Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11716 del 05/05/2021

Cassazione civile sez. III, 05/05/2021, (ud. 02/10/2020, dep. 05/05/2021), n.11716

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SESTINI Danilo – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26810/2018 proposto da:

A.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CASSIODORO,

9, presso lo studio dell’avvocato MATTEO NUZZO, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato MICHELE DALLA VALLE;

– ricorrenti –

contro

SFR SRL, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PRATI FISCALI

255, presso lo studio dell’avvocato IVANO BORAGINE, che l

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONIO LA MARCA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 419/2018 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 14/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

02/10/2020 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 14/3/2018 la Corte d’Appello di Genova – quale giudice del rinvio disposto da Cass. pen. 9671 del 2014 – ha accolto la domanda originariamente proposta dalla società S.F.R. s.r.l. nei confronti del sig. A.G. di risarcimento dei danni subiti in conseguenza del reato di danneggiamento e incendio p.p. agli artt. 423 e 424 c.p., dal quale quest’ultimo è stato con sentenza della Corte d’Appello pen. Genova 6/6/2012, in riforma della pronunzia del giudice penale di 1^ grado, assolto “per non aver commesso il fatto”.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito l’ A. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 4 motivi.

Resiste con controricorso la società S.F.R. s.r.l..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo il ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 112 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Con il 2 motivo denunzia “omesso esame” di fatto decisivo per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito non abbia pronunziato in ordine alla sollevata eccezione di “invalidità, inesistenza, inefficacia della procura alle liti asseritamente rilasciata dal rappresentante legale della società attrice e recata a margine dell’atto di citazione in riassunzione introduttivo del presente giudizio, e alla conseguente domanda di accertamento della nullità dell’atto di citazione stesso, e di ogni altro ad esso conseguente”.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte inammissibili e in parte infondati.

Va anzitutto osservato come lo stesso ricorrente deduca nei propri scritti difensivi che nell’impugnata sentenza la corte di merito ha dato atto dell’eccezione sollevata dall’allora parte appellata ed odierna ricorrente in ordine alla già in quella sede dedotta “invalidità, inesistenza, inefficacia, o come meglio ritenuto, della procura alle liti asseritamente rilasciata dal rappresentante legale della società attrice e recata a margine dell’atto di citazione in riassunzione introduttivo” del giudizio di rinvio disposto da Cass. pen. 9671 del 2014, con richiesta di conseguente declaratoria di “nullità dell’atto di citazione stesso” e pronunzia di “ogni necessario ed opportuno provvedimento”.

Il ricorrente fa ivi riferimento anche all’opposizione in sede di gravame al riguardo spiegata da controparte.

Orbene, atteso che in violazione del requisito a pena di inammissibilità richiesto all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, il ricorrente omette invero di debitamente riportare (nella parte strettamente d’interesse ai fini considerati) sia il ricorso in riassunzione de quo con la censurata procura in argomento che gli argomenti ivi posti a relativo sostegno della mossa censura, va al riguardo posto in rilievo come risulti ex actis fondato quanto dall’odierna controricorrente al riguardo eccepito secondo cui “all’atto di citazione in riassunzione era debitamente allegata la visura della CCIAA di Parma, dalla quale inequivocabilmente risultava chi fosse il legale rappresentante della SFR srl (cfr. pag. 20 dell’atto di citazione in riassunzione, contenuto, unitamente alla predetta visura, nel fascicolo di parte RG n. 631/2014, qui allegato n. 1). E in persona del legale rappresentante protempore della SFR srl la citazione in riassunzione del giudizio… introduce il relativo atto, con ciò fugando ogni possibile dubbio circa l’identità del sottoscrittore della procura alle liti. Inoltre più volte nel corpo del già citato atto introduttivo il signor F. era esplicitamente menzionato come legale rappresentante della SFR srl (cfr. pagg. 8 e 10 dell’atto di citazione in riassunzione di SFR)”.

Emerge a tale stregua evidente che la suindicata doglianza risulta invero nell’impugnata sentenza dalla corte di merito implicitamente rigettata.

Rigetto evidentemente fondato sul principio affermato da questa Corte in base al quale l’illeggibilità della firma del conferente la procura alla lite, apposta (in calce o) a margine dell’atto con cui sta in giudizio una società, esattamente indicata con la sua denominazione, è irrilevante quando il nome del sottoscrittore risulti dal testo della procura stessa, dalla certificazione d’autografia resa dal difensore, ovvero anche allorquando come nella specie sia con certezza desumibile dall’indicazione di una specifica funzione o carica che ne renda il titolare identificabile (nella specie, l’amministratore unico e legale rappresentante sig. F.R.) per il tramite dei documenti di causa o delle risultanze del registro delle imprese nonchè dallo stesso testo dell’atto (v. Cass., 10/4/2015, n. 7179. Cfr. altresì Cass., 27/4/2015, n. 8489).

Con il 3 motivo il ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 132 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Con il 4 motivo denunzia “omesso esame” di fatto decisivo per il giudizio, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che la corte di merito non abbia motivato in ordine al 1 episodio di incendio ma solo relativamente al 2.

I motivi sono infondati.

Come rimasto in sede di merito accertato, la vicenda attiene a due incendi di una cabina di trasformazione dell’impianto idroelettrico situato in località (OMISSIS) avvenuti l'(OMISSIS) e il (OMISSIS) in ordine ai quali l’ A. è stato in sede penale assolto dalla Corte d’Appello di Genova con pronunzia del 6/6/2012 per “non aver commesso il fatto”.

Pronunzia successivamente annullata – su ricorso della parte civile – da Cass. pen. 9671 del 2014 solamente “agli effetti civili”, con rinvio “al giudice civile competente in appello”.

Nell’impugnata sentenza il giudice del rinvio, movendo dalla “ricostruzione operata sia sulla base degli obiettivi elementi emersi” nel giudizio penale “soprattutto con riferimento al c.d. “indizio necessario”” evocato nella sentenza di cassazione (“ovvero quello che da solo consentirebbe di dimostrare per la stretta correlazione logica con lo stesso, il fatto ignoto da accertare”), nella specie costituito dall'”identità dei due gasoli rispettivamente rinvenuti sul luogo del sinistro (contenuto in una canna di libello) e all’altro dell’abitazione dell’ A.” invero “provenienti da un unico lotto, non riproducibile”, nel valutare le emergenze probatorie facendo legittimo esercizio dei propri poteri (v., da ultimo, Cass., 12/06/2019, n. 15859, ove si afferma che nel giudizio civile di rinvio ex art. 622 c.p.p., si determina una piena transiatio del giudizio sulla domanda civile, sicchè la corte di appello civile competente per valore, cui la S.C. in sede penale abbia rimesso il procedimento ai soli effetti civili, applica le regole processuali e probatorie proprie del processo civile; Cass., 25/6/2019, n. 16893, ove si pone in rilievo che il giudice civile investito della domanda di risarcimento del danno da reato ben può utilizzare, senza peraltro averne l’obbligo, come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale definito con sentenza passata in giudicato e fondare la propria decisione su elementi e circostanze già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede, essendo in tal caso peraltro tenuto a procedere alla relativa valutazione con pienezza di cognizione al fine di accertare i fatti materiali all’esito del proprio vaglio critico. Cfr. altresì Cass., 5/1/2020, n. 517, ove sottolinea come sia nel vigore dell’art. 541 c.p.c. del 1930 sia in base al vigente art:. 622 c.p.c., la sentenza penale assolutoria della responsabilità penale dell’imputato con rinvio al giudice civile per la decisione sul risarcimento del danno determini la separazione del rapporto penale da quello civile, sul quale non ha effetti il giudicato penale), il giudice del rinvio ha, nell’impugnata sentenza, posto al riguardo in rilievo che alla stregua del predetto indizio “tutti gli altri” (e in particolare la “reciprocità delle denunce ed azioni giudiziarie intraprese da entrambi, per ragioni personali ed economiche, legate alla costruzione, in comune, di un nuovo edificio”) hanno “trovato coerente spiegazione”, sicchè l'”operata ricostruzione” è risultata “vieppiù avvalorata sul piano indiziario…dal contesto di grave dissidio e di vera e propria inimicizia personale esistente da anni” tra l’odierno ricorrente e l’amministratore dell’odierna controricorrente sig. F.D., “quale ampiamente attestata e documentata in atti”, è pervenuta quindi a ravvisare sussistente nella specie la “responsabilità civile dell’ A.”, per avere “dolosamente cagionato entrambi gli incendi”, ulteriormente sottolineando che “il primo… è perfettamente modellato sul secondo per modalità operative, tempi ed effetti, nonchè perpetrato a distanza di tempo ravvicinata e nello stesso contesto” di conflittualità “con il F., legale rappresentante della SFR”.

Emerge dunque evidente come, diversamente da quanto dall’odierno ricorrente sostenuto, i giudici di merito hanno nell’impugnata sentenza preso in considerazione entrambi gli episodi di incendio; e come le deduzioni del medesimo, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in realtà si risolvano nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle sue aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).

Per tale via in realtà sollecita, cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443), solamente al giudice di merito spettando di individuare le fonti del proprio convincimento e a tal fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova.

All’inammissibilità e infondatezza dei motivi consegue il rigetto del ricorso.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 8.200,00, di cui Euro 8.000,00 per onorari e Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali ed accessori come per legge in favore della controricorrente.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 2 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2021

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