Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11634 del 04/05/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/05/2021, (ud. 27/10/2020, dep. 04/05/2021), n.11634

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Presidente –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere –

Dott. BUFFA Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14532/2016 proposto da:

L.P.M.C., domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato SAVERIO ALOISIO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– controricorrente –

e contro

LICEO GINNASIO STATALE (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 131/2016 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 29/03/2016 R.G.N. 599/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

27/10/2020 dal Consigliere Dott. ROBERTO BELLE’;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VISONA’ Stefano, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato SAVERIO ALOISIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Palermo ha respinto il gravame proposto da L.P.M.C. avverso la sentenza del Tribunale di Trapani che aveva rigettato il ricorso volto ad ottenere, nei confronti del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (di seguito, MIUR) e del Liceo Ginnasio Statale (OMISSIS), l’annullamento della sanzione disciplinare della destituzione inflitta con decreto notificato in data 8 gennaio 2008.

La Corte ha ritenuto nuova, perchè sollevata solo in grado di appello e come tale inammissibile, l’eccezione di violazione del D.P.R. n. 3 del 1957, art. 97, secondo cui il procedimento disciplinare deve avere inizio, con la contestazione degli addebiti, entro 180 giorni dalla data in cui è divenuta irrevocabile la sentenza definitiva di proscioglimento (qui, per prescrizione) od entro 40 giorni dalla data in cui l’impiegato abbia notificato all’amministrazione la sentenza stessa, aggiungendo altresì che, comunque, l’appellante non aveva fornito la prova di avere notificato la sentenza all’Amministrazione.

La Corte distrettuale ha poi escluso che la L.P. potesse invocare i termini previsti dalla L. n. 97 del 2001, art. 5, comma 4, in quanto essi erano da ritenere relativi ai soli delitti indicati dell’art. 3, comma 1 della stessa Legge, così come inconferente era ritenuto la L. n. 19 del 1990, art. 9, in quanto ritenuto non pertinente rispetto a sentenze di proscioglimento per prescrizione; l’unico termine applicabile alla fattispecie era dunque quello previsto dal D.P.R. n. 3 del 1957, art. 120, “di cui tuttavia – si legge nella sentenza impugnata – non risulta provata la violazione, che va, tra l’altro, esclusa anche alla luce dell’esame degli atti del fascicolo del procedimento disciplinare”.

La Corte ha infine escluso l’incompetenza del Direttore Generale preposto all’Ufficio Scolastico Regionale della Sicilia, perchè, pur essendosi le condotte verificate quando la ricorrente lavorava in Provincia di (OMISSIS), essa, al momento della contestazione della sanzione, prestava servizio a (OMISSIS) ed ha anche ritenuto che i fatti fossero di gravità tale da giustificare la destituzione perchè in sede penale era stato comunque accertato, attraverso perizia grafica, che i certificati medici apparentemente rilasciati dal (medico) Dott. S. erano stati di fatto formati dalla L.P., la quale era stata trovata in possesso di timbri e di numerose certificazioni sanitari, attestanti la necessità di periodi di riposo predisposte su fogli scritti a mano.

2. La L.P. ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi, resistiti da controricorso del MIUR. Il Liceo (OMISSIS) è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo denuncia la violazione dei termini decadenziali di cui alla L. n. 19 del 1990, art. 9 e L. n. 97 del 2001, art. 5, entro cui andava applicata la sanzione della destituzione con riferimento alla data di conoscenza della sentenza penale irrevocabile di proscioglimento per prescrizione, nonchè rispetto alla data di avvio del procedimento disciplinare, in violazione altresì della L. n. 19 del 1990, art. 9,D.P.R. n. 3 del 1957, artt. 92,117 e 120, il tutto con riferimento all’ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3.

1.1 I primi termini di cui si assume la violazione sono quelli della L. n. 19 del 1990, art. 9 e della L. n. 97 del 2001, art. 5, comma 4.

Entrambe le norme stabiliscono un termine iniziale, a far data dalla comunicazione della sentenza “di condanna” in sede penale, per l’avvio (o la prosecuzione se già iniziato prima e poi sospeso) del procedimento disciplinare finalizzato all’irrogazione della sanzione espulsiva quale conseguenza della commissione di reati.

Questa Corte (Cass. 5 ottobre 2016, n. 19930) ha già stabilito, in difformità da quanto affermato dalla Corte territoriale, che i termini di decadenza di cui all’art. 5 cit. trovano applicazione a qualsiasi ipotesi di reato cui sia seguita sentenza definitiva di condanna e ciò sia per ragioni di ordine letterale (l’art. 5, comma 4, rinvia all’art. 3 della stessa legge ai soli fini dei soggetti interessati dalla sua disciplina e cioè chi sia “dipendente di amministrazioni o di enti pubblici ovvero di enti a prevalente partecipazione pubblica”) sia per ragioni sistematiche (l’art. 5 non richiama in alcun modo gli specifici reati, che sono menzionati da una diversa norma di quella legge – art. 3 – per i soli specifici fini di cui al trasferimento d’ufficio ivi regolato), in una complessiva logica (Corte Costituzionale 24 giugno 2004, n. 186) di “maggiore rigore per garantire il corretto svolgimento dell’azione amministrativa”.

Tuttavia, in disparte la questione sul rapporto tra la L. n. 97 del 2001, art. 5, comma 4 e la L. n. 1 del 1990, art. 9 (il fatto che le due norme regolino la medesima fattispecie pur stabilendo termini tra loro diversi sollecita in effetti un possibile problema di abrogazione della prima ad opera della seconda) ed in disparte altresì il fatto che anche la contrattazione collettiva ratione temporis avrebbe potuto stabilire termini diversi per la fattispecie di cui all’art. 5, comma 4 (v., sul tema, Cass. 1 luglio 2019, n. 17639 ed altre precedenti conformi), decisivo ed assorbente il rilievo per cui il riferimento alla sentenza di condanna ed a termini decadenziali consequenziali alla sua conoscenza non si presta in alcun modo ad essere esteso a sentenze diverse tra cui, come nel caso di specie, alla pronuncia di proscioglimento per prescrizione.

E’ infatti di assoluta evidenza che l’accertamento dei fatti quale consegue ad una sentenza di condanna penale definitiva rende il procedimento disciplinare di regola assai più semplice di quanto avviene a fronte di una pronuncia di proscioglimento o di assoluzione.

In presenza di una sentenza di condanna, la P.A. deve infatti procedere soltanto all’apprezzamento del rilievo disciplinare di una condotta già irrevocabilmente accertata in sede penale e con effetti vincolanti quanto alla sussistenza del fatto, alla sua illiceità penale ed all’affermazione che l’imputato lo ha commesso ai sensi dell’art. 653 c.p.p., comma 1-bis, immediatamente applicabile, ai sensi della L. n. 97 del 2001, art. 10, comma 1, anche ai procedimenti disciplinari in corso e quindi certamente a quelli, come è nel caso di specie, in cui la contestazione è stata successiva all’ultimazione del processo penale.

In caso di assoluzione l’attività è diversa, dovendosi apprezzare se, nonostante gli effetti della pronuncia (art. 653 c.p.p., comma 1), persistano profili di rilievo disciplinare e sicuramente più complessa è l’attività in caso di sentenza di proscioglimento per prescrizione, in quanto essa rende necessario un accertamento autonomo dei fatti.

In definitiva, per quanto la legislazione successiva (art. 55-ter, u.c., qui non applicabile ratione temporis) abbia unificato i termini rispetto a tutte le tipologie di pronuncia penale, l’autonomia delle diverse ipotesi non consente, anche per la portata decadenziale, l’applicazione alla sentenza di proscioglimento delle regole illo tempore (sull’inapplicabilità dell’art. 55-ter rispetto a procedimento disciplinare aperti prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 150 del 2009, art. 90, v. Cass. 17 maggio 2017, n. 12358) dettate per la sola sentenza definitiva di condanna.

Il motivo pertanto non giova alla ricorrente perchè i termini in parte qua invocati non riguardano il caso di specie.

1.2 Nel contesto del medesimo motivo, la ricorrente assume che la P.A. avrebbe violato la L. n. 97 del 2001, art. 10, comma 3, secondo cui il procedimento disciplinare, per i casi in cui i fatti fossero stati commessi prima dell’entrata in vigore di tale legge, ma perseguiti successivamente, va instaurato nel termine di 120 giorni dalla conclusione del procedimento penale con sentenza irrevocabile.

La ricorrente rimarca come tale norma non sia limitata alle sentenze di condanna e lamenta che la Corte territoriale abbia ingiustificatamente negato l’applicazione di tale termine al caso di specie.

Quest’ultima affermazione non può essere condivisa e comunque essa risulta insufficientemente specificata dalla parte ricorrente.

Nella sentenza impugnata, infatti, il tema dell’applicazione della L. n. 97 del 2001, risulta affrontato solo con riferimento al disposto dell’art. 5, comma 4, in relazione al rinvio da esso operato all’art. 3, comma 1, su cui si è già detto e ciò in forza di un motivo che la stessa Corte d’Appello ricostruisce come riguardante queste ultime norme.

E’ peraltro ovvio che, riguardando l’art. 5, comma 4, secondo quanto già si è detto, le sole sentenze definitive di condanna, ne deriva parimenti l’applicabilità esclusivamente a quelle anche dell’art. 10, comma 3, che è la norma transitoria per i procedimenti riguardanti fatti anteriori all’introduzione della nuova disciplina: sul riferimento di quest’ultima norma alle sentenze di condanna, come regola di diritto transitorio, v. Corte Costituzionale 24 giugno 2004 n. 186, la quale ha ritenuto l’illegittimità costituzionale della norma nella parte in cui prevedeva “l’instaurazione dei procedimenti disciplinari entro centoventi giorni dalla conclusione del procedimento penale con sentenza irrevocabile di condanna, anzichè entro il termine di novanta giorni dalla comunicazione della sentenza all’amministrazione o all’ente competente per il procedimento disciplinare”.

Inoltre, la ricorrente neppure precisa per quale ragione, pur discorrendosi di una sentenza ricevuta il 6.3.2007 e di una contestazione del 12.4.2007, potrebbe aversi per violato il termine di 120 giorni per l’inizio o la ripresa del procedimento sanzionatorio di cui al citato art. 10, comma 3.

1.3 In definitiva resta confermato il principio per cui “per il periodo antecedente l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 150 del 2009, ai procedimenti disciplinari dei docenti della scuola pubblica – soggetti, del D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 55, comma 10, ad un regime particolare rispetto a quello stabilito per la generalità dei dipendenti di cui all’art. 2, comma 2, dello stesso D.Lgs., basato sull’inapplicabilità delle norme del T.U. n. 3 del 1957, con la decorrenza stabilita dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 72, comma 4 – si applicano le disposizioni di cui del D.P.R. n. 3 del 1957, artt. da 100 a 123, richiamati attraverso il rinvio al D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 507, al quale fanno riferimento anche tutti i c.c.n.l. del Comparto Scuola nel periodo considerato, a partire da quello per il quadriennio 1994-1997; ne consegue che, nel periodo indicato, continua a trovare applicazione del D.P.R. n. 3 del 1957, art. 120, secondo cui il procedimento disciplinare si estingue quando siano decorsi novanta giorni dall’ultimo atto “senza che nessun ulteriore atto sia stato compiuto” (Cass. 30 novembre 2018, n. 31085), esattamente come ha concluso la Corte territoriale, senza che vi sia più questione sul rispetto del predetto termine “endoprocedimentale”.

2. Con il secondo motivo la L.P. ribadisce l’incompetenza dell’Ufficio irrogante la sanzione.

2.1 In fatto è pacifico che le condotte poi sanzionate (falsificazione di certificati medici per giustificare le assenze dal servizio) siano state poste in essere quando la ricorrente lavorava in Provincia di (OMISSIS).

Essa successivamente si è trasferita a lavorare in provincia di (OMISSIS) e successivamente a tale trasferimento è stata inoltrata nei suoi confronti la contestazione disciplinare, a cura del Dirigente Scolastico della provincia di (OMISSIS). L’irrogazione della sanzione risale poi al gennaio 2008 ed è stata posta in essere, secondo quanto afferma la Corte territoriale, dal Dirigente preposto all’Ufficio Scolastico Regionale della Sicilia, in coerenza con la previsione a quel punto applicabile ratione temporis del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 498 (quale modificato dal D.L. n. 147 del 2007, conv. con mod. in L. n. 17 del 2007 e solo successivamente abrogato dal D.Lgs. n. 150 del 2009), secondo cui “organo competente per l’irrogazione delle sanzioni di cui all’art. 492, comma 2, lett. b), c), d) ed e), è il dirigente preposto all’ufficio scolastico regionale”. Secondo la Corte territoriale, competente per l’irrogazione della sanzione era il Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale della sede di servizio della lavoratrice al momento della contestazione, così come già ritenuto dal giudice di primo grado, attraverso il richiamo al D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 503, comma 1, lett. b).

La ricorrente sottolinea tuttavia come l’art. 503 cit., così come il CCNL di comparto, pur prevedendo la competenza del Dirigente e del Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale, non precisano se il riferimento vada alla regione ove la lavoratrice operava nel momento in cui fu posto in essere l’illecito o quella il cui essa prestava servizio al momento della contestazione e dello svolgimento del procedimento disciplinare. Secondo la ricorrente, a fronte di tale incertezza, i giudici di appello non avrebbero motivato compiutamente le ragioni del raggiunto convincimento giuridico, da essa comunque ritenuto errato.

2.2 Premesso che, rispetto ad una questione di mero diritto, non può porsi un’impugnazione per difetto di motivazione, sussistendo per le relative censure lo specifico motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, va comunque detto che le conclusioni della Corte territoriale sono da condividere.

Poichè la contestazione risale all’aprile 2007, vale poi il già richiamato principio per cui, ratione temporis, si applicano le disposizioni del D.P.R. n. 3 del 1957, artt. da 100 a 123 (cfr. Cass. 31085/2018, nella massima sopra citata) e ciò giustifica il comportamento della P.A. che, al di là della misura cautelare adottata medio tempore, ha differito l’azione disciplinare all’esito del processo penale, come previsto dal D.P.R. n. 3 del 1957, art. 117, applicabile in ragione di quanto sopra detto.

Questa Corte ha in effetti già ritenuto che “in materia di pubblico impiego contrattualizzato, la competenza ad avviare e concludere il procedimento disciplinare, nella vigenza del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55 (anteriormente all’aggiunta dell’art. 55-bis ad opera del D.Lgs. n. 150 del 2009), è dell’ufficio per i procedimenti disciplinari del luogo, ossia della sede lavorativa, dove il lavoratore prestava servizio quando i fatti, come conosciuti dall’amministrazione, hanno assunto evidenza disciplinare, senza che rilevi il successivo trasferimento del lavoratore medesimo ad altra sede appartenente alla stessa P.A., ancorchè gravante nella sfera di competenza di altro ufficio disciplinare” (Cass. 21 febbraio 2017, n. 4447).

Tale principio non può tuttavia riguardare l’ipotesi in cui vi sia stato il differimento della contestazione disciplinare all’esito del giudizio penale, perchè in tale ipotesi la notizia che assume effettiva rilevanza, a fini decadenziali come anche poi di competenza, non può non essere quella che si rende disponibile dall’esito definitivo di tale processo, in quanto è dagli accertamenti del processo penale che deriva, in tali casi, l’effettiva consistenza e fondatezza dei fatti da addebitare.

Pertanto, tenuto conto che le misure sono destinate ad incidere su un rapporto di lavoro ormai in corso presso quella diversa sede e del fatto che il procedimento disciplinare coinvolge anche il lavoratore ivi presente, non vi è alcuna ragione per ritenere che la contestazione debba radicarsi territorialmente, in tali casi, presso gli uffici ove erano state poste in essere le condotte illecite e non presso quelli territorialmente pertinenti al luogo ove nel frattempo il lavoratore si sia trasferito a prestare servizio per il medesimo datore pubblico.

Il motivo va pertanto respinto.

3. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta la mancanza di proporzionalità della sanzione e sottolinea l’assenza di vincoli derivanti dagli accertamenti penali, stante il sopravvenire della sentenza di proscioglimento per prescrizione.

3.1 Il motivo è inammissibile.

Intanto esso, pur muovendo dalla trascrizione del passaggio della sentenza di appello sulla tema della proporzione della sanzione, di cui afferma genericamente la non condivisibilità, si sviluppa poi integralmente attraverso considerazioni che hanno riguardo alla decisione datoriale, invece che alle (ampie) motivazioni addotte dalla Corte territoriale nel valutare il predetto profilo.

La Corte d’Appello ha infatti ritenuto la fondatezza dell’addebito, sulla base della perizia del processo penale da cui emergeva la falsificazione delle firme e del sequestro dei timbri apposti sui certificati presso l’abitazione della ricorrente e della sorella. Su tale base, ha quindi sottolineato il dolo e l’uso di mezzi fraudolenti per ingannare il datore di lavoro, con comportamento ritenuto tale da compromettere la funzione di modello educativo che la figura del docente deve assumere verso gli alunni e nel contesto della comunità scolastica, oltre che inadeguato a chi svolga una pubblica funzione.

Tali argomentazioni, in sè idonee sia ad integrare i generici presupposti di compromissione della fiducia datoriale, sono del tutto coerenti con la specifica previsione di cui al D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 498 (lettera a: grave contrasto con i doveri inerenti alla funzione; lettera b) attività dolosa che abbia portato grave pregiudizio – qui da intendersi come morale – alla scuola, alla pubblica amministrazione, agli alunni, alle famiglie) e sulla base di esse la Corte ha espressamente escluso altresì che potesse avere alcun rilievo la condotta tenuta successivamente alla cessazione della sospensione cautelare.

A fronte di tale completa valutazione, il motivo risulta del tutto generico, insistendo sull’eccessività, sui comportamenti successivi e sul periodo di sospensione cautelare senza stipendio sopportato, con ciò mostrando di risultare essenzialmente finalizzato ad una rilettura del merito, sicuramente inammissibile in sede di legittimità (Cass. 4 agosto 2017, n. 19547; Cass., S.U., 25 ottobre 2013, n. 24148; Cass. 9 agosto 2007, n. 17477).

4. All’integrale rigetto del ricorso segue la regolazione secondo soccombenza delle spese del grado, nei riguardi della parte che ha resistito.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 27 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 4 maggio 2021

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