Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11673 del 07/06/2016

Cassazione civile sez. VI, 07/06/2016, (ud. 07/04/2016, dep. 07/06/2016), n.11673

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

A.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

MALINCONICO CARMINE giusta procura in calce al ricorso; (Ammesso

G.P.);

– ricorrente –

contro

UFFICIO DELLE DOGANE E DEI MONOPOLI, in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6136/28/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di NAPOLI del 28/10/2013, depositata il 17/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

07/04/2016 dal Consigliere Relatore Dott. CONTI ROBERTO GIOVANNI;

udito l’Avvocato MALINCONICO Carmine difensore del ricorrente che

si riporta al ricorso e chiede l’accoglimento.

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

L’Agenzia delle dogane emetteva a carico di A.G. alcuni avvisi di pagamento in ragione dell’uso di gasolio non conforme alla destinazione d’uso del detto combustibile. In esito alla definitività degli avvisi venivano notificate al contribuente n. 3 cartelle di pagamento emesse dal concessionario.

Il contribuente impugnava le cartelle innanzi alla CTP di Napoli che rigettava il ricorso con sentenza confermata in grado di appello dalla CTR della Campania – sent. n. 6136/28/14, depositata il 17.6.2014 -.

Secondo la CTR la definitività degli accertamenti propedeutici all’emissione delle cartelle impediva l’esame nel giudizio di questioni concernenti la fondatezza della pretesa tributaria che dovevano essere fatte valere con la tempestiva impugnazione degli atti accertativi. Aggiungeva che il prospettato difetto di motivazione della cartella – unico vizio che poteva essere esaminato – era infondato, contenendo le stesse indicazioni sufficienti in ordine al titolo ed importo della pretesa fiscale. Evidenziava che la CTP avrebbe dovuto dichiarare inammissibile il ricorso proposto nei confronti del solo ente creditore e non del concessionario.

La parte contribuente propone ricorso per cassazione affidato a tre motivi, al quale ha resistito l’Agenzia delle dogane con controricorso.

Con il primo motivo si deduce la violazione del principio di nullità degli atti giuridici. L’ufficio delle dogane aveva utilizzato atti irripetibili relativi al procedimento penale, mai notificati al contribuente e risalenti ad oltre 18 anni addietro.

Con il secondo motivo si deduce la violazione della L. n. 212 del 2000, art. 12. L’Ufficio aveva violato la disposizione anzidetta, basandosi su fatti mai accertati e senza contraddittorio, incidendo tali vizi sull’esistenza stessa della pretesa e dunque delle cartelle. Altra sentenza della CTP n. 299/22/09, passata in giudicato – aveva già annullato l’opposto avviso di accertamento n. 66/NA/2006 per gli stessi motivi addotti contro le cartelle esattoriali.

Con il terzo motivo si deduce il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

La CTR si era limitata ad evidenziare, rispetto alla violazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, la mancanza di elementi probatori offerti dalla parte appellante sulle violazioni delle garanzie previste da tale articolo. In realtà la prova del compimento delle verifiche in assenza del contribuente era conclamata dalla documentazione esibita dallo stesso ufficio.

L’Agenzia delle dogane ha chiesto che il ricorso fosse dichiarato inammissibile.

Il primo motivo di ricorso è manifestamente inammissibile introducendo una censura che non risulta proposta nell’ambito del ricorso in appello riprodotto in sintesi dallo stesso ricorrente e che nemmeno trova alcun riferimento nella sentenza impugnata. Ne consegue l’inammissibilità della censura proposta innanzi a questa Corte senza che la parte abbia documentato di averla prospettata ritualmente innanzi al giudice di merito. Il secondo motivo di ricorso è anch’esso inammissibile. La parte ricorrente deduce la violazione della L. n. 212 del 2000, art. 12 in tema di lesione del principio del contraddittorio ma non documenta nè che tale vizio sia stato posto come motivo di censura in appello, nè d’altra parte coglie la ratio dedicendi della sentenza impugnata, che ha fondato il rigetto dell’impugnazione sulla circostanza che non potevano essere posti nel giudizio relativo alla cartella questioni concernenti il merito della pretesa fiscale, una volta divenuti definitivi gli atti di accertamento propedeutici all’emissione delle cartelle. Parimenti inammissibile risulta il riferimento al giudicato formatosi su una sentenza di primo grado risalente ad epoca anteriore alla sentenza di appello che non poteva, dunque, essere ritualmente proposta per la prima volta in sede di legittimità.

Nè può tralasciare di evidenziarsi che di nessun pregio è la prospettata possibilità di esaminare nell’ambito del giudizio concernente la cartella questioni che inciderebbero sull’esistenza dell’atto e che ne determinerebbero l’inesistenza, non potendosi porre in discussione che la violazione del diritto al contraddittorio integra una violazione di legge incidente sulla legittimità dell’atto. Questione che non poteva che porsi, in via esclusiva, all’interno dell’eventuale giudizio da promuovere contro l’atto accertativo, come ha puntualmente affermato la CTR nella sentenza impugnata.

Anche il terzo motivo di ricorso è palesemente inammissibile. La censura concernente la motivazione della sentenza impugnata non prospetta il mancato esame di fatti controversi e decisivi per il giudizio – sui quali è limitato il sindacato di questa Corte per effetto della modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 –

applicabile al caso di specie – ma si appunta, ancora una volta, su questioni giuridiche senza ancora una volta cogliere la ratio della decisione impugnata, nella quale il giudice di appello ha escluso di potere esaminare questioni attinenti al merito della pretesa fiscale in ragione della definitività degli accertamenti, limitandosi ad esaminare la censura relativa al prospettato deficit motivazionale.

Sulla base di tali considerazioni il ricorso va rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo in favore dell’Agenzia delle dogane.

PQM

La Corte visti gli artt. 375 e 380 bis c.p.c..

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in favore della controricorrente in Euro 1800,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile, il 7 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 giugno 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA