Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11571 del 03/05/2021

Cassazione civile sez. I, 03/05/2021, (ud. 03/12/2020, dep. 03/05/2021), n.11571

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

Dott. MACRI’ Ubalda – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 519/2019 proposto da:

C.L., rappresentato e difeso dall’Avv. Gianluca Vitale, in

virtù di procura in calce al ricorso per cassazione, elettivamente

domiciliato in Roma, via Torino, n. 7, presso lo studio legale

dell’Avv. Laura Barberio.

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro in carica,

domiciliato ex lege in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato.

– intimato –

avverso il decreto del Tribunale di TORINO in data 17 ottobre 2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

3/12/2020 dal Consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con decreto del 17 ottobre 2018, il Tribunale di Torino ha rigettato il ricorso proposto da C.L., cittadino della (OMISSIS), avverso il provvedimento di diniego della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale.

2. Il ricorrente aveva dichiarato che i genitori erano morti a seguito di infezione del virus ebola e che lui e la sorella di cinque anni erano rimasti da soli e oggetto di gravi discriminazioni da parte dell’intera comunità perchè ritenuti ancora infetti e pericolosi; che la sorella era stata accolta dai vicini di casa e lui aveva deciso di emigrare, prima in Mali, poi in Algeria, Libia e in Italia, dove era arrivato nel novembre del 2016.

3. Il Tribunale ha rilevato che, a prescindere da qualunque valutazione sulla credibilità della vicenda narrata, il ricorrente non correva alcun rischio reale di essere discriminato o di subire gravi danni perchè erano oramai trascorsi quattro anni e, peraltro, la sorella, coinvolta nella stessa vicenda, risultava essere perfettamente integrata nella comunità e non era ritenuta più malata; che il ricorrente non risultava avere mai contratto il virus e quindi non poteva essere perseguitato da popolazioni autoctone e che il ricorrente non aveva mai dichiarato di avere subito vessazione o soprusi nel Paese di transito; non sussistevano quindi i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, nè della protezione sussidiaria e che infondata era pure la domanda di protezione umanitaria, in quanto non rientrava in alcuno dei casi previsti dalla nuova normativa di cui al D.L. n. 113 del 2018, entrato in vigore il 5 ottobre 2018, nè poteva riconoscersi la protezione umanitaria alla luce della normativa precedente, in assenza di una acclarata situazione di vulnerabilità ed essendo il fattore integrazione rilevante solo in presenza di una esistente condizione di vulnerabilità.

4. C.L. ricorre per la cassazione del decreto con atto affidato ad un unico motivo.

5. L’Amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19 e la violazione dei criteri legali per il riconoscimento della protezione umanitaria, avendo il Tribunale omesso di comparare la situazione nel paese di accoglienza, ritenuta documentata, ma non sufficientemente idonea al riconoscimento della protezione umanitaria, con la situazione esistente nel paese di provenienza, nonchè le gravi discriminazioni e gli abusi che lo stesso subirebbe in patria in ragione della vicenda narrata.

1.1 Il motivo è inammissibile perchè non si confronta con nessuna delle specifiche ragioni del decidere poste dal Tribunale a fondamento della decisione, laddove ha affermato che, a prescindere da qualunque valutazione sulla credibilità della vicenda narrata, il ricorrente non correva alcun rischio reale di essere discriminato o di subire gravi danni perchè erano oramai trascorsi quattro anni e, peraltro, la sorella, coinvolta nella stessa vicenda, risultava essere perfettamente integrata nella comunità e non ritenuta più malata; che il ricorrente non risultava avere mai contratto il virus e quindi non poteva essere perseguitato da popolazioni autoctone e che il ricorrente non aveva mai dichiarato di avere subito vessazione o soprusi nel Paese di transito.

1.2 La Corte di Cassazione ha più volte affermato che nell’ipotesi in cui la sentenza impugnata sia basata su plurime e distinte “rationes decidendi”, ciascuna di per sè sufficiente a sorreggere la soluzione adottata, sussiste l’onere del ricorrente di impugnarle tutte, a pena di inammissibilità del ricorso (Cass., 18 aprile 2019, n. 10815).

1.3 In ogni caso, il ricorrente, nel denunciare il vizio di violazione di legge con riguardo alla statuizione di diniego della protezione umanitaria, svolge doglianze totalmente generiche, sia con riferimento alla dedotta situazione di vulnerabilità soggettiva, sia avuto riguardo alla situazione del paese di provenienza, sollecitando un’inammissibile rivalutazione degli accertamenti di fatto effettuata dal Tribunale, che ha, con adeguata motivazione, escluso, nel caso concreto, la sussistenza di fattori di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva, anche mediante ampia e dettagliata descrizione della situazione del Paese di origine del richiedente, con indicazione delle fonti.

E’ utile precisare che il fattore dell’integrazione sociale in Italia, peraltro genericamente allegato in ricorso, è recessivo, qualora difetti la vulnerabilità (Cass., Sez. U., 13 novembre 2019, n. 29459; Cass., 23 febbraio 2018, n. 4455).

2. Il ricorso va, conclusivamente, dichiarato inammissibile.

Nulla sulle spese poichè l’Amministrazione intimata non ha svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 3 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 maggio 2021

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