Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11789 del 09/06/2016

Cassazione civile sez. III, 09/06/2016, (ud. 09/12/2015, dep. 09/06/2016), n.11789

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 19540/2013 proposto da:

R.B., (OMISSIS), in proprio, M.M.R.

(OMISSIS), in proprio e quale tutore e rappresentante legale

del figlio R.R., elettivamente domiciliati in ROMA, V.

OSLAVIA 40, presso lo studio dell’avvocato ILARIA DI MUCCIO,

rappresentati e difesi dall’avvocato FRANCESCA GRAZIA CONTE con

studio in LECCE, VIA PARINI 1/C, giusta procura speciale del Dottor

Notaio STEFANIA MONOSI, in LECCE del 10/07/2013, rep. n. 26.695;

– ricorrenti –

contro

A.S.L. LE/(OMISSIS) LECCE, (ex USL LE/6 in Gestione

Liquidatoria), in

persona del legale rappresentante p.t., elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA LORENZO MAGALOTTI 15, presso lo studio dell’avvocato

SALDUTTI NICOLA, rappresentata e difesa dall’avvocato MARCELLA

TURCO giusta procura speciale a margine del controricorso;

GENERALI ITALIA SPA, già INA ASSITALIA SPA, quest’ultima

conferitaria del ramo di azienda assicurativo Direzione per l’Italia

di ASSICURAZIONI GENERALI SPA a mezzo della propria mandataria e

rappresentante GENERALI BUSINESS SOLUTIONS S.c.p.A., in persona dei

procuratori speciali C.P. e P.M.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIUSEPPE FERRARI 35, presso

lo studio dell’avvocato MARCO VINCENTI, che la rappresenta e

difende giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 426/2013 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 29/05/2013, R.G.N. 424/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/12/2015 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito l’Avvocato FRANCESCA GRAZIA CONTE;

udito l’avvocato NICOLA ALESSANDRO SALDUTTI per delega;

udito l’Avvocato MARCO VINCENTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

I FATTI

R.B. e M.M.R., in proprio e quali genitori esercenti la potestà sul minore R.R., convennero in giudizio la Asl Le(OMISSIS) per sentirla condannare al risarcimento dei danni tutti riportati alla nascita dal figlio R., nato presso l’ospedale di (OMISSIS) nel 1980 a seguito di parto cesareo, danni da loro causalmente ricondotti ad una sofferenza prenatale non rilevata dall’ospedale e in ordine alla quale si sarebbe reso necessario, per evitare o quanto meno contenere i danni, un intervento con parto cesareo d’urgenza, non eseguito benchè la partoriente, portatasi in ospedale a termini di gravidanza scaduti, fosse rimasta ricoverata presso l’Ospedale di (OMISSIS) dal 5 al 13 agosto 1980, data del parto. Evidenziarono le menomate condizioni psicofisiche del figlio, che presentava un grave ritardo mentale, scialorrea (ovvero salivazione continua e in eccesso), facies tipica e deambulazione difficoltosa.

Il Tribunale di Lecce rigettava la domanda dei R. evidenziando che i consulenti tecnici avevano riscontrato a carico del R. la presenza di una epilessia criptogenetica, ovvero da causa non identificabile.

La Corte d’Appello di Lecce, dopo aver provveduto al rinnovo della consulenza affidandola ad un diverso collegio di esperti, rigettava l’appello dei R.. La sentenza qui impugnata, richiamando gli esiti della ctu, non nega che esista un danno centrale ma ritiene che non sia possibile affermare con certezza che i danni centrali siano completamente attribuibili ad una encefalopatia neonatale ipossico ischemica conseguente alla sofferenza fetale e da ciò trae la conseguenza che manchi la prova di un nesso di causalità tra l’attività medica e le patologie delle quali è affetto R. R..

I signori R. e M., sia in proprio che quali tutori del figlio Riccardo propongono ricorso per cassazione articolato in due motivi nei confronti di A.S.L. LE (OMISSIS) lgià U.S.L. n. (OMISSIS) di (OMISSIS) e contro Assicurazioni Generali s.p.a. per la cassazione della sentenza n. 426 del 2013, depositata dalla Corte d’Appello di Lecce il 14.5.2013, notificata il 17.6.2013.

Sia Generali Italia s.p.a. (già Assicurazioni Generali s.p.a.), compagnia di assicurazioni della ASL, che la ASL (OMISSIS) resistono con controricorso.

I ricorrenti hanno depositato memoria.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè l’omessa, insufficiente ed illogica motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

I ricorrenti censurano la sentenza impugnata laddove si è limitata ad aderire acriticamente alle conclusioni del collegio di esperti, che pur non sottacendo la presenza di alcune alterazioni nella condizione della partoriente (mioma uterino – ovvero presenza di un tumore benigno – che, aggiungono i ricorrenti, avrebbe avuto un diametro di circa 9 cm – a carico del tratto dell’utero, polidramnios, cioè indice di liquido amniotico elevato, perdita di liquido verde – ovvero meconio – dopo la rottura delle acque) hanno poi escluso che questi elementi fossero sintomo univoco di sofferenza fetale in atto senza prendere in considerazioni le puntuali osservazioni svolte dal consulente di parte ricorrente.

Sottolineano che la M. si è recò in ospedale, dove venne ricoverata, perchè il termine della gravidanza era scaduto, e questo di per sè avrebbe dovuto portare ad adottare quanto meno delle misure prudenziali, se non si riteneva di intervenire con parto cesareo d’urgenza perchè non era stata rilevata una sofferenza fetale già in atto, quali la sottoposizione della partoriente ad un monitoraggio continuo con strumenti adeguati, mentre all’epoca l’ospedale di (OMISSIS) non era munito nemmeno di un cardiotocografo (ovvero di uno strumento per monitorare il manifestarsi di una sofferenza del feto).

Col secondo motivo, i ricorrenti denunciano la violazione delle norme sul nesso di causalità (artt. 40 e 41 c.p.), nonchè la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697, in ordine alla distribuzione dell’onere probatorio e alla valutazione delle prove sul nesso causale, nonchè la presenza di un vizio di motivazione.

Essi censurano la sentenza impugnata per non aver tenuto conto di alcuni fatti, pur segnalati al giudice a mezzo del consulente di parte (quali le forti contrazioni che presentava la partoriente già al momento del ricovero) e poi le addebitano di non aver riconosciuto il giusto peso alla presenza (di cui pur si dà atto in sentenza) di un mioma, cioè una tumefazione di 9 cm che si presentava sul segmento inferiore dell’utero, che avrebbe comunque impedito l’espulsione normale del bambino, nonchè l’aver escluso che la accertata perdita di liquido fosse univocamente valutabile come indice di sofferenza fetale e per non aver tenuto nella dovuta considerazione come elemento sintomatico di una sofferenza fetale in atto il polidramnios cioè il modesto aumento del liquido amniotico.

Precisano di addebitare all’ospedale una colpa omissiva, consistente nel non aver effettuato i dovuti accertamenti in ordine alla sofferenza fetale in atto e non essere intervenuti tempestivamente con un intervento chirurgico di parto cesareo, per evitare che il bambino riportasse danni. A fronte di ciò, e nell’ambito di una responsabilità che è contrattuale, evidenziano che non grava sul paziente l’onere di provare positivamente che gli elementi di cui si è riscontrata la presenza (quale la colorazione verde del liquido) fossero segno univoco della sofferenza fetale in atto, ma è l’ospedale che deve dimostrare, secondo un giudizio controfattuale ex ante, che se anche tutti gli accertamenti richiesti dalla situazione giudizialmente accertata fossero stati eseguiti e se fosse stato fatto un cesareo d’urgenza il risultato non sarebbe cambiato, in quanto i danni cerebrali che attualmente indiscutibilmente presenta il giovane R. non sono in rapporto causale con il ritardo del parto.

La A.S.L. LE(OMISSIS) di Lecce nel suo controricorso richiama l’attenzione sulla mancanza di una prova certa, nonostante i vari controlli ai quali il paziente si è sottoposto nel corso degli anni, che il deficit mentale e anche i problemi deambulatori del R., che sono venuti fuori non subito ma dai sei anni di vita in poi e si sono progressivamente aggravati, siano dipendenti da una sofferenza neonatale e non da un’altra causa del tutto diversa e rimasta non individuata. Al contrario, la controricorrente sottolinea che la corte d’appello ha rilevato dai (pochi) elementi indicati nella cartella clinica, che il peso del bambino era nella norma ed anche gli altri parametri auxologici, e che il parto è stato eseguito a seguito della normale rottura delle membrane amniotiche.

Ciò detto, il ricorso proposto dai signori R. e M. va accolto nei limiti di cui in motivazione.

La vicenda sottoposta all’attenzione della Corte è al tempo stesso comune ed unica, come tutte le vicende che traggono origine da un fatto comune a tutti e per ciascuno unico come il parto.

Nel 1980 una donna si presenta in ospedale perchè la data presunta per la nascita del suo bambino è stata raggiunta e oltrepassata, ed ha dei disturbi. Viene visitata, viene ricoverata per oltre una settimana, chiedendo ripetutamente di essere sottoposta al parto cesareo. Il cesareo non ha luogo subito ma nove giorni dopo, allorchè si rompe il sacco amniotico e sul momento il bambino sembra non avere problemi.

Dopo i primi anni di vita, di fronte alle prime anomalie nel comportamento e nello sviluppo del bambino, i genitori iniziano a compiere accertamenti, ed emergono un danno cerebrale e disturbi sia mentali che motori che negli anni si aggravano.

A questo punto, quando il bambino ha ormai sei o sette anni, i genitori si attivano per cercare le cause di questi disturbi, e – se vi è – un responsabile e risalgono indietro fino al momento del parto indicando come possibile responsabile l’ospedale, dove forse non venne rilevata una sofferenza neonatale già in atto.

Entrambi i giudici di merito a cui hanno sottoposto il loro caso – e del bambino, divenuto nel frattempo maggiorenne e posto sotto tutela per la gravità della sua infermità mentale – avendo ricostruito la vicenda clinica a mezzo di due diversi collegi di consulenti tecnici hanno rigettato la domanda dei genitori volta al risarcimento del danno.

Si è ricostruita per brevi tratti la vicenda per darne contezza complessiva al di là della scarna ricostruzione contenuta nella sentenza impugnata: una vicenda in cui emerge la volontà di conoscere le cause del danno irreversibile riportato dal proprio figlio, e la difficoltà obiettiva, a distanza ormai di tanto tempo, di ricostruire con esattezza i fatti.

Tuttavia, il ruolo di questa Corte non è quello di ricostruire i fatti ma di verificare se le regole di giudizio per l’accertamento della responsabilità contrattuale dell’ospedale sono state rispettate o meno.

Esse non sono state adeguatamente rispettate.

La sentenza, molto succinta, non esprime una sua valutazione autonoma nè sulla esistenza o meno della prova di una sofferenza neonatale a carico del R. nè sulla esistenza della prova di un nesso causale tra l’operato commissivo e omissivo dei sanitari che presero in carico la partoriente presso l’ospedale di (OMISSIS) e i danni cerebrali che questi attualmente presenta, sulla base della regola probatoria da seguire nel giudizio civile di accertamento della responsabilità (medica), che non è quella della certezza o della certezza al di là di ogni ragionevole dubbio, che sono valutazioni proprie del giudizio penale, ma del “più probabile che non”.

Essa si limita a mutuare la motivazione dall’integrale recepimento delle argomentazioni e dalle motivazioni della consulenza tecnica che, a fronte di un quesito del cui esatto tenore non si hanno indicazioni, esamina i fatti ritenuti rilevanti e afferma che “non è possibile affermare con certezza che i danni centrali siano completamente attribuibili ad una encefalopatia neonatale ipossico/ischemica conseguente alla sofferenza fetale”.

A fronte di questa valutazione, tecnica, la corte avrebbe senz’altro potuto – e dovuto – prendere in considerazione i dati emergenti dalla consulenza nella loro completezza, considerando cioè sia i dati positivamente accertati sia i dati mancanti perchè non risultanti dalla cartella clinica e le conseguenze di eventuali lacune di essa, che non possono essere fatte ricadere sul paziente che su di essa non esercita alcun controllo, per poi però autonomamente valutarli attraverso le categorie del giudizio civile sull’accertamento del nesso causale in ipotesi di dedotta responsabilità medica.

Avendo la corte d’appello fatto proprio acriticamente anche il criterio di giudizio seguito nella consulenza tecnica, necessariamente diverso da quello del giudice civile, e che si fonda su una affermazione in termini di non raggiunta certezza, la corte d’appello ha violato principi di diritto affermati da questa Corte e più volte ribaditi proprio in questo specifico settore della responsabilità medica peraltro, secondo i quali l’affermazione della responsabilità del medico per i danni cerebrali da ipossia patiti da un neonato, ed asseritamente causati dalla ritardata esecuzione del parto, esige la prova – che dev’essere fornita dal danneggiato –

della sussistenza di un valido nesso causale tra l’omissione dei sanitari ed il danno. Tale prova sussiste quando, da un lato, non vi sia certezza che il danno cerebrale patito dal neonato sia derivato da cause naturali o genetiche e, dall’altro, appaia più probabile che non che un tempestivo o diverso intervento o da parte del medico avrebbe evitato il danno al neonato. Una volta fornita tale prova in merito al nesso di causalità, è onere del medico, ai sensi dell’art. 1218 c.c., dimostrare la scusabilità della propria condotta (in questo senso, tra le altre, Cass. n. 12686 del 09/06/2011). La sentenza impugnata va cassata e rinviata alla Corte d’appello di Lecce in diversa composizione perchè decida la causa attenendosi al principio di diritto sopra enunciato.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’Appello di Lecce in diversa composizione che deciderà anche sulle spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di Cassazione, il 9 dicembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 9 giugno 2016

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