Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11585 del 11/05/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. II, 11/05/2017, (ud. 23/03/2017, dep.11/05/2017),  n. 11585

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12462-2016 proposto da:

C.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI

114/B, presso lo studio dell’avvocato GIOVAMBATTISTA FERRIOLO, che

la rappresenta e difende unitamente all’avvocato FERDINANDO EMILIO

ABBATE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato ex lege in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositato il

11/11/2015 n. cronol. 444/2015 relativo al ricorso R.G.n. 567/2015

V.G.;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/03/2017 dal Consigliere Dott. GUIDO FEDERICO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

C.P. propone ricorso per cassazione, con due motivi, illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c., avverso il decreto emesso su opposizione L. n. 89 del 2001, ex art. 5 ter dalla Corte d’Appello di Firenze, con il quale è stato respinto il ricorso L. n. 89 del 2001, ex artt. 2 e 3 per inosservanza del termine di durata ragionevole di un procedimento ex L. n. 89 del 2001 comprensivo della fase esecutiva, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese di lite.

La Corte d’Appello, per quanto in questa sede ancora rileva, affermava che ricadevano nel computo di durata ragionevole i soli periodi in cui l’organizzazione dell’Amministrazione giudiziaria esercitava o poteva esercitare il proprio ruolo, risultandovi estranei altri periodi.

In particolare, premesso che in ossequio al principio di unitarietà del procedimento doveva escludersi la separazione tra la fase di accertamento del diritto e la sua riscossione, con inclusione dunque nel termine ragionevole della fase esecutiva, andavano però esclusi dal computo i tempi morti non ascrivibili al sistema giudiziario.

Ad avviso della Corte chi agisce lamentando l’irragionevole durata del procedimento giudiziario ha l’onere di allegare e dimostrare, ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 2 bis, comma 1 che il procedimento ha avuto una durata eccedente di almeno 6 mesi il periodo di complessivi 2 anni 6 mesi e 5 gg di ragionevole durata, al netto dei periodi di quiescenza estranei all’amministrazione giudiziaria.

Non poteva dunque considerarsi il periodo decorrente tra il decreto che definiva il primo grado ed il deposito del ricorso in Cassazione e tra l’ordinanza di definizione del processo esecutivo ed il suo passaggio in giudicato, nè quello intercorso tra la sentenza della cassazione e l’inizio della fase di esecuzione, che doveva individuarsi nella notifica del pignoramento ex art. 491 c.p.c.

Di qui la insussistenza della irragionevole durata del procedimento, in quanto sommando la durata del processo di cognizione e di quello esecutivo la durata complessiva del procedimento era inferiore al termine ragionevole di anni 2 mesi 6 e gg.5.

Il Ministero della Giustizia ha resistito con controricorso.

Con il primo motivo la ricorrente denunzia la violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 censurando la statuizione della sentenza impugnata che ha ritenuto di escludere dal computo del periodo di ragionevole durata il lasso temporale intercorrente tra la sentenza di cassazione e l’inizio della fase esecutiva.

Il motivo è infondato.

Conviene premettere che, come affermato dalle sezioni unite di questa Corte con la pronuncia 6312/2014, ai fini della durata ragionevole del processo l’unitarietà del procedimento comprende anche la fase esecutiva.

Nel caso dunque in cui il ricorrente faccia valere il diritto ad un processo ex lege 89 del 2001 di durata ragionevole, deducendo la non ragionevole durata anche della promossa ed esaurita fase di esecuzione forzata, la stessa deve considerarsi fase di un unico processo, che ha inizio con la domanda di equa riparazione e fine con la conclusione di tale seconda fase e la durata complessiva sarà costituita dalla somma della durata delle due fasi di cognizione ed esecuzione.

Da tale periodo complessivo devono peraltro ritenersi esclusi, secondo i principi generali, i periodi non ascrivibili al sistema giudiziario e dunque, nel caso di specie, quello intercorrente tra il deposito della sentenza della cassazione e l’inizio della procedura espropriativa, vale a dire l’esercizio della domanda di esecuzione da parte del creditore, mediante la notifica del pignoramento.

Non va dunque considerato, perchè estraneo alla possibilità di intervento dell’amministrazione giudiziaria e rimesso alla disponibilità della parte, il periodo dalla sentenza della cassazione all’inizio della fase di esecuzione, per la quale, non essendo pendente alcun processo non è configurabile alcuna irragionevole durata.

La fase esecutiva inizia dunque con la notifica del pignoramento e si conclude con il deposito dell’ordinanza ex art. 510 c.p.c., e la sua durata complessiva si somma a quella del processo di cognizione.

Non vi è alcuna ragione per derogare, nel caso di specie, al generale principio di non computabilità, nel periodo di durata ragionevole, del tempo in cui il processo è sospeso e di quello intercorso tra il giorno in cui inizia a decorrere il termine per proporre l’impugnazione e la proposizione della stessa. Ed invero, laddove, come nel caso di specie, la fase di cognizione del processo “Pinto” si sia conclusa in senso favorevole al ricorrente, l’Amministrazione è tenuta a corrispondere la somma corrispondente nel termine di sei mesi e cinque giorni dalla data in cui il provvedimento che la accorda è divenuto definitivo.

Da ciò consegue, come chiarito dalle sezioni unite di questa Corte, che, ove la parte si sia attivata per l’esecuzione nel termine di sei mesi dalla definizione del procedimento di cognizione, ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 4 essa può esigere la valutazione unitaria dei procedimenti, finalisticamente considerati come “unicum”, mentre, ove abbia lasciato spirare quel termine, essa non può più far valere l’irragionevole durata del procedimento di cognizione, essendovi soluzione di continuità rispetto al successivo procedimento di esecuzione (Cass. Ss.Uu. 9142/2016). Ciò però non comporta che il periodo decorrente tra l’esecutività del provvedimento e l’inizio della(eventuale) fase esecutiva, vada incluso nel complessivo periodo di ragionevole durata, costituito, secondo la generale regola di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2 quater dalla somma delle due fasi (così la cit. Cass.Ss. Uu. n. 6312/2014), senza che debbano computarsi i periodi intermedi.

A tali principi, cui il collegio ritiene senz’altro di dare di dare continuità, si è conformata la sentenza impugnata onde non è ravvisabile la dedotta violazione di legge.

Con il secondo motivo di ricorso si censura la statuizione di condanna alla refusione delle spese di lite, deducendo la violazione degli artt. 91 e 92, lamentando la mancata compensazione delle stesse. Il motivo è infondato.

Si osserva infatti che la condanna alle spese costituisce corretta applicazione del principio di soccombenza, non risultando ravvisabile, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, come modificato dal D.L. n. 132 del 2014, art. 13, comma 1 applicabile ratione temporis, nè l’assoluta novità della questione, nè il mutamento della giurisprudenza, dovendo al contrario ritenersi che il precedente orientamento della giurisprudenza di legittimità fosse conforme alla decisione impugnata.

Il ricorso va dunque respinto ed il ricorrente va condannato, alla refusione delle spese del presente giudizio, che si liquidano come da dispositivo.

Poichè il presente ricorso ha ad oggetto materia esente del contributo unificato non vi è luogo a provvedere in ordine al raddoppio del pagamento del medesimo D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio in favore del Ministero della Giustizia, che liquida in complessivi 500,00 Euro oltre a rimborso spese prenotate a debito ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 11 maggio 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA