Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11612 del 06/06/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. VI, 06/06/2016, (ud. 19/04/2016, dep. 06/06/2016), n.11612

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6309/2014 proposto da:

TELECOM ITALIA SPA, (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G.

FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che

la rappresenta e difende unitamente agli avvocati ROBERTO ROMEI,

ENZO MORRICO, FRANCO RAIMONDO BOCCIA giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

F.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CRESCENZIO

58, presso lo studio dell’avvocato BRUNO COSSU, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato CARLO CESTER giusta procura

margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

M.L., R.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 345/2013 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA del

16/05/2013, depositata il 22/08/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/04/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FABRIZIA GARRI;

udito l’Avvocato Savina Bomboi (delega verbale) difensore del

controricorrente che si riporta ai motivi scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte di appello di Venezia ha confermato la sentenza del Tribunale di Padova che aveva ritenuto illegittima la cessione del ramo di azienda alla EMSA Servizi s.p.a. e per l’effetto ha accertato la permanenza del rapporto con la Telecom condannandola al loro ripristino degli stessi.

La Corte territoriale, esclusa la necessità di integrare il contraddittorio nei confronti dell’impresa cessionaria, ha confermato la sussistenza dell’interesse ad agire dei lavoratori che ha ravvisato nell’interesse a mantenere il rapporto di lavoro con un datore piuttosto che con un altro a prescindere dai vantaggi sostanziali che ne discenderebbero.

Ha poi ritenuto insufficiente la produzione documentale a dimostrazione del trasferimento del ramo, sottolineando che non erano stati mai sollecitati i poteri officiosi.

Nel merito ha accertato che non era stata offerta la prova della cessione di una “entità organizzata in maniera stabile per l’esercizio di una attività destinata ad uno specifico obiettivo e che dalla documentazione versata in atti e dal contratto di servizi stipulato non era possibile ricavare l’effettivo oggetto della cessione con conseguente nullità della stessa.

Telecom Italia ha proposto ricorso per cassazione articolato su tre motivi cui resistono con controricorso M.L., R. S. e gli eredi di F.M., nelle more deceduto.

Con il primo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 100 c.p.c. e degli artt. 1406, 2094 e 2112 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; con il secondo ed il terzo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2112 c.c., anche in relazione all’art. 1 comma 1 lett. b) della Direttiva UE 2001/23.

Tanto premesso si osserva che questa Corte ha più volte esaminato questioni del tutto sovrapponibili a quella oggi portata alla sua attenzione ed ha affermato che:

1.- L’interesse ad agire in un’azione di mero accertamento non implica necessariamente l’attualità della lesione di un diritto, essendo sufficiente uno stato di incertezza oggettiva, anche non preesistente al processo, in quanto sorto nel corso di giudizio a seguito della contestazione sull’esistenza di un rapporto giuridico o sull’esatta portata dei diritti e degli obblighi da esso scaturenti, che non sia superabile se non con l’intervento del giudice.

L’art. 2112 c.c., che permette all’imprenditore il trasferimento dell’azienda, con successione del cessionario negli obblighi del cedente e senza necessità di consenso del lavoratore, costituisce eccezione al detto principio e non si applica se non sia identificabile, quale oggetto del trasferimento, un’azienda o un suo ramo, da intendere come entità economica organizzata in maniera stabile e con idoneità alla produzione e allo scambio di beni o di servizi.

Di conseguenza sussiste l’interesse del lavoratore ad accertare in giudizio la non ravvisabilità di un ramo d’azienda in un complesso di beni oggetto del trasferimento e perciò l’inefficacia di questo nei suoi confronti, in assenza di consenso (cfr. Cass. n. 16262 del 2015, n. 25229 del 2015).

2.- L’art. 2112 c.c., sia nel testo sostituito dal D.Lgs. n. 18 del 2001, art. 1, vigente a decorrere dal 1 luglio 2001, sia nel testo modificato dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32, applicabile alla presente controversia, ha mantenuto immutata la definizione di “trasferimento di parte dell’azienda” nella parte in cui essa è “intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata”. Tale nucleo della disposizione è rimasto intatto, non essendo stato toccato dalle modifiche normative che hanno invece riguardato, con riferimento all’articolazione appena descritta, la soppressione dell’inciso “preesistente come tale al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità” e l’aggiunta testuale “identificata come tale dal cedente e da cessionario al momento del suo trasferimento”. Detta nozione di trasferimento di ramo d’ azienda nella parte di testo non modificata è coerente con la disciplina in materia dell’Unione Europea (direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha proceduto alla codificazione della direttiva 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, come modificata dalla direttiva 29 giugno 1998, 98/50/CE) secondo cui “è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di una entità economica che conserva la propria identità, intesa come un insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria” (art. 1, n. 1, direttiva 2001/23).

La Corte di Giustizia, cui compete il monopolio interpretativo del diritto comunitario vivente (cfr. tra le tante Cass. n. 19740 del 2008), ha ripetutamente individuato la nozione di entità economica come complesso organizzato di persone e di elementi che consenta l’esercizio di un’attività economica finalizzata al perseguimento di un determinato obbiettivo (cfr. Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C13/95, Suzen, punto 13; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003, C340/2001, Abler, punto 30; Corte di Giustizia, 15 dicembre 2005, C232/04 e C-233/04, Guney-Gorres e Demir, punto 32) e sia sufficientemente strutturata ed autonoma (cfr. Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998, Hernandez Vidal, C-127/96, C-229/96, C-74/97, punti 26 e 27; Corte di Giustizia, 13 settembre 2007, Jouini, C-458/05, punto 31; Corte di Giustizia, 6 settembre 2011, C-108/10, Scattolon, punto 60).

Il criterio selettivo dell’autonomia funzionale del ramo d’azienda ceduto, letto conformemente alla disciplina dell’Unione, consente di affrontare e scongiurare ipotesi in cui le operazioni di trasferimento si traducano in forme incontrollate di espulsione di personale.

Pertanto nessuna censura può essere addebitata alla sentenza impugnata laddove assume il canone della struttura autonoma organizzata in maniera stabile e che conservi in occasione del suo trasferimento la propria identità quale pre-requisito indispensabile per configurare una efficace cessione del contratto di lavoro senza il consenso del lavoratore, prima ed oltre la questione della preesistenza del ramo ceduto.

Peraltro sull’aspetto della preesistenza del ramo ceduto di recente la Corte di Giustizia, pregiudizialmente sollecitata da un giudice italiano proprio in riferimento alla formulazione dell’art. 2112 c.c., novellata dall’art. 32 del cit. D.Lgs., ha testualmente ritenuto che “L’art. 1, par. 1, lett. a) e b), della direttiva 2001/23/CE del Consiglio, del 12 marzo 2001,…, deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, la quale, in presenza di un trasferimento di una parte di impresa, consenta la successione del cessionario al cedente nei rapporti di lavoro nell’ipotesi in cui la parte di impresa in questione non costituisca un’entità economica funzionalmente autonoma preesistente al suo trasferimento” (CGUE, 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori ed a.).

Ciò posto la Corte territoriale ha escluso che nella fattispecie sottoposta al suo vaglio fossero emerse circostanze tali da far ritenere che fosse stata trasferita una attività organizzata “funzionalmente autonoma”, con una valutazione di merito che sfugge al sindacato di legittimità alla luce dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134 e ratione temporis applicabile al caso in esame trattandosi di sentenza di appello pubblicata dopo l’11.9.2012 data di entrata in vigore della novella (ex art. 54, comma 3 del decreto citato).

Inoltre le censure per la parte in cui investono la valutazione del materiale probatorio e ne prospettano una differente ricostruzione sono inammissibili.

La Corte di appello ha accertato in via generale che dalla documentazione versata in atti non si evinceva l’esistenza di una entità organizzata in maniera stabile per l’esercizio di una attività destinata ad uno specifico obiettivo e più in particolare, poi, che i lavoratori M. e R. erano addetti a settori diversi da quelli ceduti.

Tale valutazione del materiale probatorio acquisito al processo rientra nel potere discrezionale del giudice di merito di apprezzamento delle prove offerte che non è più censurabile davanti alla Cassazione. Altrettanto va detto con riguardo alla ritenuta esigua consistenza dei beni materiali trasferiti in relazione all’importanza della struttura.

Si tratta in sostanza di un percorso motivazionale coerente nell’equilibrio dei vari elementi che ne costituiscono la struttura argomentativa immune da vizi giuridici cui si pongono censure generiche e comunque di merito.

Per tutto quanto sopra considerato il ricorso, manifestamente infondato, deve essere rigettato con ordinanza in camera di consiglio. Le spese del giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura indicata in dispositivo.

La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).

PQM

La Corte, rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio che si liquidano in Euro 4.000,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie. Accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dell’art. 13, comma 1 bis del citato D.P.R..

Così deciso in Roma, il 6 giugno

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA