Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11799 del 05/05/2021

Cassazione civile sez. I, 05/05/2021, (ud. 08/02/2021, dep. 05/05/2021), n.11799

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11554/2017 proposto da:

M.M., domiciliata in Roma in Via PO 49, presso lo studio

dell’avvocato Alessandro Masciocchi, rappresentato e difeso

dall’avvocato Angelo Mascolo, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

R.C., domiciliato ex lege in Roma presso la cancelleria

della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato

Lucia Ghinelli, giusta procura in calce al ricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 63/17 della CORTE d’APPELLO di BARI,

depositata l’8/02/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

8/2/2021 dal Cons. Dott. Marco Marulli;

lette le conclusioni scritte del P.M. in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. De Matteis Stanislao, che chiede che la

Corte rigetti il ricorso. Conseguenze di legge.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte d’Appello di Bari con sentenza 63/17 depositata l’8.2.2017 ha accolto l’appello proposto in via principale da R.C. avverso la sentenza di primo grado – che aveva provveduto a determinare l’assegno divorzile dovuto dallo stesso in favore dell’ex coniuge M.M. nella misura di Euro 350,00 mensili – ed ha disconosciuto il diritto di questa alla sua percezione, condannandola all’esito del giudizio pure al pagamento delle spese processuali del doppio grado, sulla considerazione che nella specie, applicati i criteri di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5, comma 6, non erano ravvisabili in capo all’istante la mancanza di mezzi adeguati e l’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive.

In particolare ha osservato la Corte decidente, preso atto delle modestia dei mezzi patrimoniali a disposizione del R., che vive del proprio stipendio, destinato per lo più nel mantenimento della nuova famiglia da lui costituita, nonchè della precaria condizione di salute del medesimo, che la M., al contrario risulta titolare “oltre che della proprietà della casa di abitazione, anche di altri beni immobili”, è percettrice di redditi “rivenienti dalla attività lavorativa che la stessa svolge (sia pure “in nero”) in collaborazione con l’impresa commerciale del fratello”, circostanza allegata e non contestata, ed “appare comunque in grado di svolgere un’attività lavorativa adeguata alla sua età”.

Per la cassazione di detta sentenza la M. si affida a cinque motivi di ricorso, ai quali resiste il R. con controricorso. Requisitorie scritte del P.M. a mente dell’art. 380-bis1 c.p.c.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Con il primo motivo di ricorso la M. lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo avendo la Corte d’Appello pretermesso ogni valutazione in ordine al fatto, debitamente documentato, che il R. era percettore oltre che del proprio stipendio “anche di una pensione erogatagli dall’INPDAP” dell’ammontare di oltre 700,00 Euro mensili ed aveva trascurato, quanto allo stato di salute del medesimo, che “le spese sanitarie erano, come sono, a carico del SSN e che lo stato di malattia diveniva ininfluente in ordine alla percezione del reddito”.

Con il secondo motivo di ricorso la M. si duole dell’enfasi posta dalla Corte di merito sulle proprietà immobiliari detenute dalla medesima, obliterando, a mezzo di una motivazione incoerente e parificabile all’omesso motivazione, quanto in contrario “rinveniente dalle produzioni dell’appellante R.” e “quanto già deciso dal Tribunale che già aveva considerato la esistenza di detta proprietà senza attribuirne alcun rilievo”.

Con il terzo motivo di ricorso la M. deduce l’erroneità del convincimento esternato dal decidente in ordine alla mancata contestazione della circostanza afferente all’attività lavorativa da lei disimpegnata presso l’impresa del fratello, posto che detta allegazione era stata operata “nella comparsa conclusionale resa in primo grado e, dunque, nel momento in cui era giuridicamente impossibile poter provare documentalmente non solo la inesistenza di un rapporto di collaborazione quanto la situazione di insanabile contrasto tra M.M. ed il fratello M.G.”, ferma, peraltro, in ogni caso l’inapplicabilità dell’art. 115 c.p.c., comma 2, ai giudizi instaurati prima della sua entrata in vigore.

Con il quarto motivo di ricorso le lagnanze ricorrenti investono la pretesa della Corte decidente di far carico alla M. della prova negativa dell’impossibilità di procurarsi i mezzi per il proprio mantenimento per ragioni oggettive, quantunque sia noto “che la prova negativa non possa essere fornita in sede civile, mentre può essere fornita solo la prova positiva dell’aver inutilmente tentato di reperire un lavoro senza riuscirvi”; e si dovesse considerare che il quadro di giudizio che si offriva nella specie era quello di “una casalinga… non titolare di alcun titolo abilitante un qualsivoglia lavoro… mai impiegata in qualsivoglia attività esterna… e dell’età di anni 64”.

Con il quinto motivo di ricorso la M. impugna la determinazione adottata dalla Corte territoriale in punto di spese censurandosi la condanna a tal riguardo pronunciata, potendosene invece disporre la compensazione posto che le difese opposte dalla soccombente si fondando “non su giurisprudenza obsoleto o isolata, ma su arresti di diritto consolidati da tempo”.

3. L’allegazione di cui si legge in chiusa di questo motivo offre spunto al collegio per ricordare preliminarmente che nel nuovo assetto impresso all’istituto dalla lettura operatane dalle SS.UU. con la sentenza 11/07/2018, n. 18287 – che ha segnato, insieme all’accantonamento del criterio “dell’indipendenza o autosufficienza economica” che si era fatto strada in un precedente più prossimo, inteso a modulare gli effetti patrimoniali della solidarietà post-matrimoniale sul filo di una più attenta valorizzazione dei profili di autoresponsabilità sottesi alle scelte che i coniugi compiono durante la vita in comune, anche il definitivo abbandono del criterio del “tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio” e della rigida distinzione tra criteri attributivi e determinativi dell’assegno di divorzio che da oltre un trentennio contrassegnava la giurisprudenza in materia – si è consolidata la convinzione, ora dominante (Cass., Sez. I, 9/08/2019, n. 21234; Cass., Sez. I, i 26/06/2019, n. 17098; Cass., Sez. I, 23/01/2019, n. 1882), che “la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio si compone di un contenuto perequativo-compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà e che conduce al riconoscimento di un contributo che, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei due coniugi, deve tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza, secondo un parametro astratto ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente”. “Il riconoscimento dell’assegno di divorzio” – si è così affermato – “cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione ed, in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi”. Il parametro sulla base del quale deve essere fondato l’accertamento del diritto alla percezione dell’assegno ha, dunque, “natura composita, dovendo l’inadeguatezza dei mezzi o l’incapacità di procurarli per ragioni oggettive essere desunta dalla valutazione, del tutto equiordinata degli indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, comma 6, in quanto rivelatori della declinazione del principio di solidarietà”.

4. Ora, rispetto al delineato quadro di riferimento, reputa il collegio che, ad una visione d’assieme, la sentenza impugnata non si presti ad una rieditazione dei suoi enunciati.

E’ ben vero che essa si colloca ratione temporis nel solco di una concezione dell’istituto che appare segnata dal tempo e che è ben lontana dalla rivisitazione che ne avrebbero fatta più di recente le SS.UU., sicchè per il fatto di prendere forma nel vigore di un contesto ideale e di un pedissequo orientamento interpretativo in cui era preponderante l’affermazione della funzione assistenziale dell’assegno divorzile, di guisa che esso doveva mirare a garantire al coniuge debole il godimento sine die del medesimo tenore di vita goduto in costanza di coniugio, si avrebbe forse motivo di dubitare della sua perdurante legittimità al lume delle novità nel frattempo intervenute. Ma, a parte il fatto che non è su questo terreno che il deliberato della Corte d’Appello si mostra attaccabile secondo le tesi della ricorrente, le cui critiche non investono – e non avrebbero del resto potuto investire, stante la stabilità del diritto vivente sul punto (il ricorso è per vero pure antecedente a Cass. 11504/2017) – la funzione dell’istituto, non è al contrario trascurabile che l’itinerario decisionale concretamente perseguito dal giudicante, pur se ragionevolmente sotto traccia, non si discosti in modo significativo dallo schema comparativo che di lì a poco avrebbe fatto breccia nell’opinione delle SS.UU. Ed infatti, laddove la Corte d’Appello, facendo espresso richiamo alla L. n. 898 del 1970, art. 5, seconda parte muove dalla considerazione che “condizione necessaria per il riconoscimento del diritto ad un assegno divorzile è la mancanza in capo a chi lo richiede di mezzi adeguati (al proprio mantenimento) ovvero l’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive” ed, in questa prospettiva, individua quali elementi di valutazione le proprietà immobiliari di cui la M. è titolare, disponibilità di proventi da lavoro ed infine la sua idoneità allo svolgimento di attività lavorative consone alla sua età, l’impostazione seguita mostra di voler tenere saldamente uniti i due termini di raffronto, così delineando un campo del giudizio che, tenendo conto dei limiti oggettivi della cognizione segnati dalle allegazioni in atti delle parti, guarda all’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso la lente costituita dai criteri di cui alla prima parte dell’art. 5 anzicitato. E, dunque ad una visione d’assieme la sentenza impugnata non evidenzia profili di particolare criticità.

5.1. Nè, peraltro, venendo con ciò alla disamina dei singoli motivi di ricorso, criticità provviste di qualche valenza cassatoria si rendono ravvisabili in relazione alle doglianze che vi trovano recetto.

5.2 Cosi riguardo al primo motivo, è assorbente in direzione della sua inammissibilità, se non l’argomento della novità ovvero della mancanza di autosufficienza che vi oppone pregiudizialmente il controricorrente, l’estraneità di esso al parametro normativo evocato, dato che le circostanza che il R. sia titolare di un reddito di pensione e che non sopporti oneri connessi al proprio stato di salute conservano immutata la propria natura originaria di meri elementi istruttori – ed è noto che la loro obliterazione non è fonte del vizio motivazionale secondo la lettura nomofilattica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – e non assurgono quindi al rango di fatto decisivo nel senso preconizzato dalla ricorrente in quanto, riferendosi alla controparte, non è su di essi che può fondarsi il diritto della M. alla percezione dell’assegno divorzile.

5.3. Inammissibile è, non diversamente, anche il secondo motivo di ricorso, poichè laddove la ricorrente lamenta che la Corte d’Appello, nel rigettarne le istanze sul rilievo dei titoli immobiliari in su possesso, non avrebbe “tenuto in conto” delle produzioni documentali asseveranti il contrario, la censura cade nuovamente, con i visti riflessi preclusivi, sui profili istruttori della vicenda, nella pretesa erronea valutazione dei quali non si fatica a riconoscere pure un’indiretta postulazione a rinnovarne in questa sede – e quindi inammissibilmente – il sindacato già esperito negativamente dal decidente di merito.

5.4. Inammissibile è ancora – nell’infondatezza che inficia più estesamente l’allegazione in ordine all’inapplicabilità del principio di non contestazione ai giudizi antecedenti alla novellazione dell’art. 115 c.p.c. (Cass., Sez. VI-III, 26/11/2020, n. 26908 – il terzo motivo di ricorso, da tempo essendosi chiarito che, stante il precetto dell’autosufficienza, “il ricorso per cassazione con cui si deduca l’erronea applicazione del principio di non contestazione non può prescindere dalla trascrizione degli atti sulla cui base il giudice di merito ha ritenuto integrata la non contestazione che il ricorrente pretende di negare, atteso che l’onere di specifica contestazione, ad opera della parte costituita, presuppone, a monte, un’allegazione altrettanto puntuale a carico della parte onerata della prova” (Cass., Sez. III, 13/10/2016, n. 20637) – evenienza, questa, qui non ricorrente -; ed, ancora, che “spetta al giudice del merito apprezzare, nell’ambito del giudizio di fatto al medesimo riservato, l’esistenza ed il valore di una condotta di non contestazione dei fatti rilevanti, allegati dalla controparte” (Cass., Sez. VI-I, 7/02/2019, n. 3680).

5.5. Affonda le proprie radici nella sollecitazione a procedere ad una rivalutazione del quadro istruttorio, soggiacendo perciò alla vista preclusione che impedisce a questa Corte di sostituirsi in ciò al giudice di merito, anche la censura ostesa con il quarto motivo di ricorso, giacchè si chiede che si apprezzino diversamente da quanto fatto dalla Corte d’Appello le circostanze afferenti alla persona della M. in guisa delle quali, anche alla luce del fatto che essa già un’attività svolga, sia pure in modo irregolare, per conto del fratello, si è concluso per ritenerne l’idoneità ad un’occupazione lavorativa consona alla sua età. Nè rileva in contrario, nella fermezza del principio che, anche nella mutata prospettiva enunciata dalle SS.UU., l’onere probatorio incombe a tal fine pur sempre sull’istante, l’asserita impossibilità di dare la prova di un fatto negativo, avendo da tempo la giurisprudenza indicato che la prova del fatto positivo contrario può essere data anche a mezzo di presunzioni (Cass., Sez. V, 17/07/2019, n. 19171).

5.6. Inammissibile da ultimo è anche la doglianza di cui al quinto motivo di ricorso, imponendosene la sua regolazione in applicazione del principio secondo cui “in materia di spese giudiziali, il sindacato di legittimità trova ingresso nella sola ipotesi in cui il giudice di merito abbia violato il principio della soccombenza ponendo le spese a carico della parte risultata totalmente vittoriosa” (Cass., Sez. II, 31/08/2020, n. 18128), onde non è rimeditabile in questa sede l’impugnata decisione nella parte in cui, rigettando la domanda della M., abbia fatto carico alla stessa della totalità delle spese di giudizio.

6. Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile.

7. Spese alla soccombenza. Ove dovuto sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in favore di parte resistente in Euro 1200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, ove dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Dispone omettersi in caso di pubblicazione della presente sentenza ogni riferimento ai nominativi e agli altri elementi identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della sezione Prima civile, il 8 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2021

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