Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11815 del 14/05/2010

Cassazione civile sez. II, 14/05/2010, (ud. 27/04/2010, dep. 14/05/2010), n.11815

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – rel. Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 19855/2009 proposto da:

S.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEGLI

SCIPIONI 132, presso lo studio dell’avvocato CIGLIANO MARIANO,

rappresentato e difeso da se stesso;

– ricorrente –

contro

M.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA APPIA NUOVA

96, presso lo studio dell’avvocato ROLFO PAOLO, rappresentata e

difesa dall’avvocato ROLFO Aldo Maria, giusta procura speciale in

calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1969/2009 della CORTE D’APPELLO di ROMA del

15/04/09, depositata il 12/05/2009;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

27/04/2010 dal Presidente Relatore Dott. GIOVANNI SETTIMJ;

udito l’Avvocato Cigliano Francesco, (delega avvocato S.

S. (ricorrente) che si riporta agli scritti;

è presente l’Avvocato Generale in persona del Dott. DOMENICO

IANNELLI che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso ed in

subordine per il rigetto.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Con ricorso notificato il 16/18.9.09, S.S. ha impugnato per cassazione la sentenza 12.5.09 con la quale la corte d’appello di Roma ha deciso una controversia in materia di divisione tra lo stesso e M.R..

Quest’ultima ha resistito con controricorso notificato il 16.10.09, successivamente depositando, addì 11.1.10, istanza di sollecita trattazione.

Introdotto procedimento ex artt. 380 bis e 375 c.p.c., comunicatasi la relazione alle parti ed al P.G., nè le une nè l’altro hanno fatto pervenire osservazioni scritte; in Camera di Consiglio il ricorrente ha concluso per l’accoglimento del ricorso, mentre il P.G. ha chiesto dichiararsene l’inammissibilità od, in subordine, rigettarlo.

Quest’ultima richiesta merita accoglimento, in quanto conforme alle ragioni svolte nella relazione il cui contenuto, come di seguito integrato, il Collegio condivide.

Con il ricorso, a parte una conclusiva doglianza sulla compensazione delle spese, è proposto un unico motivo d’impugnazione, nel quale si denunzia vizio di “omessa, insufficiente o comunque contraddittoria motivazione circa punti decisivi della controversia”.

Detto motivo è manifestamente insuscettibile d’accoglimento.

L’impugnazione in esame è stata proposta avverso una sentenza depositata dopo il 2.3.2006, data di entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, onde trova applicazione l’art. 366 bis c.p.c., quale introdotto dall’art. 6 del richiamato decreto.

La formulazione del motivo in esame non è, tuttavia, conforme, alla luce della giurisprudenza di questa Corte, non solo alle prescrizioni desumibili da tale norma, ma neppure a quelle desumibili dall’art. 360 c.p.c., n. 5; peraltro, esso pone, anzi tutto, quale suo non dichiarato presupposto un’interpretazione erronea della normativa che regola la divisione degli immobili in sede di scioglimento delle comunioni.

Sostiene, infatti, il ricorrente che la corte territoriale, assumendo la non comoda divisibilità dell’immobile – in comunione tra di lui (proprietario per 1/4) e la controparte (proprietaria per 3/4) – avrebbe ingiustificatamente disatteso la sua richiesta d’attribuire a ciascuno dei comproprietari una quota in natura dell’immobile in discussione proporzionale al rispettivo diritto di proprietà, essendo la parte da lui rivendicata, pari a 25,41 mq., a suo avviso suscettibile d’agevole separazione e di destinazione ad uso ufficio o commerciale.

La domanda in tal senso avanzata dall’odierno ricorrente è stata disattesa dai giudici del merito – ed, in particolare, dalla corte territoriale – sulla considerazione che, non potendosi ipotizzare un legittimo uso abitativo della frazione da lui conseguibile ostandovi le disposizioni del D.M. 5 luglio 1975 e D.M. 9 giugno 1999, fosse da escludere che la comoda divisibilità potesse essere affermata sulla base di un uso della porzione considerata diverso da quello abitativo.

Così decidendo, il giudice a quo si è correttamente conformato alla costante giurisprudenza di legittimità per la quale il concetto di comoda divisibilità di un immobile presupposto dall’art. 720 c.c., postula, tra l’altro, sotto l’aspetto economico-funzionale, che la divisione non incida sull’originaria destinazione del bene, che deve essere mantenuta per ciascuna delle quote nelle quali l’intero fosse suscettibile di ripartizione, irrilevanti essendo, al riguardo, gli eventuali diversi intenti d’utilizzazione di alcuni dei condividenti e, quindi, le possibilità di mutamento della destinazione d’uso (e pluribus, Cass. 29.5.07 n. 12498, 22.7.05 n. 15380, 30.7.04 n. 14540, 7.2.02 n. 1738, 24.11.98 n. 11891, ma già 12.6.81 n. 3812, 23.8.78 n. 3922, 7.11.77 n. 4738, 9.5.67 n. 926).

Tale corretta asserzione del giudice a quo, idonea di per sè sola a giustificare la decisione sul punto, non è stata specificamente impugnata dal ricorrente.

Ciò stante, va richiamato il ripetuto insegnamento di questa Corte per cui, ove una sentenza od un capo di essa si fondino su più ragioni, tutte autonomamente idonee a sorreggerli, è necessario non solo che ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica censura, ma anche che il ricorso abbia esito positivo nella sua interezza con l’accoglimento di tutte le censure, affinchè si realizzi lo scopo dell’impugnazione, la quale è intesa alla cassazione della sentenza, in toto od in un suo singolo capo, id est di tutte le ragioni che autonomamente l’una o l’altro sorreggano; onde è sufficiente che anche una sola delle dette ragioni non formi oggetto di censura, ovvero che sia respinta la censura relativa anche ad una sola delle dette ragioni, perchè il ricorso avverso la sentenza, oppure il motivo d’impugnazione avverso il singolo capo di essa, debbano essere respinti nella loro interezza, le censure nell’uno o nell’altro contenute avverso le ulteriori ragioni poste a base della sentenza o del capo di essa impugnati divenendo inammissibili per difetto di interesse, (e pluribus, da ultimo, Cass. SS.UU. 8.8.05 N. 16602, Cass. 10.9.04 n. 18240, 23.4.02 n. 5902, 23.3.02 n. 4199, 23.10.01 n. 12976, 6.4.01 n. 5149).

Tanto basterebbe alla reiezione del ricorso, ma può ancora rilevarsi, sia pure per sola completezza, come il giudice a quo, che poteva anch’esso limitarsi alla riportata assorbente statuizione, abbia altresì idoneamente argomentato sulle ulteriori cause che la giurisprudenza considera ostative, sotto l’aspetto economico- funzionale, alla comoda divisibilità dell’immobile.

Al riguardo, le censure formulate dal ricorrente si rammostrano, come già premesso, inammissibili ancor prima che infondate.

Sotto un primo profilo, infatti, non risulta rispettato il principio per cui, in tema di formulazione dei motivi del ricorso per cassazione avverso i provvedimenti pubblicati dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 ed impugnati per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, poichè secondo l’art. 366 bis c.p.c., introdotto dalla riforma, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena d’inammissibilità, oltre alla chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, id est le ragioni per le quali i dedotti vizi della motivazione rendano questa inidonea a giustificare la decisione, anche un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità; il che è tanto più necessario ove la censura impinga su di una pluralità d’argomenti autonomamente utilizzati nella sentenza impugnata per giustificare l’adottata decisione.

Nella specie, il ricorrente non solo non conclude l’esposizione con il necessario momento di sintesi, e tanto meno con la pluralità di momenti di sintesi necessitata dalla pluralità degli argomenti trattati, ma, con evidente carenza logica che contrasta con l’esigenza di puntualizzazione imposta dall’art. 366 bis c.p.c., denunzia un vizio di motivazione omessa congiuntamente alla denunzia dei vizi di motivazione insufficiente e/o contraddittoria: da un lato, infatti, l’un vizio non può coesistere con gli altri, una motivazione mancante non potendo essere insufficiente e/o contraddittoria, così come una motivazione insufficiente e/o contraddittoria non può essere mancante, presupponendo l’insufficienza e la contraddittorietà che il giudice abbia comunque fornito una motivazione, della cui insufficienza e/o contraddittorietà appunto ci si duole, com’è agevolmente desumibile dalla formulazione alternativa e non congiuntiva delle ipotesi nell’art. 360 c.p.c., n. 5 (SS.UU. 17.4.09 n. 9153, Cass. 26.1.04 n. 1317, 14.6.07 n. 13954); dall’altro, difettano la separata dimostrazione e la sintesi in ordine a ciascuno dei vizi denunziati autonomamente considerato.

Sotto diverso profilo, neppure risultano rispettati i principi informatori della censura per vizio di motivazione posti dall’art. 360 c.p.c., n. 5.

Per costante insegnamento di questa Corte, in vero, il motivo di ricorso per cassazione con il quale alla sentenza impugnata venga mossa censura per vizi di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, dev’essere inteso a far valere, a pena d’inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 4, in difetto di loro specifica indicazione, carenze o lacune nelle argomentazioni, ovvero illogicità nell’attribuire agli elementi di giudizio un significato fuori dal senso comune, od ancora mancanza di coerenza tra le varie ragioni esposte per assoluta incompatibilità razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi; non può, invece, essere inteso a far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte ed, in particolare, non vi si può proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della norma in esame; diversamente, il motivo di ricorso per cassazione si risolverebbe – com’è, appunto, per quello di cui trattasi – in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice del merito, id est di nuova pronunzia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di legittimità.

Nè, com’è del pari da tralaticio insegnamento di questa Corte, può imputarsi al detto giudice d’aver omesse l’esplicita confutazione delle tesi non accolte e/o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio non ritenuti significativi, giacchè nè l’una nè l’altra gli sono richieste, mentre soddisfa all’esigenza d’adeguata motivazione che il raggiunto convincimento risulti – come è dato, appunto, rilevare nel caso di specie – da un esame logico e coerente di quelle, tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie, che siano state ritenute di per sè sole idonee e sufficienti a giustificarlo; in altri termini, perchè sia rispettata la prescrizione desumibile dal combinato disposto dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e degli artt. 115 e 116 c.p.c., non si richiede al giudice del merito di dar conto dell’esito dell’avvenuto esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettategli, ma di fornire una motivazione logica ed adeguata dell’adottata decisione evidenziando le prove ritenute idonee e sufficienti a suffragarla ovvero la carenza di esse.

Devesi, inoltre, considerare come, allorchè sia denunziato, con il ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, un vizio di motivazione della sentenza impugnata, della quale si deducano l’incongruità e/o l’insufficienza delle argomentazioni svoltevi in ordine alle prove, per asserita omessa od erronea valutazione delle risultanze processuali, sia necessario, in ottemperanza al principio dell’autosufficienza del ricorso posto al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo – necessariamente preliminare ed, in caso d’esito negativo, assorbente – anche sulla decisività degli elementi di giudizio assuntivamente non valutati od erroneamente valutati, che il ricorrente indichi puntualmente ciascuna delle risultanze istruttorie alle quali fa riferimento e ne specifichi il contenuto mediante loro sintetica ma esauriente esposizione ed, all’occorrenza, integrale trascrizione nel ricorso, non essendo idonei all’uopo il semplice richiamo agli elementi di giudizio acquisiti nella fase di merito e la prospettazione del valore probatorio di essi quale inteso soggettivamente dalla parte in contrapposizione alle valutazioni effettuate dal giudice di quella fase con la sentenza impugnata in ordine al complesso delle acquisizioni probatorie e/o a quelle di esse ritenute rilevanti ai fini dell’adottata decisione e, tanto meno, inammissibili richiami per relationem agli atti della precedente fase del giudizio.

Ciò in quanto il principio d’autosufficienza del ricorso per cassazione necessariamente comporta, quale condizione d’ammissibilità del motivo, il consentire al giudice di legittimità d’effettuare la valutazione della decisività dei mezzi istruttori in discussione (nel caso di prove per interpello o per testi, le circostanze oggetto dei capitoli sui quali interrogare od escutere;

nel caso di documenti, gli elementi identificativi ed il contenuto testuale di essi o, quanto meno, la sua parte significativa) in relazione alla prospettata pretesa d’una soluzione della controversia difforme da quella adottata dal giudice a quo, valutazione da compiere ancor prima di procedere a quella del merito della censura, dacchè l’una è logicamente preliminare ed il suo solo esito positivo può dare ingresso all’altra.

Il principio di preclusione nel giudizio di legittimità di temi nuovi di dibattito non precedentemente affrontati nella fase di merito, comporta, a sua volta, che questioni relative ai mezzi istruttori siano deducibili in sede di ricorso per cassazione solo ove della rilevanza ai fini decisionali dei mezzi stessi sia stata effettuata tempestiva e rituale deduzione innanzi al giudice di quella fase e che tali tempestività e ritualità (prospettazione con l’atto introduttivo ove pertinenti a mezzi d’impugnazione od entro la precisazione delle conclusioni ove pertinenti a mezzi d’eccezione e, quanto alle prove per interpello e per testi, specificazione dei capitoli ed indicazione dei soggetti da interrogare od escutere con le ragioni della qualificazione di ciascuno a rispondere) risultino dalla sentenza impugnata o, in difetto, da adeguata indicazione contenuta nel ricorso mediante precisazione dell’atto della fase di merito in cui le prospettazioni stesse erano state effettuate e delle modalità della loro formulazione, onde consentire al giudice di legittimità di controllare ex actis la veridicità dell’asserzione anzi d’esaminare nel merito la questione proposta, ovvio essendo come una censura che si traduca, di fatto, in un’istanza d’ulteriore diversa indagine istruttoria, della quale non si deduca nè dimostri aver già formato oggetto di specifica e rituale richiesta in sede di merito, non possa trovare ingresso in sede di legittimità.

Nella specie, non risultano rispettati i due surrichiamati principi:

parte ricorrente non ha riportato, neppure per sommi capi, il contenuto dei mezzi istruttori in discussione, nè ha adeguatamente esplicitato sotto quali aspetti dagli stessi sarebbero stati desumibili elementi di giudizio tali da consentire una decisione della controversia difforme da quella adottata dal giudice a quo, onde l’esame di quanto dedotto non consente di valutare se ed in quale misura sussistesse un’effettiva rilevanza delle prove alle quali è fatto riferimento e mancano, quindi, elementi di giudizio idonei a fornire qualsivoglia supporto al controllo di questa Corte sulla decisività, sia pure in astratto, d’un eventuale loro espletamento; nè, ancora, parte ricorrente ha riportato gli elementi necessari all’ulteriore previo esame della già avvenuta tempestiva e rituale prospettazione e/o contestazione in fase di merito dei mezzi istruttori in discussione.

In vero, il motivo, già non inteso a censurare la ratio decidendi ma a prospettare una diversa interpretazione degli accertamenti in fatto, estranea alle valutazioni rimesse al giudice della legittimità e per ciò solo inammissibile, neppure risulta adeguatamente specifico in ordine alle risultanze istruttorie delle quali denunzia l’erronea od insufficiente valutazione, e tale inottemperanza ai principi d’autosufficienza del ricorso per cassazione e preclusione delle questioni non prospettate nel giudizio di merito ne è ulteriore motivo d’inammissibilità.

Dall’esame di quanto dedotto non è dato, infatti, desumere non solo l’effettiva rilevanza delle prove documentali e testimoniali alle quali parte ricorrente ha fatto riferimento – giacchè il materiale probatorio acquisito in fase di merito è indicato genericamente e/o solo parte di esso appare preso in considerazione – ma neppure l’esatto significato delle stesse – giacchè non ne è riportato l’integrale contenuto bensì una frammentaria ricostruzione, basata sull’estrapolazione di talune componenti o sulla prospettazione per riassunto del loro significato quale da parte ricorrente soggettivamente inteso – cosicchè, avulse dal loro contesto e dal complesso delle emergenze istruttorie e collegate con altri singoli elementi del pari riassunti od estrapolati, vengono utilizzate al fine d’estrarne significati verosimilmente favorevoli alle tesi sostenute dalla parte stessa, ma non risultano, all’evidenza, suscettibili d’adeguato riscontro e, quindi, costituiscono elementi di giudizio inidonei a fornire qualsivoglia supporto al controllo di questa Corte sulla decisività d’un eventuale loro riesame ai fini d’una soluzione dei punti salienti in controversia difforme da quella adottata dal giudice a quo.

Una notazione particolare meritano le argomentazioni critiche che il ricorrente svolge in ordine alla consulenza tecnica d’ufficio, imputando ai giudici del merito, primo e secondo, d’averla recepita nonostante gli errori nei quali era, a suo avviso, incorso l’ausiliare.

In generale, non si può fondatamente rimproverare al giudice del merito, come fa parte ricorrente, di non aver operato valutazioni e raggiunto convincimenti autonomi sugli accertamenti effettuati dal consulente tecnico d’ufficio e d’aver recepito le argomentazioni sviluppate e le conclusioni rassegnate da quest’ultimo disattendendo quelle di parte: in materia che richiede un elevato livello di cognizioni tecniche specifiche, è rimesso al prudente apprezzamento del giudice del merito, nella cui esclusiva competenza rientra pervenire a siffatta determinazione, incensurabile in questa sede, astenersi dall’effettuare considerazioni personali determinanti e valutazioni comparative che mancherebbero del supporto d’un’appropriata preparazione scientifica, tanto più ove le argomentazioni dell’ esperto nominato dall’ufficio, assistite dalla presunzione d’imparzialità, si contrappongano, con supplementi di consulenza e/o relazioni a chiarimento, a quelle degli esperti di parte, comunque meno attendibili se non altro in quanto influenzate dall’esigenza di sostenere le ragioni del preponente.

Di conseguenza, giusta i già richiamati principi di specificità, autosufficienza e preclusione, ove parte ricorrente denunzi l’omesso od insufficiente esame di fatti, di circostanze, di rilievi mossi alle risultanze di ordine tecnico ed al procedimento pure tecnico seguito dal consulente d’ufficio, il motivo non può essere limitato a censure d’erroneità e/o d’inadeguatezza della motivazione od anche d’omesso approfondimento di determinati temi d’indagine, prendendo in considerazione emergenze istruttorie asseritamente suscettibili di diversa valutazione e traendone conclusioni difformi da quelle alle quali è pervenuto il consulente d’ufficio poi recepite dal giudice;

è, per contro, necessario che parte ricorrente non solo precisi e specifichi, svolgendo concrete e puntuali critiche, le risultanze e gli elementi di causa dei quali lamenta la mancata od insufficiente valutazione, ma, soprattutto, indichi, in particolare, le esatte controdeduzioni alla consulenza d’ufficio che abbia effettivamente svolte nel giudizio di merito e dimostri come le stesse siano state neglette e come tale negligenza abbia comportato l’erroneità della decisione impugnata.

Orbene, esaminando il caso di specie, devesi rilevare come, anzi tutto, nelle deduzioni di parte ricorrente non risulti adeguatamente esplicitato se, in quali termini, in quali occasioni e con quali atti, alla corte di merito fossero stati segnalati errori del consulente d’ufficio, così nel rilievo e nell’elaborazione dei dati posti a base della relazione commessagli come nello svolgimento dell’iter logico iniziato con l’analisi di quei dati e terminato con le rassegnate conclusioni, ed, in secondo luogo, non risulta se, in quali esatti termini e con quali precise finalità, alla corte stessa fossero stati richiesti una nuova consulenza od un ulteriore supplemento di quella già espletata e del suo supplemento, tanto più necessari attese le critiche che si assume fossero state rivolte all’opera svolta dal consulente d’ufficio; il ricorrente si limita a fare riferimento ad alcuni elementi di giudizio ed a trame le proprie personali conclusioni per dimostrare l’assunta erroneità delle argomentazioni del consulente d’ufficio e della corte territoriale, così traducendosi il motivo non in una specifica censura ma in una semplice prospettazione di tesi difformi da quelle recepite dal giudice a qua, del tutto irrilevante in questa sede attenendo all’ambito della discrezionalità del giudice del merito nella valutazione dei fatti e nella formazione del proprio convincimento, dei quali si finisce per chiedere una revisione inammissibile in questa sede, e non ai vizi dell’iter di detta formazione rilevanti ex art. 360 c.p.c., n. 5.

Non senza considerare, in definitiva, sia pure solo per completezza argomentativa, che la motivazione fornita dal detto giudice all’assunta decisione risulta logica e sufficiente, basata com’è su considerazioni adeguate in ordine alla valenza oggettiva dei vari elementi di giudizio risultanti dagli atti e su razionali valutazioni di essi; un giudizio operato, pertanto, nell’ambito dei poteri discrezionali del giudice del merito a fronte del quale, in quanto obiettivamente immune dalle censure ipotizzabili in forza dell’art. 360 c.p.c., n. 5, la diversa opinione soggettiva di parte ricorrente è inidonea a determinare le conseguenze previste dalla norma stessa.

Una notazione a parte sull’argomento con il quale il ricorrente censura l’impugnata sentenza per non esservisi fatto riferimento alcuno al motivo d’appello con il quale era stato imputato al primo giudice il mancato accoglimento dell’istanza d’accesso dell’ufficio all’immobile in discussione e ed era stata riproposta tale istanza in sede di gravame.

Quanto, in vero, al primo profilo, la questione doveva essere dedotta ex art. 112 c.p.c. e art. 360 c.p.c., n. 4, denunziando il vizio d’omessa pronunzia, con le dovute forme, e non il vizio di motivazione; quanto al secondo, la questione, se pur correttamente dedotta quale vizio di motivazione, difetta, tuttavia, d’autosufficienza e della dimostrazione sulla decisività del mezzo, secondo i criteri in precedenza riportati, oltre ad essere infondata quale pretesa in diritto.

Il disporre o meno – attese le risultanze già acquisite – l’ispezione giudiziale rientra, infatti, nell’insindacabile apprezzamento del giudice del merito, onde non ne è censurabile il mancato esercizio in sede di legittimità, nè è censurabile la sentenza che non abbia specificamente indicato le ragioni della mancata ammissione dell’ispezione , giacchè, quando il giudice non si sia avvalso del potere di disporla, deve ritenersi per implicito che non ne abbia ravvisato la necessità (Cass. 22.4.09 n. 9551, 29.3.95 n. 3710 e, specificamente, 13.4.89 n. 1174, 24.2.81 n. 1132);

in tema di poteri discrezionali valendo il principio per cui il cui mancato esercizio di detto potere implica una valutazione negativa dell’opportunità d’avvalersene, onde è sottratto a qualsiasi titolo al sindacato di legittimità (e pluribus, Cass. 2.4.01 n. 4800, 23.4.98 n. 4211, 7.3.97 n. 2052, 13.6.95 n. 6644, 11.1.91 n. 195, 13.4.87 n. 3672).

In fine, le generiche argomentazioni in tema di spese, con le quali il ricorrente si duole che il giudice a quo non le abbia compensate, si svolgono su considerazioni metagiuridiche e senza, comunque, tener conto, da un lato, che il detto giudice ha correttamente applicato il principio della soccombenza e, dall’altro, che il potere di compensarle attiene in primis alla valutazione della ricorrenza o meno di circostanze tali da giustificarne l’esercizio, costituendo la compensazione non un diritto ma una mera aspettativa per la parte soccombente, onde si sostanzia in una valutazione esclusivamente di merito non censurabile in sede di legittimità.

In definitiva, il ricorso è da considerare pro parte inammissibile e pro parte manifestamente infondato, e va, pertanto, rigettato.

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese che liquida in complessivi Euro 2.500,00 dei quali Euro 2300,00 per onorari oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 27 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria, il 14 maggio 2010

 

 

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