Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11793 del 14/05/2010

Cassazione civile sez. trib., 14/05/2010, (ud. 22/02/2010, dep. 14/05/2010), n.11793

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato – Presidente –

Dott. MAGNO Giuseppe V. A. – Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. CARLEO Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Immobiliare Tre B s.r.l., in persona dell’amministratore unico B.

A., elettivamente domiciliata in Roma via Luigi Luciani 1,

presso lo studio dell’avv. Carleo Roberto dal quale è rappresentato

e difeso giusta procura speciale a margine del ricorso unitamente

all’avv. Pierfrancesco Rotondo del foro di Brescia;

– ricorrente –

contro

comune di Collebeato (Bs), in persona del Sindaco pro tempore,

rappresentato e difeso dagli Avv.ti Piromalli Francesco, Bertuzzi

Fiorenzo del Foro di Brescia e Giuseppe Ramadori del foro di Roma

presso il cui studio è elett.te domiciliato in Roma, via Marcello

Prestinan 13 giusta mandato a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 176/66/04, depositata in data 8 novembre 2004,

della Commissione tributaria regionale della Lombardia;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22.2.10 dal Consigliere Dott. Giovanni Carleo;

sentita la difesa svolta dall’avv. Fausto Buccellato, su delega, per

conto di parte resistente, che ha concluso per il rigetto del ricorso

con vittoria di spese.

Udito il P.G. in persona del Dr. FUZIO Riccardo, che ha concluso per

il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

In data 7 dicembre 2000 il Comune di Collebeato notificava alla società Immobiliare Tre B s.r.l. avviso di accertamento in rettifica dell’imposta ICI relativa agli anni dal 1993 al 1998 per un ammontare di L. 201.548.950.

L’avviso in questione si fondava sul rilievo che la ricorrente aveva eseguito un parziale versamento di imposta per i soli anni 1993 e 1998 mentre non aveva neppure presentato alcuna dichiarazione per gli anni dal 1994 al 1997.

L’immobiliare Tre B s.r.l., deducendo l’illegittimità dell’avviso per mancanza di motivazione e l’intervenuta decadenza dall’azione di accertamento, presentava ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Brescia, la quale lo rigettava. Proponeva appello la contribuente ribadendo le tesi esposte in primo grado. L’ufficio resisteva riaffermando le proprie posizioni. La Commissione tributaria regionale della Lombardia rigettava il gravame. Avverso la detta sentenza la contribuente ha quindi proposto ricorso per Cassazione articolato in tre motivi. Il Comune di Collebeato resiste con controricorso. La contribuente infine ha depositato memoria, difensiva ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con la prima doglianza, la ricorrente lamenta dapprima “la mancanza di motivazione dell’avviso di accertamento emesso dal Comune di Collebeato, così come già esposto nel ricorso alla Commissione provinciale e nell’appello alla Commissione regionale” e deduce successivamente che, a suo avviso, sarebbero “integrati i presupposti per l’impugnazione della sentenza d’appello di cui all’art. 360 c.p.c., sia per l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia sia per la violazione di una norma di diritto”. Ed invero, nel caso di specie, così continua la ricorrente – la motivazione dell’atto, limitata ad una pedissequa elencazione dei criteri presi in considerazione astrattamente, senza essere accompagnata dall’indicazione degli elementi di fatto utilizzati per pervenire a quella conclusione, impedirebbe alla contribuente di difendersi con cognizione di causa; la CTR, per suo conto, avrebbe inoltre valutato l’atto, sufficientemente motivato, con assoluta superficialità.

La censura non coglie nel segno. Ed invero, a parte l’evidente inammissibilità di un profilo di censura che si rivolge contro l’atto amministrativo – e non solo contro la sentenza impugnata -.

con riferimento specifico a questo secondo profilo della doglianza, torna opportuno premettere che, come risulta dalla lettura della sentenza impugnata, la Commissione di appello ha considerato adeguatamente motivalo l’avviso di accertamento sulla base della considerazione che il Comune aveva dettagliatamente portato a conoscenza dei contribuenti i dati e le variazioni alla base dell’accertamento indicando a tal fine le fonti utilizzate.

Tale considerazione merita di essere condivisa. Ciò, in quanto l’avviso di accertamento, come risulta dal testo, opportunamente trascritto nel ricorso per Cassazione, contiene l’espressa puntualizzazione che i valori accertasi erano stati determinati sulla base dei valori venali, alla data dell’1 gennaio dell’anno di imposizione, riguardanti le aree edificabili, con le medesime caratteristiche, esistenti nel territorio comunale, nel rispetto degli elementi stabiliti dal D.Lgs. n. 504 del 1992, comma 5. Ed invero – così era precisato – i valori erano stati determinati sulla base dell’analisi e della valutazione comparativa dei prezzi medi, inseriti nei listini immobiliari tenuti presso la Camera di Commercio, delle aree fabbricabili analoghe, presenti sul territorio comunale, nonchè sulla base dell’analisi e della valutazione comparativa dei valori medi delle aree fabbricabili di Comuni limitrofi aventi caratteristiche simili a quelle analizzate.

Come risulta evidente, l’Amministrazione aveva pertanto indicato nell’alto, in maniera esplicita, i parametri valutativi ed i criteri oggettivi utilizzati nella determinazione del valore degli immobili, così da fornire alla contribuente gli opportuni elementi di riferimento e di comparazione. Del resto, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, l’obbligo motivazionale dell’accertamento deve ritenersi adempiuto tutte le volte che il contribuente sia stato messo in grado di conoscere la pretesa tributaria nei suoi elementi essenziali e, quindi, di contestare efficacemente “an” e “quantum”. Invero, come ha già avuto modo di statuire questa Corte, il requisito motivazionale dell’accertamento esige, oltre alla puntualizzazione degli estremi soggettivi ed oggettivi della posizione creditori; dedotta, soltanto l’indicazione di fatti astrattamente giustificativi di essa, che consentano di delimitare l’ambito delle ragioni adducibili dall’Ufficio nell’eventuale successiva fase contenziosa, restando, poi, affidate al giudizio di impugnazione dell’atto le questioni riguardanti l’effettivo verificarsi dei fatti stessi e la loro idoneità a dare sostegno alla pretesa impositiva (Cass. 21571/04, n. 17762/02, n. 3549/02, n. 7284/01; n. 658/00).

Giova aggiungere infine che la valutazione dell’adeguatezza della motivazione di un atto di imposizione, come di un qualunque atto amministrativo, involge l’interpretazione dello stesso e costituisce un apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito.

Ciò posto, considerato che la valutazione degli elementi di prova e l’apprezzamento dei fatti attengono al libero convincimento del giudice di merito, deve ritenersi preclusa ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma variazione delle risultanze degli atti di causa, per cui deve ritenersi inammissibile la doglianza mediante la quale la parte ricorrente avanza, nella sostanza delle cose, un’ulteriore istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione.

Passando all’esame della seconda doglianza, articolata sotto il profilo della violazione del D.Lgs. 30 dicembre 1992, art. 11, va rilevato che la stessa si fonda sulla pretesa tardività della notifica dell’avviso, che sarebbe avvenuta oltre i termini di legge, con la conseguente prescrizione del diritto dell’Amministrazione di richiedere l’imposta per gli anni 1993, 1991 e 1995. Anche tale censura non merita di essere condivisa.

A riguardo, torna opportuno rilevare che l’art. 11 citato dispone, al comma 1, che l’avviso di liquidazione dell’ICI, emesso per correggere “errori materiali e di calcolo”, a seguito del controllo della dichiarazione o della denuncia prodotta dalla parte ed in base alle risultanze del catasto, deve essere notificato, a pena di decadenza, entro il “31 dicembre del secondo anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione o della denuncia ovvero, per gli anni in cui queste non dovevano essere presentate, a quello nel corso del quale è stato o doveva essere eseguito il versamento dell’imposta”. Il comma 2, si riferisce, invece, alla “rettifica delle dichiarazioni e delle denunce nel caso di infedeltà, incompletezza od inesattezza”, ed “all’accertamento d’ufficio nel caso di omessa presentazione”: in questi casi, “l’avviso deve essere notificato, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del terzo anno successivo” agli stessi eventi indicati da comma 1; e, se si tratta di omissione totale della dichiarazione o della denuncia, entro il 31 dicembre del quinto anno.

Sulla base di tale normativa la notifica sarebbe quindi dovuta intervenire entro il 31 dicembre 1996.

Fatto sta che i suddetti termini di decadenza, come ha già rilevato questa Corte in una precedente decisione, furono prorogati di un anno, con la L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 3, comma 59; quindi il termine fu fissato al 31.12.1999 (L. 23 dicembre 1998, n. 448, art. 31, comma 6). In seguito, la L. 23 dicembre 1999, n. 488, art. 30, comma 10, lo spostò al 31.12.2000: infine, la L. n. 388 del 2000, art. 18, comma 4, derogando espressamente al divieto posto dalla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 3, comma 3 (Statuto del contribuente), frattanto entrata in vigore, fissò al 31.12.2001 “limitatamente alle annualità d’imposta 1995 e successive” – la scadenza dei termini stabiliti dai primi due commi del richiamato art. 11, sia per in liquidazione sia per l’accertamento”, (cfr Cass. n. 21333/08 in motivazione).

Ne deriva l’infondatezza della doglianza esposta, posto che ne caso di specie l’avviso fu notificato il 7 dicembre 2000, ancor prima dell’ultima proroga fissata in deroga allo Statuto del contribuente.

E, ciò anche alla luce del principio, già affermalo da questa Corte ed ormai consolidato, secondo cui, non potendosi il termine scadente il 31 dicembre ritenere “scaduto” in tale giorno perchè in questo giorno esso è ancora “aperto”, (cfr. Cass. 3393/08), non si determina alcuna soluzione di continuità, essendosi la prima scadenza consumata temporalmente non prima dello spirare delle ore 24 del giorno 31 dicembre ed avendo la seconda cominciato a decorrere fin dalla prima ora del giorno successivo. (cfr. Cass. 13342/09). Del resto, in ratio legis di ogni legge di proroga è volta funzionalmente ad eliminare l’interruzione della continuazione di efficacia della normativa prorogata per cui l’interpretazione contraria a quella affermata da questa Corte verrebbe a unificare l’intrinseca funzione delle leggi di proroga.

Resta da esaminare l’ultima doglianza, articolata sotto il profilo dell’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia nonchè per violazione di una norma di diritto, non precisata, riguardante “le modalità di calcolo utilizzate dal (Comune di Collebeato per la determinazione del valore venale delle aree oggetto di accertamento e di conseguenza del valore dell’imposta ICI ad esse collegato. “Ed invero, i giudici di seconde cure avrebbero completamente omesso di motivare in merito alla arbitrarietà dei calcoli effettuati dal Amministrazione, ai fini della determinazione del valore delle aree, quando ha applicato sul valore dell’area nell’anno 1998, con riferimento agli anni antecedenti, indici deflazionatori ingiustificati, trascurando che “l’utilizzazione di un medesimo indice per tutto il territorio comunale mal si concilia con la constatazione che non tutte le aree all’interno del medesimo Comune subiscono i medesimi mutamenti di prezzo”.

Anche tale ragione di doglianza deve essere ritenuta inammissibile, risultando con tutta evidenza che la ricorrente, lamentando l’erroneità della valutazione delle risultanze processuali compiuta dalla Commissione di merito, in effetti, muove alla sentenza impugnata censure che concernono esclusivamente il merito della causa. Ed è appena il caso di osservare che il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità. Ne deriva che risulta estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa.

Ne consegne che il ricorso per cassazione in esame, siccome infondato, deve essere rigettato. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente alla rifusione delle spese processuali che liquida in Euro 5.2000,00 di cui Euro 200.00 per esborsi oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 22 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 14 maggio 2010

 

 

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