Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1163 del 18/01/2018


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Civile Ord. Sez. L Num. 1163 Anno 2018
Presidente: NOBILE VITTORIO
Relatore: NEGRI DELLA TORRE PAOLO

ORDINANZA

sul ricorso 23265-2013 proposto da:
POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. 97103880585, in persona
del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA VIA DELLE TRE MADONNE 8, presso
lo studio dell’avvocato MARCO MARAZZA, che la
rappresenta e difende, giusta delega in atti;
– ricorrente contro
2017
3727

PERONI PIERLUIGI, domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR
presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI
CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato
MARIA RITA PUGLIA, giusta delega in atti;
– controricorrente –

Data pubblicazione: 18/01/2018

avverso la sentenza n. 970/2012 della CORTE D’APPELLO

di ANCONA, depositata il 16/10/2012 R.G.N. 199/2009.

R.G. 23265/2013

Premesso
che con sentenza n. 970/2012, depositata il 16 ottobre 2012, la Corte di appello di
Ancona ha confermato la pronuncia di primo grado, nella parte in cui il Tribunale di Ascoli
Piceno, in accoglimento del ricorso di Pierluigi Peroni, aveva ritenuto illegittimo il termine
apposto al contratto di lavoro stipulato dallo stesso e dalla società Poste Italiane S.p.A.,

organizzative e produttive anche di carattere straordinario conseguenti a processi di
riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più funzionale riposizionamento di risorse sul
territorio, anche derivanti da innovazioni tecnologiche, ovvero conseguenti
all’introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie, prodotti o servizi nonché
all’attuazione delle previsioni di cui agli Accordi del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre
2001 e 11 gennaio, 13 febbraio e 17 aprile 2002, congiuntamente alla necessità di
espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie dovute a tutto il personale
nel periodo estivo”;
che la Corte di appello ha peraltro, con la sentenza in oggetto, riformato la pronuncia di
primo grado nella parte relativa alle conseguenze di ordine risarcitorio, che il Tribunale
aveva determinato nell’ammontare delle retribuzioni maturate a favore del lavoratore a
decorrere dalla data di costituzione in mora, commisurandole, in applicazione dell’art. 32,
comma 5, I. n. 183/2010, a otto mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre
interessi legali e rivalutazione monetaria;
che nei confronti di detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società con tre
motivi;
che il lavoratore ha resistito con controricorso, assistito da memoria;

rilevato
che, con il primo motivo, la società ricorrente, deducendo la violazione degli artt. 1372 e
1175 c.c., censura la sentenza impugnata per avere ritenuto insufficiente, ai fini della
risoluzione per mutuo consenso, il periodo di tempo (oltre quattro anni) trascorso tra la
cessazione del rapporto a termine e l’offerta della prestazione lavorativa;
che, con il secondo, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, la ricorrente
censura la sentenza per avere ritenuto non provato il nesso di causalità tra le esigenze
poste a base dell’apposizione del termine e la specifica assunzione del Peroni, nonostante
il riferimento nel contratto agli accordi sindacali del 2001-2002 in tema di mobilità e di
riposizionamento delle risorse sul territorio, ed inoltre per avere del tutto omesso di
considerare che il lavoratore era stato assunto anche per ragioni di carattere sostitutivo;
1

relativamente al periodo da 3 luglio 2002 al 30 settembre 2002, per “esigenze tecniche,

che, con il terzo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 32, comma 5,
I. n. 183/2010, in relazione all’art. 8 I. n. 604/1966, nonché vizio di motivazione, la
ricorrente si duole che la Corte sia pervenuta alla determinazione dell’indennità nella
misura di otto mensilità sulla base di un’applicazione solo parziale dei criteri di legge e
valorizzando, con l’affermata “connotazione essenzialmente pretestuosa” dell’apposizione
del termine, una circostanza non rispondente ad alcuno di essi;

che il primo motivo di ricorso è infondato, avendo la Corte di appello fatto applicazione
del consolidato principio di diritto, secondo il quale “nel giudizio instaurato ai fini del
riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato,
sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai
scaduto, affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è
necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione
dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalla parti e di
eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti
medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo. (Nella specie, la S.C.
ha annullato la sentenza di merito che aveva ritenuto sufficiente a configurare la
risoluzione per mutuo consenso la mancata attuazione del rapporto di lavoro per un
periodo di oltre quattro anni): Cass. n. 13535/2015;
che il secondo motivo risulta inammissibile, sia perché, sull’erroneo presupposto della
omessa disamina, da parte della Corte territoriale, delle ragioni di carattere sostitutivo,
trascura di censurare specificamente la motivazione sul punto (cfr. sentenza impugnata,
p. 6, par. 6.3); sia per difetto di specificità, ex art. 366, comma 1°, n. 6 c.p.c., non
riportando il contenuto dei documenti (cfr. ricorso, pp. 20-21) che fornirebbero la prova
di assenze del personale a tempo indeterminato addetto allo sportello, nel periodo da
luglio a settembre 2002, in numero maggiore delle giornate complessivamente lavorate
dal Peroni, né spiegando in che cosa tali documenti effettivamente consistano, a fronte di
una motivazione che ha espressamente esaminato i modelli di presenza depositati dalla
resistente nel primo grado di giudizio;
che il motivo in esame è comunque infondato, spettando al giudice di merito accertare,
con valutazione che, se correttamente motivata ed esente da vizi giuridici, resta esente
dal sindacato di legittimità, la sussistenza della specifica connessione tra le esigenze, che
la prestazione a termine è chiamata a realizzare, e l’utilizzazione del lavoratore assunto
nell’ambito della specifica ragione indicata ed in stretto collegamento con la stessa (Cass.
n. 10033/2010 e successive numerose conformi);
che risulta altresì infondato il terzo motivo, essendosi il giudice di appello, nella rilevata
carenza di deduzioni difensive specifiche tali da giustificare una liquidazione superiore o
inferiore, conformato al principio di diritto di cui a Cass. n. 1320/2014;
2

osservato

ritenuto
conclusivamente che il ricorso deve essere respinto;
che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo

p.q.m.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente

compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei
presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1
stesso articolo 13.

Così deciso in Roma nell’adunanza camerale del 28 settembre 2017.

bis dello

giudizio di legittimità, liquidate in euro 200,00 per esborsi e in euro 4.000,00 per

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