Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11702 del 27/05/2011

Cassazione civile sez. trib., 27/05/2011, (ud. 10/12/2010, dep. 27/05/2011), n.11702

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PIVETTI Marco – est. Presidente –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. POLICHETTI Renato – rel. Consigliere –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 16853/2007 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

L.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 4/2006 della COMM. TRIBUTARIA 2^ GRADO di

BOLZANO, depositata il 04/05/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/12/2010 dal Consigliere Dott. RENATO POLICHETTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per l’accoglimento per quanto di

ragione.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

L.A. propose ricorso avverso una cartella esattoriale emessa nei suoi confronti sulla base di una dichiarazione congiunta recante la firma – vera – del marito di lei e quella apparentemente sua che però essa assumeva essere falsa. Nel giudizio davanti alla Commissione tributaria provinciale la contribuente disconobbe la propria firma e l’Agenzia delle entrate non propose istanza di verificazione assumendo che l’autenticità della firma non era rilevante. La Commissione tributaria provinciale rigetto quindi l’opposizione ritenendo che la dichiarazione fosse comunque riferibile alla L. ma tale statuizione venne riformata dalla Commissione tributaria regionale la quale dette determinante rilievo al fatto della falsità della sottoscrizione.

L’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso deducendo i seguenti motivi:

– violazione dei principi generali in materia di dichiarazioni dei redditi;

– violazione dell’art. 216 c.p.c., e art. 2697 c.c.m e dei principi generali in materia di dichiarazioni dei redditi;

– violazione degli artt. 2727 – 2729;

– omessa motivazione.

Valutati nel loro complesso i motivi appaiono inammissibili ai sensi dell’art. 366 bis e comunque infondati. Va rilevato in premessa che la sentenza impugnata ha affermato che l’Agenzia delle entrate non aveva dato la prova che il coniuge della L. aveva avuto il consenso di quest’ultima ad apporre la sua firma apocrifa sulla dichiarazione e che quelli addotti dall’Amministrazione finanziaria erano tutt’al più labili indizi privi dei caratteri di gravità, precisione e concordanza richiesti dall’art. 2727. Il ricorso denunzia in verità vizio di motivazione e violazione dell’art. 2727 c.c., ma tali censure restano ad un livello di generalità ed astrattezza e non trovano alcuna specificazione argomentativa. Il primo quesito che chiede alla Corte di statuire “se, in forza dei principi generali in materia di dichiarazione dei redditi – la dichiarazione dei redditi presentata a nome di un soggetto e con firma apparentemente di quel soggetto ma apposta materialmente da altro soggetto, è valida e riferibile al soggetto in nome del quale la dichiarazione è presentata ove questi abbia consentito al fatto che l’altro soggetto firmasse col suo nome”, la risposta a tale interpello è poitiva, ma il tema controverso era se nella specie vi fosse e fosse stato dedotto e provato quel consenso o autorizzazione o mandato.

Il secondo motivo, quale rappresentato dal relativo quesito è inconferente e quindi inammissibile. Con esso si chiede alla Corte di dire se a fronte del disconoscimento della firma suddetta l’ufficio aveva l’onere di chiederne la verificazione onde imputare la dichiarazione alla contribuente. La ratio decidendi determinante della sentenza impugnata – come si evince dalla pur confusa motivazione – è che non era stata data prova sufficiente del consenso della moglie al marito ed era a questa ratio che dovevano essere rivolte le censure in particolare sotto il profilo del vizio di motivazione. E’ invece erronea la tesi che è sostenuta nel motivo in esame secondo cui era il contribuente a dover allegare e provare sia il carattere apocrifo della firma sia il fatto che la stessa fosse stata apposta senza il suo consenso. Posto che la dichiarazione e quindi la sua provenienza dal contribuente è alla base della pretesa azionata con la cartella è ovviamente onere dell’amministrazione dedurre e provare (anche con presunzioni) le circostanze di fatto idonea a dimostrare l’esistenza della dichiarazione e la sua imputabilità alla contribuente.

La risposta al secondo quesito è quindi negativa.

A proposito della lamentata violazione degli artt. da 2727 a 2729, prospettata sotto due profili, è opportuno evidenziare che la prova indiziaria ha gli stessi requisiti della prova rappresentativa e non è configurarle come prova dotata di un minor grado di persuasività.

Naturalmente, perchè alle presunzioni possa essere attribuita una sufficiente valenza probatoria è necessario esaminarle in combinazione, nel senso che a fronte di una serie di indizi, ciascuno di essi può ben essere compatibile con una realtà diversa ma dal loro insieme che si trae il convincimento di una certa realtà. La censura rivolta al ragionamento probatorio della sentenza impugnata – certamente non ineccepibile – non coglie quindi nel segno e si scontra comunque con l’insegnamento espresso da Cass. 945 del 2000 e dalla successiva sentenza 8770 del 2008, secondo cui “costituisce apprezzamento di fatto, non sindacabile in sede di legittimità, ove congruamente motivato, la valutazione in ordine alla sussistenza della prova del consenso del firmatario apparente, tale da configurare un conferimento, da parte di quest’ultimo, all’altro coniuge della rappresentanza negoziale ai fini della redazione e della sottoscrizione della dichiarazione congiunta, con conseguente esclusione della nullità dell’atto”.

Il quesito con cui si conclude il motivo in esame pare attribuire alla Corte di cassazione la funzione di decidere sulla conducenza o meno di un concreto elemento indiziario, cosa che la corte non può fare trattandosi di un giudizio di fatto, in ordine al quale la Corte può solo sindacare la motivazione ove la stessa sìa sottoposta ad adeguate e specifiche censure.

Al vizio di motivazione è invece dedicato l’ultimo motivo di ricorso, il quale è peraltro inammissibile per omessa identificazione specifica (il c.d. “momento di sintesi”) del fatto il cui accertamento positivo o negativo si assume essere stato mal motivato.

Vi sono evidenti giusti motivi per la compensazione delle spese.

P.Q.M.

– rigetta il ricorso;

compensa le spese.

Così deciso in Roma, il 10 dicembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2011

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