Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11738 del 08/06/2016

Cassazione civile sez. lav., 08/06/2016, (ud. 03/03/2016, dep. 08/06/2016), n.11738

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VENUTI Pietro – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

M.B., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA COSSERIA 5, presso lo studio dell’avvocato ROMANELLI

GUIDO FRANCESCO, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato GIOIELLO FRANCA, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

AUCHAN S.P.A., P.I. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DEL POZZETTO 122, presso lo studio dell’avvocato CARBONE PAOLO,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALBERTO

ROBERTO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 194/2013 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 05/03/2013 R.G.N. 1377/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/03/2016 dal Consigliere Dott. BOGHETICH ELENA;

udito l’Avvocato LUNARDI LORENA per delega Avv. CARBONE PAOLO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA MARCELLO che ha concluso per l’inammissibilità in subordine

rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

M.B., già dipendente di Auchan s.p.a., ha convenuto in giudizio la ex datrice di lavoro, impugnando per illegittimità il licenziamento intimato l’8.4.2011 per carenza di, giustificato motivo soggettivo, chiedendo l’applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18. Il Tribunale di Torino ha respinto il ricorso. Con sentenza pubblicata il 5 marzo 2013, la Corte d’Appello di Torino ha dichiarato inammissibile l’appello svolto dalla M., osservando quanto segue:

– la lavoratrice appellante aveva dedotto, nel ricorso introduttivo del giudizio, che il licenziamento era fondato sullo scarso rendimento del lavoratore; che, dunque, rientrava nella tipologia del licenziamento per giustificato motivo soggettivo; che doveva escludersi, peraltro, un colpevole inadempimento della M., essendo la stessa affetta da una serie di patologie invalidanti che non le consentivano di svolgere la propria attività lavorativa a ritmi produttivi proficui, come dimostrato dalla sentenza n. 4624/2010 del Tribunale di Torino che aveva riconosciuto il diritto all’assegno ordinario di invalidità della L. n. 222 del 1984, ex art. 1; che il datore di lavoro non aveva osservato le prescrizioni impartite in sede di visita periodica di idoneità (avendo assegnato la lavoratrice al reparto pescheria, con mansioni di addetto. alla vendita, esponendola a basse temperature e nell’impossibilità di usufruire liberamente di brevi pause); che il licenziamento era stato intimato durante un periodo di malattia;

– il Tribunale, sulla base delle risultanze istruttorie (di fonte documentale e testimoniale), aveva ritenuto infondate le accuse di inosservanza delle prescrizioni del medico del lavoro; aveva precisato che si trattava di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, derivante dallo scarso rendimento della dipendente discendente dalle frequenti assenze per malattia, in relazione al quale era irrilevante – come da giurisprudenza richiamata (Cass. n. 10288/1996) un profilo di colpa del lavoratore; aveva ritenuto assolto l’onere probatorio gravante sul datore di lavoro, essendo risultata giustificata la perdita totale dell’interesse alla prestazione, in quanto la sopravvenuta parziale incapacità lavorativa possedeva carattere definitivo in ragione della cronicità delle patologie accertate dalla CTU nella causa promossa nei confronti dell’Inps (e conclusa con l’accertamento del diritto all’assegno ordinario di invalidità) e era risultato impossibile adibire la M. alla vendita al pubblico e al caricamento merce sugli scaffali;

– la lavoratrice appellante aveva dedotto, quali motivi dell’impugnazione, che il Tribunale: A) non aveva considerato il diritto del lavoratore di mantenere il posto di lavoro fino a scadenza del periodo di comporto; B) non aveva attribuito a responsabilità del datore di lavoro le assenze per malattia dopo l’assegnazione al reparto pescheria (maggio 2010); C) aveva erroneamente ritenuto inidonea la lavoratrice fondando il proprio giudizio sulla CTU disposta in altro giudizio (accertamento tecnico deputato ad una particolare diversa funzione), trascurando la distinzione tra malattia (implicante la totale impossibilità della prestazione, che consente il licenziamento solamente ai sensi dell’art. 2110 c.c.) e sopravvenuta permanente inidoneità al lavoro (disciplinata dall’art. 1464 c.c.), non essendo pertanto emersa alcuna prova sulla inidoneità fisica o psichica quale causa di impossibilità della prestazione lavorativa; D) non aveva riconosciuto l’esistenza di alternative possibili (non essendo verosimile che una così ampia realtà aziendale non potesse affidare alla M. la mansione di caricamento degli scaffali); E) aveva condannato alle spese la ricorrente nonostante la sua drammatica situazione personale;

– l’impostazione offerta dall’appellante nel motivo sub C) era radicalmente diversa da quella contenuta nel ricorso introduttivo, allegando un fatto diverso (malattia, ossia affezione temporanea) da quello originariamente affermato e provato attraverso le sue produzioni documentali (stato irreversibile di inidoneità a svolgere proficuamente la prestazione lavorativa, anche con riguardo alle occupazioni confacenti), mentre la relazione del CTU e la consulenza psichiatrica svolte nel giudizio per il riconoscimento dell’assegno ordinario di invalidità avevano accertato “un insieme di patologie invalidanti che a parere della scrivente non le permettono di garantire la continuità della prestazione lavorativa e i ritmi produttivi richiesti da un proficuo lavoro”, e ciò dimostrava la manifesta irragionevolezza e pretestuosità delle censure;

– il motivo sub D) illustrato dall’appellante risultava in contrasto con le conclusioni della CTU (che aveva evidenziato una sostanziale impossibilità di adibizione ad attività di vendita) e non conteneva specifiche censure alla sentenza di primo grado, aggiungendo inoltre argomenti nuovi (quali le soluzioni alternative) mai prospettate prima;

– gli altri motivi di appello (A, B ed E) erano generici, non essendo evidenziate le parti della sentenza meritevoli di riforma.

Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, M.B. ha proposto ricorso per cassazione fondato su un motivo. La società intimata ha resistito con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso la ricorrente denuncia falsa applicazione di norme di diritto (artt. 342 e 437 c.p.c.), assumendo che:

– nel ricorso introduttivo del giudizio e in sede di appello aveva lamentato la medesima circostanza di fatto ossia il proprio stato di salute così come rappresentato dai certificati medici e la Corte ha ritenuto di inquadrare in modo diverso gli stessi fatti, senza esaminare nel concreto lo stato di salute della lavoratrice che costituisce un fatto decisivo per il giudizio ed è stato oggetto di discussione fra le parti; anzi, sin dal ricorso introduttivo la lavoratrice aveva contestato di essere stata licenziata in periodo di malattia ed aveva prodotto certificato medico che la dichiarava idonea alla mansione, cosicchè non è giusto che la Corte abbia fatto esclusivo riferimento alla perizia giudiziale, omettendo di analizzare tutti gli altri elementi introdotti per sostenere l’illegittimità del licenziamento;

– la Corte ha male applicato l’art. 437 c.p.c. perchè dalle carte del processo (ricorso introduttivo e fascicolo di primo grado, in particolare documenti 2, 4, 5, 6, 8, 15, 16) risulta che, a fondamento dell’impugnazione di licenziamento, la dipendente non ha allegato soltanto le proprie condizioni di salute cagionevole (quale stato di irreversibile inidoneità allo svolgimento di qualunque lavoro), ma anche l’insieme delle patologie che la riguardavano al fine di dimostrare che il licenziamento era avvenuto in periodo di malattia;

– la Corte ha male applicato l’art. 342 c.p.c. in quanto con i motivi di appello era stata evidenziata l’omessa valutazione, da parte del giudice di primo grado, della violazione dell’art. 2110 c.c. nonchè del profilo di colpa del datore di lavoro; il giudice di primo grado ha configurato la patologia della M. come assoluta inidoneità, senza considerare ulteriori elementi totalmente trascurati, al pari delle ulteriori alternative di lavoro prospettabili alla lavoratrice.

2. Secondo la giurisprudenza di questa Corte il principio per cui l’interpretazione delle domande, eccezioni e deduzioni delle parti dà luogo ad un giudizio di fatto, riservato al giudice di merito, non trova applicazione quando si assume che tale interpretazione abbia determinato un vizio riconducibile alla violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato (art. 112 c.p.c.) od a quello del tantum devolutum quantum appellatum (art. 437 c.p.c.), trattandosi in tal caso della denuncia di un error in procedendo, che attribuisce alla Corte di cassazione il potere-dovere di procedere direttamente all’esame ed all’interpretazione degli atti processuali e, in particolare, delle istanze e deduzioni delle parti (cfr., Cass., nn. 11755/2004; 17109/2009).

Tuttavia, come anche ribadito recentemente (cfr. Cass. n. 23420/2011), anche in ipotesi di denuncia di un error in procedendo, l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, cosicchè il ricorrente è tenuto, in ossequio al principio di specificità ed autosufficienza del ricorso, che deve consentire al giudice di legittimità di effettuare, senza compiere generali verifiche degli atti, il controllo demandatogli del corretto svolgersi dell’iter processuale, non solo ad enunciare le norme processuali violate, ma anche a specificare le ragioni della violazione, in coerenza a quanto prescritto dal dettato normativo, secondo l’interpretazione da lui prospettata (cfr., ex plurimis, Cass., nn. 5148/2003; 20405/2006;

21621/2007).

Coerentemente, con riferimento all’ipotesi in cui sia stata denunciata l’omessa pronuncia da parte del giudice di secondo grado sulle doglianze mosse in appello per relationem alle ragioni esposte davanti ai tribunale, è stato affermato che non viene rispettato il principio di autosufficienza allorchè nel ricorso per cassazione non siano esposte quelle specifiche circostanze di merito che avrebbero portato all’accoglimento del gravame, non potendo ottemperarsi a tale principio mediante il richiamo ad altri atti o scritti difensivi presentati nei precedenti gradi di giudizio (cfr., Cass., n. 26693/2006); più in generale, sempre con riferimento ai casi di denunzia del vizio di omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c., è stato reiteratamente affermata la necessità, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un’eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall’altro, che tali istanze siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto de loro contenuto, nel ricorso per cassazione (cfr., ex plurimis, Cass., nn. 7194/2000; 6361/2007; 21226/2010). Analogamente, laddove, come nel caso di specie, l’error in procedendo denunciato inerisca alla falsa applicazione del principio tantum devolutum quantum appellatum, l’autosufficienza del ricorso per cassazione impone che, nel ricorso stesso, siano esattamente riportati sia i passi del ricorso introduttivo con i quali la questione controversa è stata dedotta in giudizio, sia quelli del ricorso d’appello con cui le censure ritenute inammissibili per la loro novità sono state formulate.

Tali oneri non sono stati ottemperati nel caso di specie dal ricorrente, che si è limitato a rappresentare l’oggetto delle proprie originarie domande e delle proprie successive doglianze, senza trascriverle negli esatti termini del loro svolgimento, ma riportandosi alla sintesi che delle medesime era stata fatta nella sentenza impugnata. Il profilo di doglianza all’esame deve quindi essere ritenuto inammissibile, con affermazione del seguente principio di diritto: “L’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un error in procedendo, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, cosicchè, laddove sia stata denunciata la falsa applicazione del principio tantum devolutum quantum appelatum ai sensi dell’art. 437 c.p.c., è necessario, in ottemperanza del principio di specificità e autosufficienza del ricorso per cassazione, che deve consentire al giudice di legittimità di effettuare, senza compiere generali verifiche degli atti, il controllo del corretto svolgersi dell’iter processuale, che nel ricorso stesso siano riportati, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, i passi del ricorso introduttivo con i quali la questione controversa è stata dedotta in giudizio e quelli del ricorso d’appello con cui le censure ritenute inammissibili per la loro novità sono state formulate”.

3. Le spese, liquidate come in dispositivo in favore della controparte, seguono la soccombenza.

4. Il ricorso è stato notificato il 20 agosto 2013, dunque in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”. Essendo il ricorso in questione (avente natura chiaramente impugnatoria) integralmente da respingersi, deve provvedersi in conformità.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese in favore della società controricorrente, che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 3 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2016

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