Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11559 del 12/05/2010

Cassazione civile sez. I, 12/05/2010, (ud. 20/01/2010, dep. 12/05/2010), n.11559

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ADAMO Mario – Presidente –

Dott. SALME’ Giuseppe – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – rel. Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

D.S.A., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza Cavour,

presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e

difeso dall’avv. Carrozza Paolo, del Foro di Pisa, e dall’avv.

Patrizia Restuccia, del Foro di Vibo Valentia, giusta procura in

atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura

generale dello Stato, che lo rappresenta e difende per legge;

– controricorrente –

avverso il decreto della Corte d’appello di Torino cron. n. 7/07, in

data 3 gennaio 2007, nella causa iscritta al n. 493/06 V.G.;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20 gennaio 2010 dal relatore, cons. Dr. Stefano Schirò;

alla presenza del Pubblico ministero, in persona del sostituto

procuratore generale, dott. APICE Umberto, che nulla ha osservato.

La Corte:

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

A) rilevato che è stata depositata in cancelleria relazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comunicata al Pubblico Ministero e notificata ai difensori delle parti, con la quale – premesso che “Con decreto del 3 gennaio 2007 la Corte d’appello di Torino rigettava la domanda proposta da D.S.A., diretta ad ottenere la condanna del Ministero della Giustizia al pagamento dell’equo indennizzo a titolo di danno non patrimoniale e di danno patrimoniale, in relazione alla domanda dallo stesso proposta ai sensi della L. n. 89 del 2001, per la non ragionevole durata della procedura fallimentare instaurata nei confronti della Morwen Italiana s.p.a., iniziata con sentenza del 21.3.1986 e chiusa, dopo il deposito del piano di riparto finale ed il pagamento dei creditori, a distanza di oltre venti anni. In particolare la Corte d’appello, tenuto conto del numero delle domande di insinuazione allo stato passivo (fra le quali quella del ricorrente), del contenzioso relativo, delle azioni promosse per il recupero dei crediti e della consistenza dell’attività liquidatoria, determinava il periodo di non ragionevole durata in quattordici anni.

Negava tuttavia la configurabilità del danno non patrimoniale, perchè il credito soddisfacibile con il riparto finale era di entità talmente esigua da rendere verosimili sofferenze del tutto marginali e pressochè irrilevanti.

La Corte d’appello negava altresì il riconoscimento del danno patrimoniale perchè non provato e per di più non configurabile perchè privo di nesso di causalità con la durata irragionevole della procedura fallimentare. L’esiguità dell’importo non ne avrebbe consentito un investimento fruttifero delle somme ricavabili dal riparto finale.

Avverso la decisione il D.S. ha proposto ricorso per Cassazione affidato a tre motivi.

Resiste il Ministero della Giustizia” – si è altresì osservato che “Sono manifestamente fondati il primo ed il secondo motivo del ricorso, attinenti al mancato riconoscimento del danno non patrimoniale. La Corte d’appello si è discostata dal principio secondo cui, in tema di equa riparazione ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2 il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorchè non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali: sicchè, pur dovendo escludersi la configurabilità di un danno non patrimoniale in re ipsa – ossia di un danno automaticamente e necessariamente insito nell’accertamento della violazione, il giudice, una volta accertata e determinata l’entità della violazione relativa alla durata ragionevole del processo, secondo le norme della citata L. n. 89 del 2001, deve ritenere sussistente il danno non patrimoniale ogniqualvolta non ricorrano, nel caso concreto, circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito dal ricorrente. Nè, d’altra parte, la indennizzabilità del danno di cui si tratta può essere esclusa sul rilievo dell’esiguità della posta in gioco nel processo presupposto, in quanto l’ansia ed il patema d’animo conseguenti alla pendenza del processo si verificano anche nei giudizi in cui la posta in gioco è esigua, onde tale aspetto può avere solo un effetto riduttivo dell’entità del risarcimento, ma mai escluderlo totalmente (Cass., Sez. 1, 13 aprile 2006, n. 8714). Viceversa è manifestamente infondato il terzo motivo, perchè il mancato riconoscimento del danno patrimoniale è sorretto da adeguata motivazione, è censurato genericamente e la doglianza non evidenzia, neppure ipoteticamente, la denunciata contraddizione. In questi sensi la Corte si è pronunciata in casi analoghi (Cass., Sez. 1, 8 novembre 2007, n. 23321; Cass., Sez. 1, 6 dicembre 2007, n. 25508).

In conclusione, ove si condividano i testè formulati rilievi, il ricorso può essere trattato in camera di consiglio, ricorrendo i requisiti di cui all’art. 375 c.p.c.”;

B) osservato che il ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. e che, a seguito della discussione sul ricorso tenuta nella camera di consiglio, il collegio rileva quanto segue:

B1) il primo motivo di ricorso – con il quale il ricorrente denuncia “contraddittorietà della motivazione in ordine alla determinazione della sussistenza di un danno non patrimoniale” – è inammissibile;

infatti, ai sensi dell’art. 366-bis c.p.c., applicabile alla fattispecie ratione temporis, in tema di formulazione dei motivi del ricorso per cassazione fondati sul vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; la relativa censura deve contenere, pertanto, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità e da evitare che all’individuazione di detto fatto controverso possa pervenirsi solo attraverso la completa lettura della complessiva illustrazione del motivo e all’esito di un’attività di interpretazione svolta dal lettore (Cass. S.U. 2007/20603; Cass. 2007/16002; 2008/8897); nel caso di specie, il ricorrente – nel concludere l’illustrazione della censura sul dedotto vizio di motivazione affermando di ritenere contraddittorio che la Corte di appello, da un lato, avesse escluso il diritto all’indennizzo in considerazione dell’esiguità del credito che si sarebbe potuto ricavare dal prospetto di riparto finale, e, dall’altro, avesse determinato tale credito in una somma differente ed “enormemente inferiore” a quella risultante dal riparto stesso – ha esplicitato, rispetto al vizio di motivazione dedotto, un momento di sintesi del lutto inidoneo, per la sua genericità, a consentire l’esatta individuazione del complessivo fatto controverso senza ricorrere alla completa lettura della complessiva illustrazione del motivo di censura e ad un’attività di interpretazione del motivo stesso; inoltre il ricorrente, con la censura formulata, non ha evidenziato un vizio logico del ragionamento seguito dalla Corte territoriale, ma ha censurato, in modo non consentito nel giudizio di legittimità, l’accertamento di fatto compiuto dalla Corte stessa in ordine all’esiguo ammontare del credito che avrebbe potuto essere soddisfatto, contrapponendo a tale accertamento di fatto una diversa determinazione della misura del credito, quale desumibile, a suo avviso, dalle risultanze processuali;

B2) anche la seconda censura – con la quale si denuncia violazione di norme di diritto (art. 6.1. CEDU e della L. n. 89 del 2001, art. 2) in ordine alla determinazione dei criteri sui quali commisurare il diritto a ricevere l’indennizzo per la violazione del termine ragionevole di durata del processo – si configura come inammissibile, in quanto il quesito di diritto che, a norma dell’art. 366 bis c.p.c., illustra la doglianza e con il quale si deduce che non sono stati rispettati i criteri indicati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo ed approfonditi dalla Corte di cassazione per valutare la sussistenza e la quantificazione del diritto all’indennizzo, si risolve nella mera richiesta di accoglimento del motivo e comunque in un generico interpello della Corte in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata, ma non contiene la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal giudice di merito e della diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie (Cass. S.U. 2008/2658;

Cass. 2008/19769; 208/24339);

B3) il terzo motivo – con il quale si denuncia ancora contraddittoria motivazione in ordine alla determinazione del danno patrimoniale – deve essere ritenuto parimenti inammissibile, in quanto la illustrazione del vizio di motivazione non è accompagnata da un momento di sintesi che individui chiaramente il fatto controverso su cui la motivazione sarebbe contraddittoria, essendosi il ricorrente limitato a richiedere alla Corte di legittimità di ritenere sussistente il dedotto danno patrimoniale, da liquidarsi in via equitativa;

B4) le considerazioni che precedono conducono alla dichiarazione d’inammissibilità del ricorso e le spese processuali, da liquidarsi come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in Euro 1.000,00, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 20 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2010

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