Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11731 del 11/05/2017

Cassazione civile, sez. VI, 11/05/2017, (ud. 05/10/2016, dep.11/05/2017),  n. 11731

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6034/2015 proposto da:

G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TANGORRA 12,

presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO CATRICALA’, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIAMPAOLO CATRICALA’ giusta procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di SALERNO, emesso il

1/07/2014 e depositato il 29/08/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/10/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA FALASCHI;

udito l’Avvocato Domenico Claudio Cirigliano (delega Avvocato

Giampaolo Catricalà), per la ricorrente, che si riporta al ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato in data 8 aprile 2010 G.A., unitamente ad altri, chiedeva alla Corte d’appello di Salerno il riconoscimento dell’equa riparazione, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, per la irragionevole durata di un processo civile (avente natura di opposizione all’esecuzione) instaurato dinanzi al Pretore di Catanzaro nel maggio 1966 e definito, in primo grado, con sentenza depositata il 1 marzo 1969 e, poi, in secondo grado, con sentenza del Tribunale di Catanzaro depositata il 24 maggio 2010 (ovvero dopo il deposito del ricorso ex lege n. 89 del 2001, da intendersi, perciò, formulato in pendenza del giudizio di appello). Nella costituzione del resistente Ministero della Giustizia, l’adita Corte di appello, con decreto depositato il 16 aprile 2012, dichiarava l’inammissibilità del ricorso sul presupposto che, nella specie, non era stata provata la sussistenza della condizione di proponibilità dell’azione relativa alla tempestività del ricorso e alla sua procedibilità, avuto riguardo alla pendenza del giudizio presupposto e alla sua avvenuta definizione in secondo grado.

Avverso il menzionato decreto proponeva ricorso per cassazione la G., che veniva accolto, con sentenza n. 355 del 10.01.2014, e disposto rinvio per l’esame nel merito della domanda alla medesima Corte di appello.

Riassunto il giudizio dalla G. (con ricorso depositato il 18.03.2014), la Corte adita, dato atto della tempestività della domanda, la accoglieva limitatamente alla posizione di G.A. in proprio, per avere acquisito la stessa la qualità di parte nel giudizio presupposto con decorrenza dal 2/3.4.2001, per cui liquidava la complessiva somma di Euro 3.250,00 pari a quattro anni di durata non ragionevole, mentre respingeva il diritto dalla stessa vantato iure successionis non avendo ella dimostrato la dedotta qualità di erede del genitore G.F..

Anche avverso detto decreto la ricorrente ha proposto ricorso, affidato a due motivi.

L’Amministrazione scaduti i termini per illustrare le difese, ha depositato “atto di costituzione” al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il Collegio ha deliberato l’adozione della motivazione semplificata nella redazione della sentenza;

Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè vizio di motivazione, rilevando come la circostanza che ella fosse stata parte processuale del giudizio presupposto per essere subentrata nella medesima posizione del genitore deceduto era stato validamente provata già in detto procedimento, con la conseguenza che non vi era alcun onere da assolvere.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., comma 1 e art. 167 c.p.c., censurando il provvedimento impugnato per avere omesso di constatare la mancanza di specifica contestazione da parte del Ministero intimato.

I due motivi – da trattare congiuntamente per la evidente connessione argomentativa – sono fondati.

Questa Corte, a Sezioni Unite, ha affermato il principio per cui “colui che, assumendo di essere erede di una delle parti originarie del giudizio, intervenga in un giudizio civile pendente tra altre persone, ovvero lo riassuma a seguito di interruzione, o proponga impugnazione, deve fornire la prova, ai sensi dell’art. 2697 c.c., oltre che del decesso della parte originaria, anche della sua qualità di erede di quest’ultima; a tale riguardo la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà di cui al D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, artt. 46 e 47, non costituisce di per sè prova idonea di tale qualità, esaurendo i suoi effetti nell’ambito dei rapporti con la P.A. e nei relativi procedimenti amministrativi, dovendo tuttavia il giudice, ove la stessa sia prodotta, adeguatamente valutare, anche ai sensi della nuova formulazione dell’art. 115 c.p.c., come novellato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 45, comma 14, in conformità al principio di non contestazione, il comportamento in concreto assunto dalla parte nei cui confronti la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà viene fatta valere, con riferimento alla verifica della contestazione o meno della predetta qualità di erede e, nell’ipotesi affermativa, al grado di specificità di tale contestazione, strettamente correlato e proporzionato al livello di specificità del contenuto della dichiarazione sostitutiva suddetta” (Cass., SS.UU., n. 12065 del 2014).

Nella specie, poichè non risulta dal decreto impugnato che il Ministero, nel costituirsi in giudizio, abbia eccepito il difetto della qualità di eredi dei ricorrenti, la Corte d’appello non avrebbe potuto dichiarare inammissibile il ricorso sulla base della ritenuta non dimostrata qualità di erede, ma avrebbe dovuto sottoporre la questione al contraddittorio delle parti stesse, invitandole a completare la documentazione attestante la detta qualità.

Inoltre la G. risulta avere esercitato la pretesa indennitaria spendendo la qualità di erede di G.F. dopo essersi costituita nel giudizio presupposto, ancora pendente, anche in detta veste, con la conseguenza che deve ritenersi dimostrata già in siffatta sede la qualifica spesa.

In conclusione, il ricorso va accolto e il decreto impugnato deve essere cassato, con rinvio alla Corte di appello di Salerno in diversa composizione, che riesaminerà la controversia alla luce dei principi sopra affermati e provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il ricorso;

cassa il decreto impugnato e rinvia alla Corte di appello di Salerno in diversa composizione, anche per le spese sul giudizio di cassazione.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 5 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 maggio 2017

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