Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11721 del 05/05/2021

Cassazione civile sez. III, 05/05/2021, (ud. 06/11/2020, dep. 05/05/2021), n.11721

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. OLIVIERI Stefano – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26201/2018 proposto da:

B.C.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

MONTE DELLE GIOIE 13, presso lo studio dell’avvocato CAROLINA

VALENSISE, che lo rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

D.R.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA EMILIO

CAVALIERI 11, presso lo studio dell’avvocato ANTONELLA SUCCI, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 602/2018 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 20/08/2018.

 

Fatto

RILEVATO

che:

i coniugi B.C.M. e D.R.V., in data 23 aprile 2004, proponevano ricorso per separazione consensuale davanti al Tribunale di Perugia prevedendo, tra le condizioni, l’accollo da parte della prima di un mutuo contratto per l’acquisto della casa familiare al fine di rimanere unica proprietaria dell’immobile. Con scrittura privata datata 18 giugno 2004, sottoscritta il giorno precedente, la B. riconosceva di essere debitrice, nei confronti del marito, dell’importo di Euro 30.000 da corrispondere in cinque anni a partire dal 20 giugno 2009, con rate mensili di Euro 500;

con atto notarile del 25 luglio 2008 D.R.V. cedeva il credito a D.R.M., con atto notificato alla B. in data 13 ottobre 2008;

Con atto di citazione del 14 febbraio 2009 B.C.M. evocava in giudizio D.R.M., davanti al Tribunale di Perugia, chiedendo di dichiarare l’inesistenza del credito, previa pronunzia di nullità o di annullamento della scrittura del 18 giugno 2004. Si costituiva il convenuto chiedendo il rigetto della domanda e spiegando, in via subordinata, riconvenzionale per sentir accertare la decadenza della debitrice dal beneficio del termine, giusto il rifiuto, ritenuto illegittimo, di provvedere all’adempimento, con conseguente condanna al pagamento dell’intero importo di Euro 30.000, oltre al risarcimento dei danni;

il Tribunale di Perugia, con sentenza dell’11 gennaio 2016, rigettava la domanda principale e quella riconvenzionale, condannando l’attrice al pagamento delle spese di lite. Il Tribunale escludeva la sussistenza di vizi del consenso relativi alla cessione del credito;

B.C. impugnava tale decisione, con atto di citazione del 12 aprile 2016, davanti alla Corte d’Appello di Perugia rilevando che tutti gli elementi contenuti nella scrittura privata datata 18 giugno 2004 erano già previsti dall’accordo per la separazione, con conseguente assenza della causa giustificatrice del contratto. Si costituiva D.R.M. concludendo per il rigetto del gravame e proponendo appello incidentale per l’accoglimento della domanda svolta in via riconvenzionale davanti al Tribunale;

la Corte d’Appello di Perugia, con sentenza del 20 agosto 2018, rigettava l’appello principale e, in parziale accoglimento dell’appello incidentale, condannava la appellante al pagamento della somma di Euro 30.000, oltre interessi e spese di lite;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione B.C.M. affidandosi a cinque motivi, illustrati da memoria. Resiste con controricorso D.R.M..

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione dell’art. 1418 c.c., comma 2 e dell’art. 1325 c.c., comma 1, n. 2. La Corte territoriale avrebbe errato nel tentativo di individuare una causa meritevole di tutela nella scrittura privata oggetto di contestazione, poichè la corresponsione dell’ulteriore somma di Euro 30.000, quale residuo prezzo che l’odierna ricorrente si obbligava a corrispondere al coniuge per ottenere l’assegnazione della casa familiare, non troverebbe riscontro nel ricorso per separazione. Inoltre, la causa non emergerebbe in maniera chiara dal contratto, con la conseguenza che il contenuto della scrittura privata datata 18 giugno 2004 sarebbe del tutto superfluo;

il motivo è inammissibile sotto due profili. In primo luogo con la censura la ricorrente contesta sostanzialmente l’interpretazione fornita dalla Corte territoriale alla scrittura datata 18 giugno 2004, con particolare riferimento alla valutazione della meritevolezza della causa del contratto. Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità il motivo avrebbe dovuto essere dedotto, enucleando i criteri ermeneutici e in particolare quello previsto dall’art. 1362 c.c. (valutazione del contenuto del documento anche alla stregua del comportamento successivo – nella specie la sottoscrizione del verbale di separazione – delle parti), ed in particolare, individuando le ragioni dell’inquadramento-ritenuto errato, dell’obbligazione derivante dalla scrittura “nella più ampia sistemazione dei rapporti patrimoniali” come emergeva dal verbale di separazione, peraltro sottoscritto lo stesso giorno o il giorno successivo della scrittura;

trova applicazione, pertanto, il principio secondo cui:

– l’interpretazione delle clausole contrattuali rientra tra i compiti esclusivi del giudice di merito ed è insindacabile in cassazione se rispettosa dei canoni legali di ermeneutica ed assistita da congrua motivazione, potendo il sindacato di legittimità avere ad oggetto non già la ricostruzione della volontà delle parti, bensì:

– solo l’individuazione dei criteri ermeneutici del processo logico del quale il giudice di merito si sia avvalso per assolvere la funzione a lui riservata, al fine di verificare se sia incorso in vizi del ragionamento o in errore di diritto (tra le molte, v. Cass. 31/03/2006, n. 7597; Cass. 01/04/2011, n. 7557; Cass. 14/02/2012, n. 2109; Cass. 29/07/2016, n. 15763);

– pertanto, al fine di far valere una violazione sotto i due richiamati profili, il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento alle regole legali di interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai canoni legali assunti come violati o se lo stesso li abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti, non essendo consentito il riesame del merito in sede di legittimità (Cass. 09/10/2012, n. 17168; Cass. 11/03/2014, n. 5595; Cass. 27/02/2015, n. 3980; Cass. 19/07/2016, n. 14715);

– di conseguenza, per sottrarsi al sindacato di legittimità, non è necessario che quella data dal giudice sia l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, sicchè, quando di una clausola siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito alla parte, che aveva proposto l’interpretazione disattesa dal giudice, dolersi in sede di legittimità del fatto che ne sia stata privilegiata un’altra (Cass. 22/02/2007, n. 4178; Cass. 03/09/2010, n. 19044);

in secondo luogo, il motivo è dedotto in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, perchè la ricorrente avrebbe dovuto trascrivere il contenuto della scrittura privata o, quanto meno, evidenziare le partì testuali del documento che sarebbero in conflitto od in logica incompatibilità con le disposizioni del verbale di separazione, mentre si limita a reiterare una ricostruzione della fattispecie concreta antitetica a quella accolta dalla Corte territoriale;

con il secondo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 1427 e 1435 c.c. e dell’art. 116c.p.c. e art. 24 Cost., perchè la Corte d’Appello non avrebbe fatto buon uso del prudente apprezzamento nella valutazione delle prove, ricostruendo in maniera errata il profilo fattuale e il problema giuridico sottoposto al suo esame. Secondo la Corte di appello le risultanze processuali non dimostrerebbero l’esistenza di atteggiamenti violenti e prevaricatori del coniuge nei confronti dell’odierna ricorrente. Al contrario, le dichiarazioni dei testi sarebbero sufficienti a rappresentare un quadro di vessazione della B.. In ogni caso, la stessa aveva richiesto di dimostrare con testimoni il presupposto della violenza morale o psicologica, rilevante ai sensi dell’art. 1434 c.c.. Sotto tale profilo il giudice di merito, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., avrebbe dovuto valutare differentemente il materiale probatorio, pervenendo a una pronunzia di accoglimento della domanda;

il motivo è inammissibile poichè sotto l’apparente deduzione della violazione di legge parte ricorrente intende denunciare, non un errore di diritto nella applicazione delle norme invocate, ma una errata considerazione del materiale probatorio richiedendo una inammissibile nuova valutazione delle dichiarazione testimoniali. Anche la censura relativa alla mancata ammissione della prova testimoniale è dedotta in violazione dell’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 6, perchè la ricorrente omette di specificare se quella richiesta era stata rinnovata in sede di precisazione conclusioni in primo grado e se aveva impugnato la sentenza di prime cure richiedendo nuovamente l’ammissione di tali prove in appello. Nello stesso modo la mancata trascrizione dei capitoli di prova non consente a questa Corte di verificarne la rilevanza e decisività. Infine la censura ex art. 116 c.p.c., è irritualmente dedotta traducendosi in una inammissibile richiesta di una ricostruzione più appagante per la ricorrente e differente da quella adottata dal giudice di merito;

con il terzo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame di un fatto storico decisivo, costituito dal tenore letterale della citata scrittura privata datata 18 giugno 2004, che prevedeva il pagamento rateale con decorrenza dal 20 giugno 2009 per la durata di cinque anni. Sotto tale profilo non avrebbe rilievo la circostanza che il giudizio di appello sarebbe stato introdotto con citazione notificata il 12 aprile 2016, in data successiva al termine di cinque anni, in quanto il giudice di secondo grado avrebbe dovuto decidere sulle circostanze prese in esame dal Tribunale al fine di valutare la correttezza della decisione;

il motivo è inammissibile per una pluralità di ragioni. In primo luogo perchè si tratta di una censura ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non consentita nell’ipotesi di doppia conforme, dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5. In secondo luogo, va ribadito anche con riferimento a tale motivo l’inammissibilità per violazione dell’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 6, riguardo al contenuto della scrittura privata datata 18 giugno 2004, soprattutto con riferimento alla circostanza secondo cui il pagamento rateale avrebbe dovuto decorrere dal 20 giugno 2009. Infine, al momento della instaurazione del giudizio di appello il termine era certamente scaduto e la pronunzia di accoglimento della domanda riconvenzionale è quella del giudice di secondo grado e, a quella data, va valutata la esigibilità del credito, trattandosi di termine di pagamento;

con il quarto motivo si lamenta la nullità della sentenza per motivazione inesistente o apparente, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 e art. 132 c.p.c., oltre all’omessa indicazione delle ragioni di diritto poste a fondamento della decisione, riguardo alla applicabilità del disposto dell’art. 345 c.p.c.. L’odierna ricorrente avrebbe dedotto, in sede di appello, la inammissibilità di quello incidentale proposto dalla controparte e su tale questione la Corte territoriale avrebbe omesso di pronunziarsi;

il motivo è inammissibile perchè dedotto in violazione dell’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 6. Parte ricorrente avrebbe dovuto, innanzitutto, trascrivere l’oggetto dell’eccezione di inammissibilità dell’appello incidentale, allegare il momento processuale nel quale la questione è stata ritualmente sollevata e localizzare, all’interno del fascicolo di legittimità, il documento in questione, non potendosi in alcun modo ritenere sufficiente il riferimento alle pagine 4-9 della comparsa conclusionale nel giudizio di appello “da intendersi integralmente trascritte e richiamate”;

con il quinto motivo si deduce la violazione dell’art. 333 c.p.c., in relazione all’art. 345 c.p.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3. In particolare, il giudice di primo grado aveva rigettato la domanda riconvenzionale e quelle considerazioni avrebbero dovuto essere confermate in sede di gravame in quanto il Tribunale aveva escluso la sussistenza dei presupposti per la decadenza dal beneficio del termine. Sotto altro profilo, con l’appello incidentale D.R.M. avrebbe introdotto un nuovo tema di indagine in violazione l’art. 345 c.p.c., facendo riferimento alla circostanza che il termine, nelle more, sarebbe ampiamente scaduto. Infatti, anche il giudizio di primo grado era stato deciso in data successiva all’asserita scadenza dell’ultima rata (20 maggio 2014), perchè l’udienza di precisazione delle conclusioni si era tenuta il 10 luglio 2015. Pertanto non sarebbe stato consentito introdurre un nuovo fatto costitutivo del diritto azionato;

il motivo è infondato. Secondo la ricorrente il progressivo maturare delle rate di scadenza costituirebbe un nuovo fatto, costituivo della pretesa creditoria, rispetto alla originaria domanda riconvenzionale. Pertanto, il Giudice di appello avrebbe dovuto rilevarne la inammissibilità, anche sensi dell’art. 345 c.p.c.;

la tesi è infondata poichè l’esigibilità del credito e, quindi, la decadenza dal beneficio del termine va correttamente valutata con riferimento al momento della decisione. Sotto tale profilo la statuizione della Corte d’Appello si pone in consapevole diverso avviso rispetto alla decisione del Tribunale poichè, nell’ambito di un unico rapporto, da valutare necessariamente in maniera unitaria, il giudice di secondo grado ha preso atto che l’eventuale inesigibilità del credito era venuta meno a causa del pacifico decorso del termine di cinque anni. Sotto tale profilo, pertanto, non ricorre alcuna “mutatio libelli”, ma neppure la semplice “emendatio libelli” e la Corte territoriale non avrebbe potuto violare il divieto di richiesta frazionata del credito, in plurimi giudizi, riferibili a ciascuna rata del medesimo rapporto (Cass. Sezioni Unite n. 4090 del 2017), poichè una siffatta statuizione si risolverebbe in un abuso del processo;

ne consegue che il ricorso deve essere rigettato; le spese del presente giudizio di cassazione liquidate nella misura indicata in dispositivo seguono la soccombenza. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315), evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese in favore del controricorrente, liquidandole in Euro 4200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza della Corte Suprema di Cassazione, il 6 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2021

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