Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11605 del 26/05/2011

Cassazione civile sez. III, 26/05/2011, (ud. 12/04/2011, dep. 26/05/2011), n.11605

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETTI Giovanni Battista – Presidente –

Dott. UCCELLA Fulvio – Consigliere –

Dott. CARLEO Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppe Luciana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 31549/2006 proposto da:

S.D. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI TRE OROLOGI 14-A, presso lo studio dell’avvocato GAMBINO

Agostino, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

SCHIONA ADRIANO giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

A.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA N. RICCIOTTI 11, presso lo studio dell’avvocato SINIBALDI

MICHELE, rappresentato e difeso dall’avvocato TATOZZI Camillo giusta

delega in calce al controricorso;

CURATELA DELL’EREDITA’ GIACENTE DI G.G.

(OMISSIS) in persona del Curatore Avv. D.D.P.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI GRACCHI 130, presso lo

studio dell’avvocato NERI FILIPPO, rappresentata e difesa

dall’avvocato DI GREGORIO EUGENIO giusta delega in calce al

controricorso;

ASSITALIA LE ASSICURAZIONI D’ITALIA S.P.A. in persona dell’Avvocato

F.P. nella sua qualità di Procuratore Speciale,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FERRARI 35, presso lo studio

dell’avvocato VINCENTI MARCO, che la rappresenta e difende giusta

procura speciale del Dott. NOTAIO FRANCESCO MARIA SIROLLI MENDARO

PULIERI in CIVITAVECCHIA, 28/6/2007, R.G.N. 10955;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 487/2006 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

emessa il 7/2/2006, depositata il 15/06/2006, R.G.N. 858/2001;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

12/04/2011 dal Consigliere Dott. GIOVANNI CARLEO;

udito l’Avvocato MASSIMO RANIERI per delega dell’Avvocato AGOSTINO

GAMBINO;

udito l’Avvocato MARCO VINCENTI;

udito l’Avvocato CAMILLO TATOZZI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SCARDACCIONE Eduardo Vittorio, che ha concluso per il rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata in data 31 gennaio 1994 S.D. esponeva di aver acquistato da D.G.A. un lotto di terreno in Contrada (OMISSIS), di natura edificatoria, con atto per notar A.F. in data 8 novembre 1988. Aggiungeva di aver contratto un mutuo di 600 milioni con la Banca Nazionale del Lavoro; di aver successivamente appreso che una porzione del terreno, costituita da una fascia di m 3 di larghezza per circa 50 m di lunghezza era di proprietà della regione Abruzzo ed interessata dalla condotta sotterranea dell’acquedotto del (OMISSIS); di essere stato costretto ad effettuare una permuta con la Regione con conseguente lievitazione delle spese. Tanto premesso, attribuendo la responsabilità del danno subito sia alla venditrice – per aver venduto una proprietà, in parte appartenente a terzi – sia al notaio rogante, negligente nell’accertamento dei titoli, conveniva in giudizio entrambi chiedendone la condanna al risarcimento dei danni in proprio favore. In esito al giudizio, in cui si costituivano i convenuti nonchè l’Assitalia Spa chiamata in garanzia dal notaio, il Tribunale di Pescara, sezione stralcio, condannava i convenuti in solido a risarcire all’attore i danni nella misura di L. 800 milioni e la compagnia assicuratrice a manlevare il notaio.

Avverso tale decisione l’Assitalia proponeva appello ed in esito al giudizio, in cui si costituivano tutte le altre parti, la Corte di Appello de L’Aquila con sentenza depositata in data 15 giugno 2006 rigettava la domanda risarcitoria dello S. con compensazione di spese. Avverso la detta sentenza lo S. ha quindi proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi. Resistono con controricorso l’ A., l’Assitalia e la Curatela dell’eredità giacente di D.G.G., che hanno altresì depositato memoria difensiva ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

La prima doglianza, articolata per violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1965 c.c. e art. 1362 c.c., e segg., nonchè per motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria, si fonda sulla considerazione che la Corte di Appello avrebbe sbagliato nell’attribuire valore transattivo all’atto pubblico di vendita di un terreno per complessivi mq 275, intervenuto tra le medesime parti successivamente alla prima vendita, ed accompagnato dalla coeva scrittura con cui la D.G. e lo S. si davano atto che si trattava in realtà di una cessione gratuita. In tal modo, la Corte avrebbe trascurato che non può esserci transazione in assenza di reciproche concessioni, ed avrebbe altresì violato l’art. 1362 c.c., sul piano dell’interpretazione del tenore letterale delle scritture e su quello della comune intenzione delle parti.

Inoltre – ed in tale rilievo si sostanzia la seconda, subordinata, doglianza, articolata sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1292, 1301 e 1304, nonchè sotto il profilo della motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria – la Corte territoriale avrebbe aggiunto l’ulteriore errore consistente nell’aver ritenuto che di tale transazione potesse beneficiare “quantomeno ex art. 1304 c.c.”, anche il notaio rogante trascurando che le obbligazioni del venditore e del notaio, originate da fonti diverse, non hanno natura solidale.

Tutto ciò premesso, deve rilevarsi in primo luogo l’inammissibilità dei profili, presenti in entrambi i motivi di impugnazione, attinenti al vizio motivazionale, in quanto entrambi i profili non risultano accompagnati dal prescritto momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, oltre a richiedere sia l’indicazione del fatto controverso, riguardo al quale si assuma l’omissione, la contraddittorietà o l’insufficienza della motivazione sia l’indicazione delle ragioni per cui la motivazione sarebbe inidonea a sorreggere la decisione (Cass. ord. n. 16002/2007, n. 4309/2008 e n. 4311/2008). E ciò, alla luce dell’orientamento di questa Corte secondo cui “in caso di proposizione di motivi di ricorso per cassazione formalmente unici, ma in effetti articolati in profili autonomi e differenziati di violazioni di legge diverse, sostanziandosi tale prospettazione nella proposizione cumulativa di più motivi, affinchè non risulti elusa la “ratio” dell’art. 366 bis cod. proc. civ., deve ritenersi che tali motivi cumulativi debbano concludersi con la formulazione di tanti quesiti per quanti sono i profili fra loro autonomi e differenziati in realtà avanzati, con la conseguenza che, ove il quesito o i quesiti formulati rispecchino solo parzialmente le censure proposte, devono qualificarsi come ammissibili solo quelle che abbiano trovato idoneo riscontro nel quesito o nei quesiti prospettati, dovendo la decisione della Corte di cassazione essere limitata all’oggetto del quesito o dei quesiti idoneamente formulati, rispetto ai quali il motivo costituisce l1illustrazione (S.U. 5624/09, Cass. 5471/08).

Passando all’esame del profilo di violazione di legge denunciato dal ricorrente con il primo motivo di impugnazione, mette conto di sottolineare che le ragioni della pretesa erroneità della decisione impugnata consistono, ad avviso del ricorrente, nel fatto che, all’esito degli atti di compravendita con la D.G. e di permuta con la Regione Abruzzo, egli non ricevette, in realtà, un lotto più ampio di quello spettantegli in quanto il lotto, oggetto della compravendita del 20 dicembre 1989, benchè maggiore di quello già di proprietà della Regione (mq 275 contro mq 135 circa) fu oggetto di permuta. Con la conseguenza che egli, in concreto, non ottenne “nulla di più di quanto gli spettava di diritto e avrebbe pertanto rinunciato a qualsiasi pretesa nei confronti della venditrice senza ricevere in cambio alcun vantaggio. Tanto basterebbe per escludere l’esistenza di reciproche concessioni e pertanto di una transazione tra le parti” (pagg. 7 e 8 del ricorso in esame).

La censura è con tutta evidenza infondata. Ed invero, ai fini dell’esistenza di una valida transazione, è necessario e sufficiente che i contraenti si facciano delle reciproche concessioni nel senso che ciascuno sacrifichi qualcuna o parte delle proprie pretese in favore dell’altro, indipendentemente da qualsiasi rapporto di equivalenza tra datum e retentum. Infatti, le reciproche concessioni alle quali fa riferimento l’art. 1965 cod. civ., comma 1, devono essere tali rispetto alle posizioni assunte nella controversia e non già in relazione ai diritti effettivamente spettanti alle parti contraenti. Ciò significa che, al fine di valutare la sussistenza del requisito fondamentale della reciprocità delle concessioni praticate, occorre rapportarsi alla posizione che era stata assunta dalle parti nella controversia già sorta o in vista della lite che poteva sorgere tra loro, sulla base delle reciproche pretese e contestazioni, indipendentemente dalla sussistenza dei diritti spettanti, così come ha insegnato questa Corte, secondo cui, in tema di transazione, le reciproche concessioni di cui all’art. 1965 cod. civ., che possono avere ad oggetto anche una lite non ancora insorta, debbono riguardare la posizione assunta dalle parti in riferimento a reciproche pretese o contestazioni e non già in relazione ai diritti effettivamente spettanti. (Cass. n. 9348/03, 9114/90, 4619/87).

Ne deriva che nel caso di specie, contrariamente alla tesi del ricorrente, non occorreva affatto che egli ricevesse una “prestazione maggiore di quella che gli spettava in base all’originario contratto di compravendita del 1988” e si deve ritenere che la Corte territoriale abbia correttamente verificato la sussistenza della reciprocità delle concessioni individuando nella cessione gratuita della maggiore superficie di terreno di mq 140 (mq 275 – mq 135) il sacrificio sopportato dalla venditrice e nella rinuncia ad ogni ulteriore pretesa il sacrificio del ricorrente. Del resto, per verificare se sia configurabile l’esistenza di un contratto transattivo, non è necessario che, nell’atto che lo consacra, le parti enuncino le rispettive tesi contrapposte, nè che delle reciproche concessioni sia fatta una precisa e dettagliata indicazione, occorrendo soltanto verificare se le parti, mediante l’accordo, abbiano perseguito la finalità di porre fine all’incertus litis eventus o al loro dissenso potenziale (nella specie, le ragioni di possibile lite riposavano sulla consapevolezza, da parte dello S., della parziale alienità del fondo precedentemente vendutogli) e di controllare quindi la sussistenza delle reciproche concessioni rispetto alle posizioni assunte nella controversia.

Non occorrendo che le parti usino espressioni direttamente rivelatrici del negozio transattivo, deve ritenersi quindi corretta la conclusione, cui sono pervenuti i giudici di seconde cure, secondo i quali l’esistenza della transazione può anche essere desunta da una cessione avvenuta gratuitamente di un’area contigua al fondo precedentemente alienato, che si era scoperto appartenere in parte alla Regione – cessione effettuata come risulta dall’esame della scrittura privata “al solo scopo di incrementare per fini edilizi il lotto di terreno di mq 1838 “già venduto – accompagnata dalla dichiarazione, contenuta nella medesima scrittura, con cui i contraenti si davano atto reciprocamente di non avere nulla a pretendere, l’una dall’altra per nessun titolo o ragione”.

Ed è appena il caso di osservare che l’accertamento della natura transattiva di un determinato negozio, compiuto dal giudice di merito nel rispetto dei canoni legali di ermeneutica contrattuale e sorretto da motivazione immune da vizi, si risolve in una valutazione di fatto incensurabile in sede di legittimità (Cass. n. 1980/2000, n. 12320/05). Nè nel caso di specie il ricorrente ha saputo indicare specificamente, come era invece suo preciso onere, il punto ed il modo in cui l’interpretazione del giudice del merito si sarebbe discostata dai canoni di ermeneutica, essendosi limitato a contrapporre interpretazioni o argomentazioni alternative o, comunque, diverse – rispetto a quelle proposte dal Giudice di merito – senza indicare nè le ragioni di violazione delle regole legali di ermeneutica nè quali fossero in particolare le regole che sarebbero state violate nella fattispecie.

Passando all’esame della seconda doglianza, con cui il ricorrente ha censurato la tesi che della transazione potesse giovarsi anche il notaio rogante, giova premettere che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, “a differenza di quanto previsto all’art. 2043 cod. civ., che fa sorgere l’obbligo del risarcimento dalla commissione di un fatto doloso o colposo, il successivo art. 2055, considera, ai fini della solidarietà nel risarcimento stesso, il fatto dannoso; ne consegue che mentre la prima norma si riferisce all’azione del soggetto che cagiona l’evento, la seconda riguarda la posizione di quello che subisce il danno ed in cui favore è stabilita la solidarietà. L’unicità del fatto dannoso richiesta dal citato art. 2055, per la legittima predicabilità di una responsabilità solidale tra gli autori dell’illecito deve essere intesa dunque in senso non assoluto, ma relativo al danneggiato, ricorrendo, perciò, tale forma di responsabilità pur se il fatto dannoso sia derivato da più azioni o omissioni, dolose o colpose, costituenti fatti illeciti distinti, ed anche diversi, semprechè le singole azioni od omissioni abbiano concorso in maniera efficiente alla produzione del danno (Cass. n. 17397/07, n. 6041/2010). Ed invero, mirando la previsione normativa della responsabilità solidale a rafforzare la garanzia del danneggiato e non già ad alleviare la responsabilità degli autori dell’illecito, non rileva ai fini della responsabilità risarcitoria di cui all’art. 2055 c.c., la diversità della fonte dalla quale le obbligazioni derivano e la diversa natura delle rispettive azioni o omissioni, dolose o colpose che siano, costituenti fatti illeciti distinti ed anche diversi.

Ciò premesso, si deve sottolineare che questa Corte ha avuto modo di affermare il principio secondo cui, se la transazione, limitata alla quota del debitore che abbia effettuato la transazione, produce il limitato effetto dello scioglimento del vincolo solidale tra questi e gli altri debitori (Cass. nn. 9369/06, 3086/97, 7979/94, 13701/91, 8957/90, 2327/78) e la riduzione del debito complessivo in misura pari all’importo pagato dal transigente (Cass. n. 14550/09), al contrario la transazione stipulata per l’intero debito può invece produrre effetto anche nei confronti degli altri condebitori solidali. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha opportunamente evidenziato che nella transazione, intervenuta tra la D.G. e lo S. i due contraenti dedussero l’intero debito solidale per cui, a seguito della transazione, “l’attore non poteva azionare alcuna pretesa risarcitoria nè nei confronti della D.G. nè del notaio A., quantomeno ex art. 1306 c.c.”. (pag. 8 sentenza impugnata).

La conclusione, cui è pervenuta la Corte di merito, non merita censura alla luce dell’indirizzo della giurisprudenza di legittimità, secondo cui il principio che deriva dalla disposizione di cui all’art. 1304 cod. civ., comma 1, secondo il quale la transazione, fatta dal creditore con uno dei debitori in solido, giova agli altri che dichiarano di volerne profittare, opera in mancanza di diversa e contraria manifestazione di volontà del creditore, contenuta nella transazione stessa ovvero in una clausola aggiunta ad essa, atteso che come i condebitori possono, omettendo la dichiarazione suddetta, escludere l’efficacia della transazione per se stessi, così che il creditore può, in virtù del principio della autonomia negoziale, impedire che l’efficacia stessa sia a loro estesa. (cfr. Cass. n. 4257/91).

Nel caso di specie, preso atto, da una parte, della dichiarazione dell’ A. di voler profittare della transazione de qua, contenuta a pag. 3 della comparsa conclusionale depositata nel giudizio di primo grado, e dall’altra, della mancanza di diversa e contraria manifestazione di volontà del creditore, tutto ciò posto, deve ritenersi consentito l’effetto estensivo di cui all’art. 1304 cod. civ., onde l’infondatezza anche della seconda censura.

Considerato che la sentenza impugnata appare esente dalle censure dedotte, ne consegue che il ricorso per cassazione in esame, siccome infondato, deve essere rigettato.

Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese processuali che liquida in Euro 7.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre accessori di legge in favore di ciascuno dei controricorrenti.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 12 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 26 maggio 2011

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