11/2005 (a distanza di soli 5 mesi dal rogito) il V. era “apparso -suo malgrado- incapace di ricordare i tratti salienti della sua esistenza, rispondendo a tutte le domande con notevole lentezza e spesso in maniera imprecisa”. Non solo, ma lo stesso CTU di quella procedura (Dott. F.) nel suo elaborato peritale del’11/2/2016, precisando che il periziando era risultato “scarsamente orientato nel tempo e nello spazio ed incapace di rispondere adeguatamente anche a domande sulla sua quotidianità di vita”, ha concluso affermando la sua “grave compromissione della capacità di intendere e di volere e la grave riduzione della capacità di agire non idonea e non adeguata alla cura della propria persona e dei propri interessi”. E proprio sulla scorta di tali gravi valutazioni negative il Giudice Tutelare della procedura ha ritenuto che per il V.V. non fosse sufficiente la nomina dell’amministratore di sostegno – all’uopo rigettando l’istanza – bensì necessario procedere alla sua interdizione, disponendo la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero per l’istruzione del giudizio di interdizione, di poi dichiarata dal Tribunale con sentenza n. 641/07 del 21/9/2007 (pure agli atti dell’appellante) e sulla scorta pure di nuova perizia – confermativa – del (OMISSIS) (Dott. Ve.)” (cfr. pagg. 6 e 7 della sentenza impugnata). A ben vedere, quindi, la Corte molisana ha ravvisato la sussistenza della prova dell’incapacità naturale non soltanto sul certificato medico prodotto dal V., ma piuttosto apprezzando tutti gli accadimenti relativi alla condizione del padre, per la cui assistenza era stata richiesta la nomina di un amministratore di sostegno a distanza di pochi mesi dall’atto di cui è causa, nel corso della quale era stata accertata la sua incapacità naturale, tanto che il giudice aveva trasmesso gli atti alla Procura per l’istruzione del giudizio di interdizione, poi dichiarata con sentenza n. 641/2007. In tale valutazione la Corte di merito ha considerato sia la successione degli eventi, sia le risultanze del colloquio svoltosi tra il giudice tutelare e l’amministrando il (OMISSIS), sia la consulenza tecnica dell'(OMISSIS), sia, infine, la consulenza tecnica, confermativa, disposta nel corso del giudizio di interdizione. Quanto sopra dimostra che il giudice di secondo grado, lungi dal porre la prova della capacità naturale del defunto a carico della ricorrente -come da quest’ultima lamentato, in particolare nel quarto motivo di ricorso- ha invece condotto un complessivo esame delle risultanze istruttorie, esso pure sottratto al sindacato di questa Corte.

Sul punto, va ribadito il principio secondo cui “L’esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonchè la valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 12362 del 24/05/2006, Rv.589595: conf. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 11511 del 23/05/2014, Rv.631448; Cass. Sez. L, Sentenza n. 13485 del 13/06/2014, Rv.631330).

Con il quinto motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 91 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè la Corte di Appello la avrebbe erroneamente condannata al pagamento delle spese del doppio grado.

La censura è inammissibile, posto che la Corte distrettuale ha regolato le spese, tanto del primo che del secondo grado del giudizio di merito, applicando il criterio generale della soccombenza.

In definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese del presente giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15%, iva, cassa avvocati ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sesta sezione civile, il 19 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 maggio 2021

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