Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1159 del 21/01/2020

Cassazione civile sez. III, 21/01/2020, (ud. 10/07/2019, dep. 21/01/2020), n.1159

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 24641/2016 R.G. proposto da:

Service Group D.F. s.r.l., in persona del legale rappresentante

pro tempore, rappresentato e difeso dagli Avv.ti Davide Balasso e

Andrea Recchia, con domicilio eletto presso lo studio di

quest’ultimo in Roma, in via Tevere, n. 44;

– ricorrente –

contro

Torre Chia s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentato e difeso dagli Avv.ti Mario Calgaro e Andrea Manzi,

domiciliato, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 2, presso la

cancelleria della Corte di Cassazione;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1844 della Corte d’appello di Venezia

depositata il 17 agosto 2016;

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 10 luglio 2019

dal Consigliere Dott. Cosimo D’Arrigo;

uditi l’Avv. Davide Balasso e l’Avv. Gianluca Calderara, in

sostituzione dell’Avv. Andrea Manzi;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

generale Dott. Cardino Alberto, che ha concluso chiedendo il

rigetto.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Service Group D.F. s.r.l. (d’ora in poi semplicemente Service Group) convenne dinanzi al Tribunale di Vicenza la Torre Chia s.r.l. (in seguito, solamente Torre Chia), chiedendone la condanna al pagamento del corrispettivo dovuto per l’attività di mandataria, consistita nell’aver procurato alla mandante un finanziamento agevolato per un investimento turistico in Sardegna.

Nel medesimo giudizio fu convenuta anche la Sarda Gestioni Turistiche s.r.l., acquirente di un immobile venduto dalla Torre Chia, sul presupposto che l’atto di alienazione fosse revocabile ex art. 2901 c.c., in quanto volto a sottrarre la garanzia del credito della Service Group.

Nel corso del giudizio la Service Group e la Torre Chia raggiunsero un accordo in forza del quale la prima rinunciava all’azione revocatoria e acconsentiva alla cancellazione della trascrizione della domanda, mentre la seconda si impegnava a corrispondere l’importo di Euro 229.455,06, con salvezza della ripetizione nei limiti di quanto fosse ritenuto davvero dovuto all’esito del giudizio pendente.

Il Tribunale di Vicenza accolse solo parzialmente la domanda della Service Group, nella misura di Euro 48.519,87 oltre accessori. La sentenza venne appellata.

Nel frattempo, la Torre Chia chiese ed ottenne un decreto ingiuntivo per il pagamento della differenza fra la maggior somma corrisposta in esecuzione della scrittura privata e quella indicata come effettivamente dovuta dal Tribunale di Vicenza.

Il provvedimento monitorio venne opposto dalla Service Group. La Torre Chia si costituì, concludendo per il rigetto dell’opposizione.

Il Tribunale di Vicenza respinse l’opposizione, confermando il decreto ingiuntivo opposto, che era stato dichiarato provvisoriamente esecutivo in corso di causa.

La Service Group appellò la sentenza, deducendo – fra l’altro la litispendenza fra questo giudizio e quello pendente innanzi alla medesima Corte d’appello di Venezia, avente ad oggetto l’impugnazione avverso la sentenza che, decidendo sulla prima causa, aveva quantificato l’importo dovuto dalla Torre Chia per l’attività volta al procacciamento di finanziamenti pubblici.

La corte territoriale, con due distinte sentenze pubblicate in pari data, ha, da un lato, rigettato l’appello relativo alla causa di opposizione a decreto ingiuntivo; dall’altro, ha riformato la sentenza del Tribunale di Vicenza con la quale era stato determinato l’importo dovuto alla Service Group per l’attività prestata.

La prima delle due sentenze è stata fatta oggetto di ricorso per cassazione, da parte della Service Group, per due motivi. La Torre Chia ha resistito con controricorso. La Service Group ha depositato memorie difensive

Il ricorso, dapprima trattato in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stato rinviato alla pubblica udienza ai sensi del comma 3 citato articolo, non ravvisandosi alcuna delle ipotesi previste dall’art. 375 c.p.c., comma 1, nn. 1 e 5, per la trattazione in sede camerale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

In via preliminare, la Torre Chia eccepisce che la sentenza d’appello sarebbe sorretta da due distinte rationes decidendi, una delle quali non specificatamente impugnata. Si tratterebbe, in particolare, del capo della sentenza di secondo grado che afferma la carenza di interesse ad agire della Service Group.

L’eccezione è infondata e deve essere disattesa. Infatti, quella indicata dalla controricorrente non costituisce davvero una distinta ragione posta a fondamento della decisione impugnata. Piuttosto, la Corte d’appello, nel rigettare l’impugnazione, ha rilevato l’inammissibilità della doglianza, volta a denunciare la violazione dell’art. 39 c.p.c., anche perchè dall’accoglimento del gravame non sarebbe derivata alcuna effettiva utilità per l’appellante. Si tratta, dunque, di una valutazione unitaria, compresa nell’oggetto delle censure articolate con il ricorso in esame.

Nondimeno, questo è inammissibile per le seguenti ulteriori ragioni.

Con il primo motivo si prospetta la violazione dell’art. 39 c.p.c. Con il secondo, la violazione dell’art. 274 c.p.c. Con tutte e due le censure si denuncia il contrasto fra la sentenza impugnata e quella n. 1846/2016 pronunciata della Corte d’appello di Venezia sul procedimento asseritamente “continente”.

I motivi sono entrambi diretti a contestare la mancata dichiarazione di continenza o la mancata riunione dei due procedimenti che, ad avviso della società ricorrente, sono in rapporto di continenza/connessione. La mancata trattazione unitaria avrebbe determinato la formazione di decisioni contrastanti.

Orbene, l’accertamento del rapporto di continenza tra cause, effettuato dal giudice di merito a norma dell’art. 39 c.p.c., comma 2, non ha alcuna autonomia rispetto alla pronuncia sulla competenza, come sancito dall’art. 42 c.p.c., che prevede il rimedio esclusivo del regolamento di competenza per le sentenze che pronunciano sulla competenza “anche ai sensi degli artt. 39 e 40”. Ne consegue che avverso il provvedimento che accerti l’esistenza o l’inesistenza del rapporto di continenza fra due cause, la parte ha l’onere di ricorrere con il mezzo del regolamento di competenza (Sez. 1, Sentenza n. 9898 del 24/05/2004, Rv. 573056 – 01; in tema di litispendenza, si veda anche Sez. U, Ordinanza n. 17443 del 31/07/2014, Rv. 632602).

In applicazione del principio di conservazione dettato dall’art. 159 c.p.c., comma 3, occorre quindi verificare se il ricorso ordinario per cassazione proposto dalla Service Group possa essere convertito in istanza di regolamento di competenza, con particolare riferimento all’osservanza del termine perentorio di trenta giorni stabilito dall’art. 47 c.p.c., comma 2.

La risposta è negativa, in quanto la società ricorrente dichiara che la sentenza le è stata notificata a mezzo PEC in data 31 agosto 2016, ma il ricorso è stato consegnato all’ufficiale giudiziario per la notificazione a mezzo di lettera raccomandata il 21 ottobre 2016.

Il ricorso è dunque inammissibile.

Giova aggiungere, però, che la decisione impugnata è pure sostanzialmente corretta. Infatti, trova applicazione, nel caso in esame, il principio secondo cui, in tema di opposizione a decreto ingiuntivo, la competenza funzionale del giudice che ha emesso il provvedimento è inderogabile ed immodificabile, anche per ragioni di litispendenza, continenza o connessione (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 16454 del 05/08/2015, Rv. 636627 – 01).

Il possibile contrasto di giudicati che si verrebbe a determinare dopo la scadenza dei termini per le allegazioni nei giudizi di merito potrà essere superato in sede esecutiva (Sez. U, Sentenza n. 4421 del 27/02/2007, Rv. 596312 – 01).

Le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico della ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, nella misura indicata nel dispositivo.

Sussistono i presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, sicchè va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da lui proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

PQM

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 8.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 10 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 gennaio 2020

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