Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11586 del 02/05/2019

Cassazione civile sez. un., 02/05/2019, (ud. 15/01/2019, dep. 02/05/2019), n.11586

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Primo Presidente f.f. –

Dott. MANNA Felice – Presidente di Sez. –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi iscritti al n. 26614/2018 R.G. proposti da:

M.G., rappresentato e difeso dall’Avv. Prof. Enrico

Marzaduri, con domicilio in Roma, piazza Cavour, presso la

Cancelleria civile della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

e

MA.MA., rappresentata e difesa dall’Avv. Prof. Bruno Assumma e

dall’Avv. Massimiliano Lei, con domicilio eletto presso lo studio

del primo in Roma, via Oslavia, n. 14;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA e PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI

CASSAZIONE;

– intimati –

avverso la sentenza della Sezione Disciplinare del Consiglio

Superiore della Magistratura n. 108/18 depositata il 19 luglio 2018.

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 15 gennaio 2019

dal Consigliere Dott. Guido Mercolino;

uditi gli Avv. Enrico Marzaduri, Bruno Assumma e Massimiliano Lei;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso chiedendo l’accoglimento di

entrambi i ricorsi.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza del 19 luglio 2018, la Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha accolto l’azione disciplinare promossa nei confronti dei Dott. M.G. e Ma.Ma., rispettivamente Sostituto Procuratore della Repubblica e Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Latina, dichiarandoli entrambi responsabili dell’illecito di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 1, comma 1 e art. 2, comma 1, lett. d), ed il primo anche dell’illecito di cui all’art. 2, comma 1, lett. g), ed infliggendo agli stessi la sanzione disciplinare della censura, per avere, nella richiesta e nell’ordinanza di concessione di misure cautelari nei confronti degl’indagati nell’ambito del procedimento penale n. (OMISSIS) (c.d. proc. “(OMISSIS)”), riguardante un’ipotizzata associazione a delinquere della quale sarebbero stati partecipi pubblici ufficiali, leso la reputazione del Dott. I.A., all’epoca Questore di (OMISSIS), facendo ricorso, sulla base di mere conversazioni telefoniche, lasciate prive di ogni approfondimento investigativo, ad una motivazione che evocava la copertura istituzionale assicurata agl’indagati dal predetto soggetto, senza averlo mai considerato indiziato di reato ai sensi dell’art. 335 c.p.p..

A fondamento della decisione, la Sezione Disciplinare ha ritenuto indubbio il carattere altamente lesivo delle espressioni contenute nell’ordinanza cautelare, trattandosi della citazione d’intercettazioni di colloqui tra indagati in cui gli stessi parlavano di coperture istituzionali al loro operato, facendo riferimento a vari soggetti, tra i quali il Dott. I., all’epoca Questore della città ed investito quindi di un ruolo istituzionale particolarmente elevato nel particolare contesto ambientale in cui il procedimento veniva trattato. Precisato inoltre che la questione da esaminare consisteva nello stabilire se l’indicazione delle predette circostanze fosse strumentale e funzionale alla concessione della misura cautelare, la Sezione ha osservato che, qualora fossero stati ritenuti sussistenti elementi per un approfondimento delle indagini nei confronti del Questore, il Pubblico Ministero avrebbe dovuto iscriverlo nel registro di cui all’art. 335 c.p.p., mentre, qualora la posizione del Dott. I. fosse risultata estranea alla vicenda, il riferimento alla sua persona avrebbe dovuto essere considerato ingiustificato ed ultroneo.

Ciò posto, ha ritenuto che l’indicazione di un soggetto come partecipe di attività delittuose riferibili ad altri o come autore di una sorta di favoreggiamento avrebbe imposto l’iscrizione dello stesso nel registro degl’indagati, la cui omissione era configurabile come una grave violazione di legge, ai sensi del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g). Ha aggiunto che tale violazione era ascrivibile esclusivamente al Pubblico Ministero, cui la legge impone il dovere di iscrizione, e non anche al Giudice per le Indagini Preliminari, mentre la violazione di cui all’art. 2, comma 1, lett. d), era imputabile ad entrambi gl’incolpati. Ha ritenuto irrilevante, a tal fine, la circostanza che il Dott. I. non fosse parte formale del processo, essendo stato trattato come parte sostanziale, con la conseguente privazione della possibilità di richiedere tutela all’interno dello stesso procedimento. Ha precisato che, pur non incombendo al Giudice per le Indagini Preliminari un obbligo di verificare l’avvenuta iscrizione nel registro degl’indagati del soggetto non destinatario della misura cautelare, la qualità ed il ruolo del Dott. I. avrebbero dovuto suggerire, nel dubbio, una certa cautela, evitando di riportare espressioni sicuramente lesive dell’onorabilità di un soggetto che rappresentava il vertice della Polizia di Stato nella Provincia.

3. Avverso la predetta sentenza i Dott. M. e Ma. hanno proposto ricorsi per cassazione, articolati rispettivamente in tre e sette motivi. Il Ministero della giustizia non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo d’impugnazione, il Dott. M. denuncia la falsa applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2,comma 1, lett. g), nonchè la manifesta illogicità della motivazione, censurando la sentenza impugnata per aver ritenuto sussistente la violazione dell’art. 335 c.p.p., sulla base del mero cenno all’attività di copertura ascritta al Dott. I. nelle conversazioni intercettate, senza fare alcun riferimento ad episodi in cui la predetta attività sarebbe stata espletata o alle modalità con cui si sarebbe concretizzata. Premesso che per procedere all’attività d’indagine è necessario che sia emerso un fatto, ovverosia un accadimento sufficientemente delineato nello spazio e nel tempo, con profili materiali tali da consentirne la sussunzione in una fattispecie penale, osserva che la sintesi contenuta nella richiesta di applicazione delle misure cautelari e le frasi risultanti dalle intercettazioni non presentavano i requisiti necessari per procedere all’iscrizione nel registro degl’indagati. Nel ritenere che le predette dichiarazioni fossero state lasciate prive di approfondimento investigativo, la sentenza impugnata non ha tenuto conto della durata delle intercettazioni e dello sviluppo delle indagini, da cui non era emerso alcun elemento tale da consentire di attribuire concretezza storica e rilevanza penale all’attività addebitata al Dott. I.. L’affermazione secondo cui quest’ultimo sarebbe stato indicato come partecipate di attività delittuose riferibili ad altri o come autore di una sorta di favoreggiamento risulta poi manifestamente illogica, avuto riguardo all’assoluta genericità dell’accenno emergente dalla conversazione intercettata, rimasto privo di conferma anche indiretta, e quindi ascrivibile ad un mero convincimento dei funzionari intercettati.

2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la falsa applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. d), nonchè la manifesta illogicità della motivazione, censurando la sentenza impugnata per aver ritenuto applicabile la predetta disposizione in riferimento ad un soggetto non riconducibile alle categorie dalla stessa indicate. Ribadito che dalla frase pronunciata nelle conversazioni intercettate non emergeva alcun elemento idoneo a giustificare l’accusa di collusione nei confronti del Questore, osserva che, come risulta dalla stessa sentenza impugnata, quest’ultimo non era parte del procedimento, e non doveva quindi essere trattato come tale. Aggiunge che il richiamo all’art. 2, comma 1, lett. d), cit. si pone in contrasto con il principio di tipicità cui è improntata la formulazione dell’illecito disciplinare, alla stregua del quale le modalità di redazione dei provvedimenti assumono rilievo esclusivamente ai fini della configurabilità delle fattispecie previste dalle lett. g), h), l), m), cc), ff) e gg) dell’art. 2, comma 1, e la motivazione degli stessi viene in considerazione esclusivamente sotto il profilo della mancanza di motivazione o della mancata indicazione dei presupposti di fatto per l’adozione di un provvedimento, mentre la nozione di comportamento abitualmente o gravemente scorretto di cui alla lett. d) si riferisce ai rapporti intrattenuti dal magistrato nell’ambito dell’ufficio giudiziario. La sentenza impugnata ha infine omesso di valutare se il riferimento alla conversazione intercettata assumesse rilievo ai fini dell’accoglimento della richiesta cautelare, essendosi limitata ad affermare che l’estraneità del Dott. I. alla vicenda in questione rendeva ingiustificato ed ultroneo qualsiasi riferimento alla sua persona, senza tener conto della rilevanza, sul piano indiziario, dei rapporti, emergenti dalla predetta conversazione, tra gl’indagati e delle importanti conoscenze su cui gli stessi potevano contare, indipendentemente dalla possibilità di attribuire condotte penalmente rilevanti al Questore.

3. I predetti motivi vanno trattati congiuntamente, in quanto riflettenti questioni intimamente correlate, ed unitamente agli stessi vanno esaminati, per evidente connessione, i primi quattro motivi del ricorso proposto dalla Dott.ssa Ma..

Con il primo motivo, quest’ultima denuncia infatti la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2,comma 1, lett. d), censurando la sentenza impugnata per aver esteso l’ambito applicativo di tale disposizione alle modalità di redazione della motivazione dell’ordinanza di custodia cautelare, senza considerare che le violazioni disciplinari ricollegabili all’attività provvedimentale sono contemplate dalle lett. g), h), l), m), cc), ff) e gg) del medesimo articolo, che prevedono fattispecie tipiche non comprendenti quella in esame. Premesso che non sussiste alcun divieto di riportare nella predetta ordinanza il contenuto di intercettazioni nelle quali si faccia riferimento a terzi, ove le stesse siano ritenute rilevanti, sostiene che tale citazione non consente di attribuire ai predetti soggetti la qualità di parti, con la conseguente applicazione dell’art. 2, comma 1, lett. d), risultando altrimenti violato il principio di tipicità dell’illecito disciplinare, posto a garanzia della certezza del diritto e dell’indipendenza del magistrato.

4. Con il secondo motivo, la ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2,comma 2, osservando che, nell’estendere il proprio apprezzamento alla necessità di riportare nell’ordinanza cautelare circostanze riguardanti il Dott. I., la sentenza impugnata ha indebitamente esercitato un sindacato sul provvedimento giurisdizionale, non avendo considerato che lo stesso è consentito soltanto in presenza di decisioni palesemente ed incontestabilmente abnormi o arbitrarie in quanto frutto di errore determinato da grave negligenza professionale o dell’intento di perseguire finalità diverse da quelle di giustizia.

5. Con il terzo motivo, la ricorrente lamenta l’omessa, insufficiente e illogica motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che il Dott. I. fosse stato trattato come parte sostanziale, senza considerare che lo stesso non aveva assunto neppure la veste di indagato. Premesso che nella fase cautelare spetta al giudice per le indagini preliminari la valutazione di elementi dai quali emerga il coinvolgimento di altri soggetti, non destinatari delle misure cautelari, nei confronti dei quali il Pubblico Ministero può effettuare ulteriori approfondimenti, osserva che, nonostante la durata e la complessità delle indagini, l’ordinanza cautelare non menzionava alcuna condotta del Dott. I. da cui emergesse la sua collusione con gli altri indagati o la sua partecipazione ad attività delittuose. Le conversazioni in cui era menzionato il Questore sono state ritenute rilevanti non già per avvalorare la copertura istituzionale a lui attribuita dagli intercettati, ma ai fini della descrizione del contesto complessivo, dei legami tra gl’indagati e delle modalità con cui operavano, nonchè della prova degl’illeciti ascritti ai destinatari della misura cautelare; tale finalità, chiaramente emergente dalla parte dell’ordinanza dedicata alla qualificazione giuridica dei fatti, non è stata in alcun modo presa in considerazione dalla sentenza impugnata, la quale non ha neppure spiegato le ragioni per cui il giudice per le indagini preliminari avrebbe dovuto porsi il problema della mancata iscrizione del Dott. I. nel registro degl’indagati, rimasta peraltro indimostrata. Il Giudice disciplinare ha poi omesso di valutare se la condotta ascritta all’incolpata costituisse sintomo di negligenza o d’imperizia e fosse tale da compromettere il prestigio dell’Ordine giudiziario, essendosi limitata a dare atto della lesione dell’onorabilità del Dott. I., cagionata dalle notizie apparse sulla stampa locale e dalla presentazione di un’interrogazione parlamentare.

6. Con il quarto motivo, la ricorrente denuncia la contraddittorietà e l’illogicità della motivazione, rilevando che la sentenza impugnata ha per un verso escluso che il giudice per le indagini preliminari fosse tenuto a verificare l’iscrizione del Dott. I. nel registro degl’indagati, per altro verso ritenuto che egli dovesse porsi il problema della mancata iscrizione, in tal modo censurando l’autonoma valutazione dei fatti e delle prove contenuta nell’ordinanza cautelare.

7. Le censure sono fondate.

L’addebito mosso agl’incolpati consiste infatti nell’avere, nell’ambito di un procedimento penale per associazione a delinquere della quale sarebbero stati partecipi pubblici ufficiali, leso la reputazione del Dott. I., all’epoca Questore di (OMISSIS): tale lesione sarebbe stata consumata attraverso l’inclusione, nella richiesta e nell’ordinanza di concessione di misure cautelari a carico degl’indagati, della trascrizione d’intercettazioni telefoniche in cui gli interlocutori indicavano il predetto funzionario come il soggetto che proteggeva uno degl’indagati; a tale menzione non avrebbero fatto riscontro l’iscrizione del Dott. I. nel registro degl’indagati nè il compimento dei necessari approfondimenti investigativi, con la conseguenza che l’interessato, oltre ad essere stato privato della possibilità di ottenere tutela nell’ambito del procedimento in questione, sarebbe rimasto esposto agli effetti delle notizie diffuse dagli organi di stampa di (OMISSIS) e di un’interrogazione parlamentare, che gli avrebbero arrecato un evidente disdoro, aggravato dall’alto ruolo istituzionale da lui ricoperto. In virtù del relativo accertamento, la sentenza impugnata ha ritenuto sussistente l’illecito di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g), a carico del Dott. M., per aver violato l’art. 335 c.p.p. e quello di cui alla lett. d) della medesima disposizione a carico di entrambi gl’incolpati, per aver tenuto un comportamento gravemente scorretto nei confronti del Dott. I., qualificato come “parte sostanziale” del procedimento penale.

7.1. La prima conclusione non risulta tuttavia sorretta da un percorso logico-giuridico idoneo a giustificarla, non essendo stato indicato alcun elemento emerso dalle indagini, al di là delle generiche affermazioni risultanti dalle intercettazioni delle conversazioni tra gl’indagati, che consentisse di ravvisare un’ipotesi di reato sufficientemente circostanziata a carico del Questore. E’ pur vero, infatti, che, come affermato da questa Corte in tema di iscrizione nel registro di cui all’art. 335 c.p.p., tale formalità non costituisce oggetto di un potere discrezionale del Pubblico Ministero, il quale è tenuto a provvedervi senza ritardo non appena acquisita la notitia criminis, così come, una volta riscontrati elementi obiettivi d’identificazione del soggetto cui il reato è attribuito, è tenuto a iscriverne il nome con altrettanta tempestività (cfr. Cass. pen., Sez. Un., 24/09/2009, n. 40538; Cass. civ., Sez. Un. 12/10/2011, n. 20936; Cass. pen., Sez. V, 28/09/2017, n. 44909). L’inadempimento di tale obbligo è stato ritenuto idoneo ad integrare l’illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g), in riferimento al quale è stato precisato che costituisce un apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità ove sorretto da motivazione congrua, stabilire se gli elementi raccolti in sede d’indagine siano o meno sufficienti ad imporre l’iscrizione in detto registro della persona sottoposta all’indagine (cfr. Cass., Sez. Un., 12/10/2011, n. 20936; 21/09/2006, n. 20505). E’ stato tuttavia chiarito che, ai fini dell’insorgenza dell’obbligo d’iscrizione, non è sufficiente un generico e personale sospetto, ma occorre che sia stata acquisita una notizia di reato in termini di configurabilità quanto meno oggettiva, ovverosia “una base fattuale idonea a configurare un fatto come sussumibile in una determinata fattispecie di reato” (cfr. Cass., Sez. Un., 13/09/2018, n. 22402); in tal senso depone anche la considerazione che l’iscrizione nel registro di cui all’art. 335 c.p.p., si traduce di per sè in un danno, in quanto determina la sottoposizione all’indagine penale e lede l’immagine del soggetto iscritto, soprattutto quando, come nella specie, si tratti di un pubblico ufficiale (cfr. Cass. pen., Sez. VI, 5/12/2015, n. 4973). In quest’ottica, la riserva del potere di valutare la sufficienza degli elementi a disposizione del Pubblico Ministero, ai fini dell’accertamento della violazione dell’art. 335 c.p.p., non esonerava il Giudice disciplinare dal dovere d’indicare in motivazione i predetti elementi, nonchè di dar conto delle ragioni per cui, al momento della richiesta della misura cautelare, gli stessi dovevano considerarsi di consistenza tale da integrare una notitia criminis idonea a consentire l’iscrizione del Dott. I. nel registro degl’indagati: la sentenza impugnata si è invece limitata ad evidenziare genericamente la possibilità di approfondimenti investigativi nei confronti del predetto soggetto, la cui prospettazione, oltre ad essere rimasta sostanzialmente immotivata, si pone anche in contraddizione con l’affermata necessità di omettere, in alternativa, qualsiasi cenno alla persona del Questore.

7.2. La mancata dimostrazione dell’obbligo di procedere all’iscrizione nel registro degl’indagati consente altresì di escludere la correttezza del richiamo del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. d), la cui evocazione, sulla base della qualificazione del terzo come “parte sostanziale” del procedimento, oltre a porsi in contrasto con la puntuale elencazione dei destinatari del comportamento scorretto, inserita nella predetta disposizione in ossequio all’esigenza di tipizzazione dell’illecito disciplinare, riposa proprio sul riconoscimento dell’esistenza del predetto obbligo, in assenza del quale il terzo deve considerarsi a tutti gli effetti estraneo alle indagini.

7.3. Sotto un diverso profilo, non può peraltro ritenersi giuridicamente corretta la premessa da cui muove la motivazione della sentenza impugnata, secondo cui, ai fini dell’accertamento degl’illeciti ascritti agl’incolpati, occorreva preliminarmente valutare se nella richiesta di misura cautelare presentata dal Dott. M. in qualità di Pubblico Ministero e nell’ordinanza successivamente depositata dalla Dott.ssa Ma. in qualità di Giudice per le indagini preliminari fosse o meno assolutamente necessario riportare le circostanze riguardanti il Dott. I.. La stessa Sezione Disciplinare ha riconosciuto che oggetto di tale valutazione era la “strumentalità e funzionalità” delle predette circostanze alla concessione della misura cautelare, ovvero, secondo l’espressione adoperata dalla difesa degl’incolpati, l’idoneità delle stesse “a definire maggiormente il quadro indiziario a carico degl’indagati”: l’apprezzamento di tali circostanze, risolvendosi nella formulazione di un giudizio in ordine alla valenza probatoria degli elementi complessivamente addotti a sostegno della richiesta e presi in considerazione ai fini dell’accoglimento o del rigetto della stessa, doveva peraltro considerarsi rimesso in via esclusiva ai magistrati investiti delle funzioni rispettivamente di Pubblico Ministero e di Giudice per le indagini preliminari, attenendo al merito del procedimento cautelare, con la conseguente sottrazione al sindacato del Giudice disciplinare. Com’è noto, infatti, l’insindacabilità del provvedimento giurisdizionale ai fini della valutazione della responsabilità disciplinare del magistrato che lo ha adottato viene meno soltanto quando il provvedimento risulti abnorme, in quanto emesso al di fuori di ogni schema processuale, ovvero pronunciato sulla base di un errore macroscopico o di grave o inescusabile negligenza: casi, questi, nei quali viene ad assumere rilevanza disciplinare non già il risultato dell’attività giurisdizionale, ma il comportamento deontologicamente deviante posto in essere dal magistrato nell’esercizio della sua funzione istituzionale (cfr. Cass., Sez. Un., 21/12/2018, n. 33328; 24/09/2010, n. 20159; 28/09/ 2009, n. 20730). La condotta del magistrato può quindi essere censurata sul piano disciplinare anche con riguardo all’attività interpretativa e applicativa delle norme di diritto, ma solo nel caso in cui tale attività riveli scarsa ponderazione, approssimazione, frettolosità o limitata diligenza, idonee a riverberarsi negativamente sulla credibilità del magistrato o sul prestigio dell’ordine giudiziario (cfr. Cass., Sez. Un., 25/03/2013, n. 7379; 4/08/2000, n. 538). Tali ipotesi, nella specie, non sono state neppure prospettate, essendosi la sentenza impugnata limitata ad addebitare agl’incolpati il pregiudizio subito dal terzo estraneo in conseguenza della menzione del suo nominativo nella richiesta e nell’ordinanza cautelare, sulla base della mera considerazione, non sorretta da un puntuale accertamento in fatto ed intrinsecamente contraddittoria, secondo cui, ove vi fossero stati elementi sufficienti per l’approfondimento dell’indagine nei suoi confronti, egli avrebbe dovuto essere iscritto nel registro degl’indagati, mentre nel caso in cui la sua posizione non avesse meritato la predetta iscrizione, egli non avrebbe dovuto neppure essere menzionato.

8. Entrambi i ricorsi vanno pertanto accolti, restando assorbite le questioni proposte con il terzo motivo di quello del Dott. M. e con il quinto, il sesto ed il settimo motivo di quello della Dott.ssa Ma., concernenti l’omessa valutazione del pregiudizio arrecato all’immagine dell’Ordine giudiziario e l’applicabilità dell’esimente della scarsa rilevanza del fatto, nonchè la scelta della sanzione da applicare.

La sentenza impugnata va conseguentemente cassata, e, non risultando necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c., con l’assoluzione degl’incolpati dagli illeciti disciplinari a loro rispettivamente ascritti, per essere rimasti esclusi gli addebiti.

9. La novità delle questioni trattate giustifica la compensazione delle spese processuali tra i ricorrenti ed il Ministero della Giustizia. Non occorre invece provvedere al regolamento delle spese processuali nei rapporti con il Procuratore generale, che non può essere destinatario della relativa pronuncia.

P.Q.M.

accoglie i primi due motivi del ricorso di M.G. ed i primi quattro motivi del ricorso di Ma.Ma.; dichiara assorbiti gli altri motivi; cassa la sentenza impugnata, e, decidendo nel merito, assolve M.G. e Ma.Ma. dagli illeciti disciplinari a loro ascritti, per essere rimasti esclusi gli addebiti. Compensa integralmente le spese processuali tra i ricorrenti ed il Ministero della Giustizia.

Così deciso in Roma, il 15 gennaio 2019.

Depositato in Cancelleria il 2 maggio 2019

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