Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11631 del 07/06/2016


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Cassazione civile sez. lav., 07/06/2016, (ud. 12/04/2016, dep. 07/06/2016), n.11631

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. TORRICE Amelia – rel. Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

D.S., C.F. (OMISSIS), elettivamente

domiciliato in ROMA, PIAZZA PITAGORA 9/A, presso lo studio

dell’avvocato LO PRESTI PAOLO MARIA, rappresentato e difeso

dall’avvocato BONANNO GIULIO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

COMUNE CEFALU’, C.F. (OMISSIS), in persona del Sindaco pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA E. DUSE 35, presso

lo studio dell’avvocato COLONNA ROMANO GIOVANNI, rappresentato e

difeso dall’avvocato TORRE ATTILIO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 371/2014 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 31/03/2014 R.G.N. 2808/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/04/2016 dal Consigliere Dott. TORRICE AMELIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA MARIO che ha concluso per l’inammissibilità o rigetto del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con la sentenza n. 371/2014 in data 31.3.2014 la Corte di Appello di Palermo, in riforma della sentenza del Tribunale di Termini Imerese, ha respinto il ricorso proposto da D.S. nei confronti del Comune di Cefalù ed ha dichiarato la legittimità del licenziamento disciplinare intimato da quest’ultimo al D. in data 19.3.2012.

2. Queste le ragioni che sorreggono la decisione.

3. Trovava applicazione il termine previsto dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-ter, trattandosi di riapertura del procedimento disciplinare, sospeso per la pendenza del procedimento penale, e non quello previsto dall’art. 55 bis del cit. D.Lgs. per l’avvio del procedimento disciplinare.

4. Alla data di comunicazione al lavoratore della riattivazione del procedimento disciplinare, avvenuta il 2.1.2012, non era spirato il termine di sessanta giorni, di cui all’art. 55-ter, decorrente dalla comunicazione inoltrata dal difensore del Comune, parte civile, nel processo in data 11.11.2011.

5. L’accertamento sulla riapertura dell’originario procedimento disciplinare, sospeso per la pendenza del processo penale, determinava l’assorbimento della questione, posta dal D., relativa alla inapplicabilità della sanzione espulsiva in relazione alla imputazione del solo reato di falso. L’art. 25, n. 8, lett. c) del CCNL per le Regioni e le Autonomie Locali del 22.1.2004, in combinato disposto con l’art. 3 del CCNL del 2008, prevedeva, infatti, la sanzione del licenziamento senza preavviso nel caso di condanna per i reati di cui alla L. n. 97 del 2001, art. 3, comma 1, tra i quali era ricompreso anche il reato di peculato di cui all’art. 314 c.p., per il quale il lavoratore era stato condannato con sentenza in data 20.9.2011, ed oggetto della contestazione disciplinare.

6. Era inammissibile, perchè nuova, l’eccezione di carenza di potere dell’organo che aveva esercitato l’azione disciplinare, formulata sul rilievo che la dottoressa D.F. non era in possesso della qualifica dirigenziale e sull’assunto dell’inesistenza nell’organigramma del Comune dell’Ufficio per i procedimenti disciplinari.

7. In ogni caso, l’intestazione della documentazione relativa al procedimento disciplinare, acquisita agli atti del giudizio, attestava che essa proveniva dall’Ufficio per i procedimenti disciplinari di cui la D.F. era responsabile.

8. Erano infondate le deduzioni del D. sulla sproporzione tra la sanzione adottata e la condotta addebitata, non essendo la gravità sminuita dalla condotta tenuta dal medesimo successivamente al giudizio penale e non riscontrandosi nella sentenza di patteggiamento alcun elemento idoneo a far dubitare della fondatezza delle accuse.

9. Avverso detta sentenza il D. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, al quale ha resistito con controricorso il Comune di Cefalù.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

10. Occorre premettere che la decisione oggi impugnata ha fatto riferimento alla sentenza della stessa Corte di Appello di Palermo n. 1811 del 4.7.2013, che ha respinto il ricorso proposto dal D., avente ad oggetto il precedente licenziamento adottato nei suoi confronti in data 11.8.2011 dal Comune di Cefalù. Lo stesso procedimento è oggetto di richiamo anche nel controricorso (cfr. pg.

17).

11. Il Collegio ha verificato che, con ordinanza n. 24870/2015, questa Corte ha dichiarato l’improcedibilità del ricorso notificato in data 13/11/2013 e l’inammissibilità di quello notificato in data 27/2/2014, entrambi proposti dal D. nei confronti della sentenza n. 1811 del 4.7.2013 della Corte di Appello di Palermo.

12. Nondimeno, pur se sussiste, il rilievo officioso del giudicato, la mancata produzione di detta sentenza osta alla dichiarazione di inammissibilità del presente ricorso per carenza di interesse ad agire del D..

13. I motivi del ricorso.

14. Con il primo motivo il ricorrente denuncia errata e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis, comma 2, sostenendo che la contestazione disciplinare in data 2.1.2012 era stata effettuata oltre il termine di venti giorni previsto da detta disposizione, decorrente dal 11.11.2011, data di comunicazione della sentenza penale effettuata dal difensore del Comune.

15. Deduce che, comunque, il termine per l’inizio del procedimento disciplinare doveva farsi decorrere dal 28.10.2011, termine entro il quale la cancelleria del giudice che aveva pronunziato la sentenza di condanna del 28.9.2011, avrebbe dovuto procedere alla sua comunicazione ai sensi del D.Lgs. n. 150 del 2009, art. 70.

16. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia errata e falsa applicazione dell’art. 3, comma 8, lett. c) del CCNL per le Regioni e le Autonomie Locali e del D.Lgs. n. 165 del 2001, sostenendo che in mancanza di Regolamento disciplinare da parte del Comune, occorreva tenere conto del sistema di gradualità e proporzione delle sanzioni disciplinari previsto nell’art. 25 del CCNL del 2004 e nell’art. 3 del CCNL del 2008.

17. Sostiene che, per espressa previsione dell’art. 3, comma 8 del CCNL del 2008 e del D.Lgs. n. 267 del 2000, artt. 58 e 59, al personale dipendente degli enti locali si applicherebbe la disposizione contenuta nel punto a) che prevede il licenziamento senza preavviso nel caso di condanna per il reato di cui all’art. 316 c.p. e non quella contenuta nel punto c), applicabile al personale dipendente da enti diversi da quelli locali. Lamenta che la Corte territoriale avrebbe omesso di considerare che la L. n. 97 del 2001, art. 5, comma 2 prevede che il licenziamento senza preavviso deve essere irrogato in caso di condanna passata in giudicato ad una pena non inferiore a tre anni per il delitto di cui all’art. 314 c.p..

Deduce che la Corte territoriale avrebbe dovuto rivalutare i fatti per la formulazione del giudizio di proporzionalità tra i fatti addebitati e la sanzione adottata, attesa l’irrilevanza della sentenza di patteggiamento nel giudizio civile.

18. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 59, comma 4, trasfuso nel D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55, deducendo che il Comune non aveva individuato l’ufficio competente per i procedimenti disciplinari.

19. Esame dei motivi.

20. Il primo motivo è inammissibile nella parte in cui denuncia errata e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 55-bis, comma 2, in quanto la statuizione che ha ritenuto applicabile il termine di cui all’art. 55 ter, comma 4, sul rilievo che si trattava di ipotesi di riapertura del procedimento sospeso, all’esito del processo penale, non è stata oggetto di alcuna censura.

21. E’, del pari, inammissibile nella parte in cui deduce, all’interno del perimetro di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e in assenza di censura di omessa statuizione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, che il termine di riapertura del procedimento disciplinare, decorrerebbe dalla data di scadenza del termine di cui al D.Lgs. n. 150 del 2009, art. 70. Il ricorrente, infatti, non specifica se e in quale atto processuale la questione sia stata posta all’attenzione della Corte territoriale.

22. Il secondo motivo è inammissibile in quanto non muove alcuna censura alla sentenza nella parte in cui, in maniera specifica e puntuale, ha spiegato che la sanzione espulsiva era correlata dall’art. 25, n. 8, lett. c) del CCNL del 2004 e dall’art. 3 del CCNL del 2008 al reato di cui all’art. 314 c.p., ricompreso tra i delitti previsti dalla L. 27 marzo 2001, n. 97, art. 3, comma 1, oggetto di contestazione in sede di riapertura del procedimento disciplinare e per il quale il lavoratore era stato condannato in sede penale.

23. Nella parte in cui deduce la necessità di una rivalutazione dei fatti contestati ai fini della formulazione del giudizio di proporzionalità il motivo è, del pari, inammissibile in quanto non formula alcuna censura nei confronti della sentenza che ha affermato che la gravità non era sminuita dalla condotta tenuta dal lavoratore successivamente al giudizio penale e che nella sentenza di patteggiamento non si riscontrava alcun elemento idoneo a far dubitare della fondatezza delle accuse.

24. Il terzo motivo è inammissibile.

25. Come già in precedenza osservato (cfr. punto 6 di questa sentenza) la Corte Territoriale ha ritenuto inammissibile, perchè nuova, l’eccezione di carenza di potere dell’organo che aveva esercitato l’azione disciplinare, formulata sul rilievo che la dottoressa D.F. non era in possesso della qualifica dirigenziale e sull’assunto dell’inesistenza nell’organigramma del Comune dell’Ufficio per i procedimenti disciplinari. Detta affermazione, che costituisce “ratio decidendi” autonoma rispetto alla decisione di rigetto nel merito di dette eccezioni (cfr. punto 7 di questa sentenza), non è stata oggetto di alcuna censura.

26. Trova, quindi, applicazione il principio secondo cui, ove la sentenza sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, l’omessa impugnazione di una di tali ragioni rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non impugnata, non potrebbe produrre in nessun caso l’annullamento della sentenza (Cass. SSUU 7931/2013; Cass. 3380/2011; Cass. Ord. 22753/2011).

27. Va, in conclusione, dichiarata l’inammissibilità del ricorso.

28. Le spese seguono la soccombenza.

29. Deve darsi atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, che sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte:

Dichiara l’inammissibilità del ricorso.

Condanna il ricorrente alla refusione delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 3.000,00 per compensi professionali ed in Euro 100,00 per esborsi, oltre 15% per rimborso spese generali forfettarie, oltre IVA e CPA. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 giugno 2016

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