Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1182 del 21/01/2014


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 1182 Anno 2014
Presidente: GOLDONI UMBERTO
Relatore: PETITTI STEFANO

equa riparazione

SENTENZA
sefitefizacortmotivazione
semplificata

sul ricorso proposto da:

IANNACI Giuseppe (NNC GPP 49A28 H558Q) e SOF() Carmela (SFO
CMIL 59M07 H558E), quali eredi di Iannacci Gaetano,
rappresentati e difesi, per procura speciale in calce al
ricorso, dall’Avvocato Vincenzo Borgese, elettivamente
domiciliati in Roma, via Trionfale n. 5196, presso lo
studio dell’Avvocato Domenico Battista;
– ricorrenti contro
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro
tempore,

pro

rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale

dello Stato, presso i cui uffici in Roma, via dei
Portoghesi n. 12, è domiciliato per legge;
4

Data pubblicazione: 21/01/2014

- con troricorrente avverso il decreto della Corte d’appello di Catanzaro
depositato in data 23 aprile 2012.
Udita

la relazione della causa svolta nella pubblica

Stefano Petitti;
sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore
generale Dott. Luigi Salvato, che ha chiesto il rigetto del
ricorso.
Ritenuto che, con distinti ricorsi depositati in data
22 novembre 2011 presso la Corte d’appello di Catanzaro e
poi riuniti, Iannace Giuseppe e Iannace Gaetano chiedevano
la condanna del Ministero della giustizia al pagamento del
danno derivante dalla eccessiva durata del procedimento
penale di cui avevano avuto conoscenza il 29 giugno 1995 a
seguito dell’esecuzione dell’ordinanza di custodia
cautelare in carcere, definito in appello dalla Corte
d’appello di Reggio Calabria con sentenza del 17 febbraio
2011, di proscioglimento per intervenuta prescrizione;
che l’adita Corte d’appello rilevava che, nel caso di
specie, il protrarsi del procedimento presupposto aveva
condotto ad un esito favorevole per gli imputati e
all’acquisizione di un indubbio beneficio, consistente nel
venir meno della possibilità di essere condannati per i
reati loro contestati;

udienza del 5 novembre 2013 dal Consigliere relatore Dott.

che, quindi, in applicazione della sentenza della Corte
EDU del 6 marzo 2012 (Gagliano Giorgi c/ Italia), rigettava
la domanda ritenendo insussistente il pregiudizio
lamentato;

Giuseppe e Sofo Carmela, quali eredi di Iannaci Gaetano,
hanno proposto ricorso sulla base di due motivi;
che

l’intimato

Ministero

ha

resistito

con

controricorso.
Considerato

che il Collegio ha deliberato l’adozione

della motivazione semplificata nella redazione della
sentenza;
con il primo motivo i ricorrenti denunciano, in
riferimento all’art. 360, n.

4,

cod. proc. civ., vizio di

ultrapetizione, atteso che la Corte d’appello ha rigettato
la domanda pur in assenza di ogni eccezione da parte del
Ministero, che aveva anzi aderito alla domanda di equa
riparazione, nei limiti di giustizia;
che con il secondo motivo i ricorrenti denunciano
violazione, errata e falsa applicazione dell’art. 2 della
legge n. 89 del 2001 e dell’art. 2697 cod. civ., nonché
vizio di motivazione, rilevando che la legge n. 89 del 2001
si fonda sul paradigma per cui le lungaggini processuali
provocano nell’animo umano inevitabilmente patema e
sofferenza, e provocano quindi danni morali;

che per la cassazione di questo decreto Iannaci

che i ricorrenti rilevano altresì che la prescrizione
del reato, in tanto potrebbe avere una efficacia preclusiva
dell’indennizzo da irragionevole durata, in quanto
costituisca l’effetto di una condotta finalizzata a farla

specie e neanche allegata dal Ministero;
che è innanzitutto infondato il primo motivo, atteso
che dallo stesso decreto impugnato emerge che il Ministero
non si è opposto all’accoglimento della domanda, ma ne ha
chiesto l’accoglimento nei limiti di giustizia, con ciò
demandando al giudice dell’equa riparazione la verifica
della sussistenza dei presupposti per l’indennizzabilità
del pregiudizio da irragionevole durata;
che d’altra parte, «in tema di equa riparazione ai
sensi dell’art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, il
danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorché non
automatica e necessaria, della violazione del diritto alla
ragionevole durata del processo, di cui all’art. 6 della
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti
dell’uomo e delle libertà fondamentali: sicché, pur dovendo
escludersi la configurabilità di un danno non
patrimoniale in re ipsa – ossia di un danno automaticamente
e necessariamente insito nell’accertamento della violazione
, il giudice, una volta accertata e determinata l’entità
della violazione relativa alla durata ragionevole del

maturare; evenienza, questa, non sussistente nel caso di

processo secondo le norme della citata legge n. 89 del
2001, deve ritenere sussistente il danno non patrimoniale
ogniqualvolta non ricorrano, nel caso concreto, circostanze
particolari che facciano positivamente escludere che tale

1338 del 2004);
che dunque la Corte d’appello, nel verificare se
l’estinzione dei reati contestati agli imputati per
intervenuta prescrizione avesse o no rilevanza ai fini
della valutazione demandatale di accertare se un
pregiudizio – e in quale misura – fosse stato patito dai
ricorrenti, non ha affatto violato l’art. 112 cod. proc.
civ., ma ha svolto il compito demandatole dalla legge;
che il secondo motivo è infondato, atteso che nella
specie la Corte d’appello ha ritenuto – dando del proprio
convincimento una motivazione logicamente adeguata ed
immune da vizi giuridici – che Iannaci Gaetano non avesse
subito alcun danno dalla pendenza del procedimento penale,
essendosi anzi questa risolta a vantaggio dello stesso
imputato, in conseguenza della maturazione dei termini di
prescrizione per il reato a lui addebitato, a cui lo stesso
non ha rinunciato;
che il ragionamento seguito dalla Corte territoriale è
convalidato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, la
quale, con la sentenza della 2^ Sezione 6 marzo 2012 resa

danno sia stato subito dal ricorrente» (Cass., S.U., n.

nel caso Gagliano Giorgi c. Italia, divenuta definitiva il
24 settembre 2012, ha escluso la configurabilità di
pregiudizi importanti derivanti dalla durata eccessiva del
procedimento in considerazione della significativa

conseguenza, appunto, della maturazione dei termini di
prescrizione per il reato, a cui l’imputato non aveva
rinunciato (cfr. Cass. n. 21700 del 2012; cass. n. 2844 del
2013);
che pertanto il ricorso va rigettato;
che, in applicazione del principio della soccombenza, i
ricorrenti, in solido tra loro, devono essere condannati al
pagamento delle spese del giudizio di legittimità, come
liquidate in dispositivo.
PER QUESTI MOTIVI
La Corte rigetta il ricorso; condanna i ricorrenti, in
solido tra loro, al pagamento delle spese del giudizio di
legittimità, che liquida in euro 292,50, oltre alle spese
prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della
Seeta Seconda Civile della Corte suprema di Cassazione, il
5 novembre 2013.

riduzione della pena ottenuta in appello dall’imputato, in

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