Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11613 del 16/06/2020

Cassazione civile sez. trib., 16/06/2020, (ud. 21/01/2020, dep. 16/06/2020), n.11613

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE MASI Oronzo – Presidente –

Dott. STALLA Giacomo Maria – rel. Consigliere –

Dott. FASANO Anna Maria – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

Dott. CIRESE Marina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4068-2014 proposto da:

OTTOCALLI SRL, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIETRO COSSA

13, presso lo studio dell’avvocato MARIA TROPIANO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALBINA LARIVERA;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro 2020 tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 331/2013 della COMM.TRIB.REG. di NAPOLI,

depositata il 02/07/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/01/2020 dal Consigliere Dott. STALLA GIACOMO MARIA.

Fatto

RILEVATO

che:

p. 1. La Ottocalli srl propone tre motivi di ricorso per la cassazione della sentenza n. 331/50/13 del 2/1/13 con la quale la commissione tributaria regionale della Campania, in riforma della prima decisione, ha ritenuto legittimo (fatta salva la riduzione del 30% del maggior valore accertato) l’avviso di accertamento e liquidazione notificatole dall’agenzia delle entrate in relazione ad atto 30 aprile 2008; atto con il quale la società, all’epoca denominata Vecchio Freddy srl, aveva acquistato, al prezzo complessivo di Euro 2.000.000, un fabbricato di quattro piani fuori terra sito in Napoli, stimato dall’ufficio nel maggior valore di Euro 3.293.450,00.

La commissione tributaria regionale, in particolare, ha ritenuto che: contrariamente a quanto affermato dal primo giudice, l’avviso di accertamento in questione fosse adeguatamente motivato sugli elementi essenziali della pretesa tributaria; – il maggior valore accertato dell’immobile dovesse essere ridotto del 30% in considerazione della “perizia tecnica del tribunale di Napoli versata in atti”, ed in conformità “a quanto già statuito in altra pronuncia in relazione al medesimo immobile e nei confronti della parte coobbligata”.

Resiste con controricorso l’agenzia delle entrate.

La società ricorrente ha depositato memoria.

p. 2.1 Con il primo motivo di ricorso la società contribuente lamenta – ex art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51, comma 3. Per non avere la Commissione Tributaria Regionale rilevato che l’avviso di accertamento in questione (trascritto nel ricorso) non faceva riferimento nè ad atti comparativi di trasferimento, nè al reddito ritraibile dal fabbricato, bensì alla sola consistenza e destinazione di quest’ultimo, oltre che su non meglio specificati “elementi di stima” in possesso dell’ufficio. Così facendo l’avviso in questione si poneva in contrasto con la indicata norma di legge, la quale poneva il criterio valutativo degli ‘altri elementi di stimà su un piano subordinato e residuale rispetto a quello comparativo e reddituale.

Con il secondo motivo di ricorso la società deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52, comma 2 e 2 bis. Per avere la Commissione Tributaria Regionale erroneamente riformato la prima decisione affermando che l’avviso in questione fosse sufficientemente motivato, nonostante che in esso mancasse qualsivoglia indicazione delle ragioni di diritto e delle ragioni di fatto che avevano giustificato la rivalutazione del cespite nella misura pretesa, nè esso allegava o riproduceva atti comparativi di trasferimento.

Con il terzo motivo di ricorso si deduce violazione dell’art. 2697 c.c., dal momento che, qualora il criterio di stima indicato in avviso dovesse identificarsi con i listini OMI, questi ultimi non potevano di per sè ritenersi probatoriamente sufficienti a dimostrare il fondamento della rettifica operata.

p. 2.2 E’ fondato, con assorbimento delle altre censure, il secondo motivo di ricorso.

Il primo giudice aveva annullato l’avviso di accertamento rilevando come l’ufficio non avesse in esso “esplicitato quale criterio di valutazione ha concretamente utilizzato”, con conseguente violazione dell’obbligo generale di motivazione degli atti impositivi.

La Commissione Tributaria Regionale ha riformato questa decisione sulla base dell’apodittica motivazione secondo cui: “l’avviso di accertamento in questione è dotato di adeguata e sufficiente motivazione per aver messo il contribuente in grado di conoscere la pretesa tributaria nei suoi elementi essenziali”; sicchè, in applicazione dell’orientamento giurisprudenziale in materia, l’onere di motivazione dell’avviso di accertamento doveva ritenersi adempiuto allorquando la motivazione, ancorchè sommaria e semplificata, fosse tale da esternare le ragioni del provvedimento ed il processo logico seguito dall’amministrazione finanziaria nel procedere alla tassazione. Il giudice di appello non specifica, però, attraverso quali elementi dell’avviso la società contribuente fosse stata, in concreto, messa in condizione di conoscere gli esatti termini della pretesa tributaria relativamente al suo aspetto essenziale, costituito dal criterio di stima adottato dall’ufficio nella determinazione del valore venale proposto in rettifica.

Ebbene, nell’avviso di accertamento in esame l’amministrazione finanziaria si limitava a descrivere sommariamente il fabbricato, ed a porre a fondamento della rettifica “gli elementi di stima in possesso di quest’ufficio negli ultimi tre anni”.

Questi elementi (non viene indicato se di natura comparativa, reddituale, OMI o di altro genere) non risultavano altrimenti specificati; nè venivano riferiti a documentazione allegata all’avviso stesso o in quest’ultimo richiamata.

Va osservato che, in base alla previsione generale di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 7, l’atto dell’amministrazione finanziaria deve essere motivato alla stregua dei provvedimenti amministrativi, L. n. 241 del 1990, ex art. 3, indicando “i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che determinano la decisione dell’amministrazione”. Per quanto concerne, in particolare, l’imposta di registro, il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52, comma 2, stabilisce che l’avviso di rettifica e di liquidazione deve contenere, oltre all’indicazione del valore attribuito a ciascuno dei beni o diritti presi in considerazione, nonchè delle aliquote applicate nel calcolo della maggiore imposta, anche l’indicazione “degli elementi di cui al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51 in base ai quali (il valore attribuito) è stato determinato”. A sua volta, il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51, commi 2 e 3 stabilisce che per gli atti che hanno ad oggetto beni immobili, diritti reali immobiliari ed aziende, per ‘valorè si intende il ‘valore venale in comune commerciò; che l’ufficio determina avendo riguardo ai trasferimenti, divisioni e perizie giudiziarie, anteriori di non oltre tre anni alla data dell’atto, relativi all’immobile oggetto di accertamento o ad immobili simili; ovvero al reddito netto capitalizzato producibile dall’immobile, nonchè ad ogni altro elemento di valutazione, anche sulla base di indicazioni eventualmente fornite dai Comuni.

Ancora, il citato D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52, comma 2 bis (introdotto dal D.Lgs. n. 32 del 2001, art. 4), stabilisce anch’esso – a pena di nullità – che l’atto debba indicare “i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che lo hanno determinato”; aggiungendosi che se la motivazione fa riferimento ad un altro atto non conosciuto nè ricevuto dal contribuente, questo deve essere allegato all’atto che lo richiama, salvo che quest’ultimo non ne riproduca il contenuto essenziale.

Sulla scorta di questo disposto normativo, la giurisprudenza di legittimità si è attestata nell’affermare, anche con specifico riguardo all’imposta di registro, che “l’obbligo della motivazione dell’avviso di accertamento in rettifica del valore risulta assolto quando l’Ufficio enunci il “petitum”, ed indichi le relative ragioni in termini sufficienti a definire la materia del contendere” (Cass. n. 25559 del 03/12/2014; Cass. n. 4289/15); aggiungendosi che il parametro di sufficienza e satisfattività dell’obbligo di motivazione dell’atto deve essere vagliato nell’ottica del concreto esercizio del diritto di difesa del contribuente, atteso che: “in materia tributaria, l’obbligo di motivazione dell’atto impositivo persegue il fine di porre il contribuente in condizione di conoscere la pretesa, in modo da poter valutare sia l’opportunità di esperire l’impugnazione giudiziale sia, in caso positivo, di contestare efficacemente ran” ed il “quantum debeatur””; sicchè tali elementi conoscitivi devono essere forniti all’interessato “non solo tempestivamente, tramite l’inserimento “ab origine” nel provvedimento, ma anche con quel grado di determinatezza ed intelligibilità idonei a consentire un esercizio non difficoltoso del diritto di difesa” (Cass. n. 7056/14; così Cass. 16836/14 ed altre).

Si è inoltre osservato che la motivazione di un avviso di rettifica e di liquidazione ha la “funzione di delimitare l’ambito delle ragioni adducibili dall’ufficio dell’eventuale fase contenziosa successiva, consentendo al contribuente l’esercizio del diritto di difesa”, sicchè è necessario e sufficiente che tale motivazione enunci quantomeno i criteri astratti adottati nella determinazione del maggior valore, ancorchè non vengano esplicitati gli elementi di fatto utilizzati nella loro applicazione; posto che il contribuente “conosciuto il criterio di valutazione adottato, è già in condizione di contestare e documentare l’infondatezza della pretesa erariale”(Cass.25153/13 in materia di valutazione aziendale).

Ebbene, questi requisiti motivazionali minimi non sono stati rispettati nella concretezza della fattispecie, posto che l’avviso in questione non era in grado di porre la società contribuente in condizione di pienamente esplicare il proprio diritto di difesa mediante contestazione dell’elemento qualificante costituito dalla stima del valore venale attribuibile al fabbricato.

Nel controricorso obietta l’agenzia delle entrate che il motivo di ricorso per cassazione finora considerato sarebbe – al pari degli altri due inammissibile perchè involgente questione (difetto di motivazione dell’avviso) dedotta per la prima volta in appello, in violazione del divieto di novità di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, comma 1.

Si sostiene, in particolare, che nel ricorso introduttivo la società acquirente si fosse limitata a contestare genericamente la valutazione operata dall’ufficio “affermando che l’immobile compravenduto sarebbe un ‘cespite a destinazione scolastica in stato di obiettivo degradò”‘.

L’assunto di novità non trova però conferma, dal momento che – come si evince dalla sentenza di primo grado (Commissione Tributaria Provinciale di Napoli n. 239/12) riportata anch’essa nel ricorso per cassazione – già nel ricorso introduttivo la società “contestava che l’ufficio non ha esplicitato quale criterio di valutazione ha concretamente utilizzato ed in che modo, limitandosi ad esporre nell’avviso una motivazione apparente, di mero stile e priva di ogni e qualsiasi riferimento al caso specifico (…)”; e ciò era tanto vero che la stessa sentenza del primo giudice era stata di accoglimento proprio del motivo di opposizione all’avviso così inizialmente formulato con riguardo alla carente motivazione.

Ne segue, in definitiva, l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata, con decisione nel merito di accoglimento del ricorso introduttivo della società. Le spese della fase di merito vengono compensate in ragione del consolidarsi in corso di causa del su richiamato indirizzo interpretativo; quelle della fase di legittimità sono invece poste a carico dell’agenzia delle entrate in ragione di soccombenza.

PQM

La Corte:

– accoglie il ricorso;

– cassa la sentenza impugnata e decide nel merito mediante accoglimento del ricorso introduttivo della società contribuente;

– pone le spese del giudizio di legittimità a carico dell’agenzia delle entrate, liquidate in Euro 6.500,00 oltre rimborso forfettario ed accessori di legge; compensa le spese dei gradi di merito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della quinta sezione civile, il 21 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 giugno 2020

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