Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11631 del 16/06/2020

Cassazione civile sez. VI, 16/06/2020, (ud. 19/02/2020, dep. 16/06/2020), n.11631

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31017-2018 proposto da:

L.O., L.N., L.E.,

L.C., nella qualità di eredi di L.M.,

L.F.A. in proprio e nella qualità di Procuratore Generale di

L.F. e L.M.R., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA TACITO 41, presso lo studio dell’avvocato RAFFAELE

MIRIGLIANI, che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

COMUNE DI CROTONE, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato CATERINA DI BARTOLO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 487/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 14/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 19/02/2020 dal Consigliere Relatore Dott. PARISE

CLOTILDE.

Fatto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. I ricorrenti L.F.A., in proprio e in qualità di procuratore generale di L.F. e L.M.R., L.C., L.O., L.N. e L.E., in qualità di eredi di L.M., impugnano, con un solo motivo, la sentenza n. 487/2018, depositata il 14-3-2018, della Corte d’Appello di Catanzaro che, dopo aver sospeso il termine per la proposizione del ricorso per cassazione, ha rigettato la domanda dagli stessi proposta avente ad oggetto la revocazione, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4, della sentenza n. 298/2017 resa dalla Corte d’appello di Catanzaro in data 22 febbraio 2017. La Corte territoriale, con la sentenza di cui si chiede la cassazione, ha ritenuto che nel caso di specie non fosse ravvisabile errore revocatorio, ma errore di valutazione, in quanto incidente sulla corretta interpretazione complessiva degli atti del processo e del comportamento processuale delle parti. In particolare erano state mal interpretate le espressioni degli attori e del Comune di Crotone, che avevano dato comune parere di adesione solo in ordine ad uno dei preliminari dati di valutazione, ossia alla stima del valore di mercato individuato dal C.T.U., e non, invece, al metodo utilizzato dallo stesso consulente ed al calcolo finale, ottenuto mediante decurtazione del 40% del valore venale del suolo sulla scorta di norme dichiarate incostituzionali.

Il Comune di Crotone resiste con controricorso.

I ricorrenti hanno depositato memoria illustrativa.

2. Con unico articolato motivo i ricorrenti denunciano la violazione per falsa applicazione dell’art. 395 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Rilevano che la Corte territoriale, pur dando atto dell’errore lamentato, non ha fatto corretta applicazione dell’art. 395 c.p.c. citato, ricorrendo nella specie travisamento del fatto, riconducibile a calcolo errato, denunciabile solo con istanza di revocazione.

3. Il motivo è infondato.

3.1. Secondo il costante orientamento di questa Corte, al quale il Collegio intende dare continuità, l’errore revocatorio è quello che consiste in una mera svista di carattere materiale o meramente percettivo, riferita a fatti univocamente ed incontestabilmente percepibili nella loro ontologica esistenza e quindi insuscettibili di diverso apprezzamento; e mai può allora rilevare, a questi fini, un errore che implichi un benchè minimo margine di apprezzamento o di valutazione o di giudizio per la sussunzione del fatto (Cass. Sez. U. n. 23306/2016).

2.2. Nel caso di specie l’errore non presenta le connotazioni di immediata e univoca percepibilità nel senso precisato da questa Corte. Non è, infatti, dato evincere l’errore lamentato dai ricorrenti in base al percorso argomentativo di cui alla sentenza n. 298/2017 della Corte d’appello di Catanzaro censurata con l’istanza di revocazione, che, nella parte di interesse, è del seguente tenore: “le parti, concordemente, hanno chiesto di utilizzare, al fine di determinare l’indennità di occupazione, le conclusioni alle quali era pervenuto l’ing. P., senza disporre – anche per ragioni di economia processuale – nuova C.T.U.”. L’indennità di occupazione è stata liquidata dalla Corte territoriale con la citata sentenza n. 298/2017 in base al valore venale del suolo decurtato del 40%, così quantificato nel calcolo finale del C.T.U., facendo applicazione di norme dichiarate incostituzionali.

L’errore, da cui è conseguita l’individuazione di un valore di stima del suolo non corrispondente a quello venale e di legge perchè decurtato nei termini di cui si è detto, è configurabile come relativo all’interpretazione degli atti processuali e del comportamento delle parti. Come puntualizzato nella sentenza impugnata e non censurato dalle parti, nel giudizio di merito gli attori avevano indicato come congrua la stima del valore di mercato del suolo determinata dal C.T.U., non anche il calcolo finale effettuato dal medesimo.

Ciò posto, l’errore non è, quindi, percepibile icto oculi, ma rilevabile solo se mediato dall’esame degli atti processuali delle parti e dal confronto con le risultanze della C.T.U., ed è frutto di una conseguente, del pari errata, valutazione circa il difetto di contestazione inerente un dato di fatto, effettuata in difformità dalle risultanze processuali e probatorie.

In tema d’interpretazione degli atti processuali, è consentito alla parte di censurare, con riferimento al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il significato attribuito dal giudice di merito alle affermazioni espresse negli atti difensivi, deducendo la specifica violazione dei criteri di ermeneutica contrattuale di cui agli artt. 1362 e ss. c.c., la cui portata è generale (Cass. n. 16057/2016).

Questa Corte ha, altresì, chiarito che la pronunzia del giudice, che si assuma erronea, sull’esistenza di uno o più fatti ritenuti pacifici per difetto di contestazione, costituisce frutto non di un errore meramente percettivo, ma di un’attività valutativa, nel senso che il giudice stesso, postasi la questione della mancanza di contestazioni in ordine all’esistenza di uno o più fatti determinati, l’ha risolta affermativamente all’esito di un giudizio, di per sè incompatibile con l’errore di fatto e non idoneo, quindi, a costituire motivo di revocazione a norma dell’art. 395 c.p.c., n. 4 (Cass. n. 7488/2011).

3. In conclusione, il ricorso va rigettato e le spese del giudizio di legittimità possono essere interamente compensate tra le parti, in considerazione della natura delle questioni trattate. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto (Cass. n. 23535/2019).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 19 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 giugno 2020

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