Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11548 del 03/05/2021

Cassazione civile sez. lav., 03/05/2021, (ud. 28/10/2020, dep. 03/05/2021), n.11548

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia – Presidente –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

Dott. BUFFA Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2717/2016 proposto da:

C.B.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

REGINA MARGHERITA 46, presso lo studio dell’avvocato RUGGERO

FRASCAROLI, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI – ROMA, in persona del

legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8385/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 22/01/2015 R.G.N. 3016/2010;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/10/2020 dal Consigliere Dott. CATERINA MAROTTA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. con sentenza n. 8385/2014 del 22 gennaio 2015 la Corte di appello di Roma confermava la decisione del locale Tribunale che aveva respinto la domanda proposta, nei confronti del Garante per la protezione dei dati personali, da C.B.L. – già dirigente della Presidenza del Consiglio, poi transitato con decorrenza dal 1 settembre 2000, nei ruoli del Garante -;

il C.B. aveva lamentato che l’Amministrazione convenuta, nell’inquadrarlo, avesse riconosciuto in suo favore il livello stipendiale dettato dalla tabella di corrispondenza allegata al Regolamento n. 2 del 2000 del Garante per il personale e così attribuito il livello 10 previsto per i dirigenti dello Stato e di dirigenti delle amministrazioni pubbliche in luogo del livello 18 previsto per gli ex dirigenti superiori;

aveva perciò chiesto il riconoscimento del suo diritto ad essere inquadrato al 18 livello della scala stipendiale dei dirigenti, con conseguente condanna del Garante a corrispondere dal 1 settembre 2000 le differenze retributive;

in via subordinata aveva prospettato l’illegittimità dell’art. 2 del medesimo Regolamento quale conseguenza della pretesa incostituzionalità del D.Lgs. n. 51 del 1999, art. 1, che prevede che al personale del Garante sia attribuito soltanto “l’ottanta per cento del trattamento economico del personale dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni”, disposizione in asserito contrasto con gli artt. 3 e 76 della Carta;

2. riteneva la Corte territoriale che venisse in rilievo, nella fattispecie, il mantenimento delle condizioni economiche e retributive relative alla qualifica di provenienza, poi soppressa (nel caso in esame quella di dirigente superiore) senza che, però, ciò potesse comportare il corrispondente diritto di pretendere il medesimo trattamento economico (Cass. 27 ottobre 2011, n. 22437; Cass. 17 febbraio 2014, n. 3682);

evidenziava che del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 22 (poi abrogato dal D.Lgs. n. 165 del 2001) aveva previsto la conservazione ad personam delle qualifiche fino ai provvedimenti di attribuzione della nuova qualifica di dirigente e che, pertanto, si appalesava giustificabile una differenziazione stipendiale atteso il carattere necessariamente temporaneo e il diverso percorso professionale dei due gruppi di dipendenti;

quanto alla dedotta violazione del principio di parità di trattamento, confermava il ragionamento del primo giudice in ordine alla circostanza che non fosse stato allegato alcun profilo descrittivo dei compiti disimpegnati ed alcuna comparazione con le mansioni svolte dal personale proveniente dalla qualifica di ex dirigente superiore;

riteneva non fondata la pretesa relativa all’adeguamento dei livelli stipendiali del Garante a quelli dell’AGCOM e richiamava l’art. 2, comma 2, del Regolamento del Garante n. 2 del 2000 secondo il quale il trattamento economico e giuridico del personale deve essere conforme a quanto previsto dall’art. 33, comma 1-bis, della L. n. 675 del 1996, inserito dalla L. n. 51 del 1999, art. 1, comma 1;

escludeva profili di illegittimità costituzionale della L. n. 675 del 1996, art. 33, comma 1-bis, prevedente che “nelle more della più generale razionalizzazione del trattamento economico del personale delle autorità amministrative indipendenti, al personale è attribuito l’ottanta per cento del trattamento economico del personale dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni”, rilevando che con l’espressione “tendenziale” contenuta nella legge delega il legislatore avesse inteso fare riferimento non già all’assoluta parità di trattamento economico tra il personale delle diverse autorità ma ad un criterio che il più possibile la realizzi, senza che però debba necessariamente giungersi ad una assoluta equiparazione;

2. avverso tale sentenza C.B.L. ha proposto ricorso affidato a cinque motivi;

3. il Garante per la protezione dei dati personali ha resistito con controricorso;

4. il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione del D.Lgs. n. 29 del 1993 (art. 15) e del D.Lgs. n. 80 del 1998 (artt. 10 e 43), delle disposizioni che equiparano agli altri dirigenti gli ex dirigenti superiori (D.P.R. n. 150 del 1999, art. 2, impropriamente citato in appello come D.P.R. n. 252 del 1998, ma ivi puntualmente riportato nel contenuto), falsa applicazione del D.P.R. n. 29 del 1993, art. 25;

deduce di essere stato illegittimamente discriminato rispetto agli ex dirigenti superiori essendo nella medesima posizione in forza delle disposizioni sopra indicate;

2. con il secondo motivo il ricorrente denuncia disparità di trattamento, irragionevolezza, iniquità;

sostiene che la tabella di equiparazione è stata in effetti una tabella di sperequazione;

3. con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c.;

censura la sentenza impugnata per avere la Corte territoriale pronunciato oltre la domanda che non riguardava le mansioni in concreto svolte ma l’illegittimità della tabella di equiparazione;

4. con il quarto motivo il ricorrente denuncia la violazione del Regolamento n. 2 del 2000, art. 64;

ritiene che occorra sgombrare il campo da quello che potrebbe essere un ulteriore errore della sentenza d’appello nel punto in cui afferma che “…pertanto, si appalesa giustificabile una differenziazione stipendiale atteso il carattere necessariamente temporaneo e il diverso percorso professionale dei due gruppi di dipendenti…” atteso che, se ciò significasse che il ricorrente ben poteva essere differenziato, rectius retrocesso, rispetto a quanti in ipotesi già da tempo rivestivano la qualifica di dirigente superiore, poichè la sua equiparazione in forza della descritta unificazione delle carriere dirigenziali era solo recente, si violerebbe sotto altro profilo il regolamento;

assume che l’anzianità nella qualifica di provenienza rileva solo per aggiungere gradini stipendiali all’inquadramento base e non può rendere deteriore la collocazione iniziale;

5. con il quinto motivo il ricorrente denuncia la violazione della L. n. 2248 del 1865, art. 5, all. E;

sostiene che la tabella di equiparazione allegata al Regolamento n. 2 del 2000 è illegittima e perciò da disapplicare, riconoscendo anche al ricorrente il 18 livello;

6. con il sesto motivo deduce l’invalidità dell’art. 2, comma 2, del reg. 2 del 2000 previa, ove occorra, questione di costituzionalità del D.Lgs. n. 51 del 1999, in relazione alla L. n. 676 del 1996, quale fonte interposta per violazione dell’art. 76 Cost. ed all’art. 3 Cost.;

sostiene che la previsione secondo cui il trattamento economico del garante sia pari all’80% di quello del personale AGCOM viola la legge delega ed è irragionevole;

7. il ricorso, nei vari motivi in cui è articolato, è da respingere per le ragioni di seguito illustrate;

7.1. occorre partire dalla situazione della dirigenza dello Stato esistente prima delle norme sul riordino di tale categoria;

7.2. l’istituzione della dirigenza statale si è avuta con il D.P.R. 30 giugno 1972, n. 748;

nata per la scissione dal tronco superiore della carriera direttiva, la dirigenza dello Stato fu articolata in tre qualifiche gerarchicamente ordinate: primo dirigente, dirigente superiore, dirigente generale; cui si aggiungevano qualifiche ancora superiori in alcune amministrazioni (prefetti di prima classe, nell’amministrazione dell’Interno, Ministri plenipotenziari e ambasciatori, nell’amministrazione degli Esteri);

in particolare, di detta L. n. 748 del 1972, art. 4, stabiliva che i funzionari con qualifica di dirigente generale e qualifiche superiori esercitano le funzioni di capo delle direzioni generali o degli uffici centrali o periferici di livello pari o superiore, nonchè quelle di consigliere ministeriale con compiti di studi e ricerca ed altre di pari rilevanza specificate dalle disposizioni particolari concernenti le singole Amministrazioni; l’art. 5, prevedeva che i funzionari con qualifica di dirigente superiore esercitano le funzioni di vicario dei funzionari con qualifica di dirigente generale e qualifiche superiori, di capo di servizio centrale dipendente organicamente dal Ministro o di altri uffici di pari livello previsti dalla legge, di consigliere ministeriale aggiunto con compiti di studi e ricerca, di ispettore generale, di capo di ufficio periferico particolarmente importante con circoscrizione non inferiore a quella provinciale, ed altre di pari rilevanza specificate dalle disposizioni particolari concernenti le singole Amministrazioni; l’art. 6 disponeva che i funzionari con la qualifica di primo dirigente esercitano le funzioni di direttore di divisione, di vice consigliere ministeriale con compiti di studio e ricerca, di ispettore capo, di capo di ufficio periferico con circoscrizione provinciale o di altri di particolare importanza;

7.3. poi è intervenuto il D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, che ha completato il processo di privatizzazione del rapporto di lavoro della dirigenza statale – già avviato con il D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29 – prevedendo la privatizzazione del rapporto di lavoro anche dei dirigenti generali delle amministrazioni pubbliche;

tale D.Lgs., ha previsto (art. 10) che nelle amministrazioni pubbliche la dirigenza è articolata nelle due fasce dell’istituito ruolo unico (art. 15 che ha sostituito del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 23): nella prima fascia sono stati inseriti in sede di prima applicazione del decreto i dirigenti generali in servizio alla data di entrata in vigore del regolamento da emanarsi e, successivamente, i dirigenti che avessero ricoperto incarichi di direzione di uffici dirigenziali generali ai sensi dell’art. 19, per un tempo pari ad almeno a cinque anni, senza essere incorsi nelle misure previste dall’art. 21, comma 2, per le ipotesi di responsabilità dirigenziale; nella seconda fascia sono inseriti gli altri dirigenti in servizio alla medesima data e i dirigenti reclutati attraverso i meccanismi di accesso di cui del medesimo D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 28;

7.4. con successivo D.P.R. 26 febbraio 1999, n. 150 (Regolamento recante disciplina delle modalità di costituzione e tenuta del ruolo unico della dirigenza delle amministrazioni statali, anche ad ordinamento autonomo, e della banca dati informatica della dirigenza, nonchè delle modalità di elezione del componente del Comitato di garanti), art. 2 (Ruolo unico dei dirigenti), è stato previsto che nel ruolo unico sono inseriti tutti i dirigenti delle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, ad esclusione del personale dirigenziale di cui al secondo periodo del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 15, comma 1, che tale ruolo unico è articolato in due fasce, nell’ambito delle quali sono individuate distinte sezioni per i dirigenti già appartenenti a ruoli professionali o reclutati in ragione delle loro specifiche professionalità tecniche, che nella prima fascia sono inseriti in ordine alfabetico i dirigenti generali in servizio alla data di entrata in vigore del regolamento e i dirigenti della seconda fascia che abbiano ricoperto incarichi o funzioni di livello dirigenziale generale, ai sensi del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 19, per un tempo pari ad almeno cinque anni, anche non continuativi, senza essere incorsi nelle misure previste dall’art. 21, comma 2, del medesimo D.Lgs.; nella seconda fascia del ruolo unico sono inseriti in ordine alfabetico gli altri dirigenti in servizio alla data di entrata in vigore del presente regolamento ed i dirigenti reclutati con le modalità indicate dall’art. 28 del D.Lgs.;

nella prima fascia sono stati, dunque, inseriti i dirigenti cui è attribuita la responsabilità di direzione di un ufficio dirigenziale generale; nella seconda fascia sono stati inseriti i dirigenti cui è attribuita la responsabilità di direzione di un ufficio dirigenziale non generale (e cioè sia gli ex dirigenti superiori sia gli ex primi dirigenti);

7.5. nella Tabella di corrispondenza allegata al Regolamento concernente il trattamento giuridico ed economico del personale del Garante per la protezione dei dati personali del 28 giugno 2000, n. 2 (in Gazz. Uff., 13 luglio, n. 162, recuperandosi, a fini di una differenziazione dei livelli della neoistituita Autorità indipendente, le qualifiche di provenienza esistenti prima dell’istituzione del ruolo unico e del D.P.R., recante le relative modalità di costituzione e tenuta, è stato previsto il livello 10 per i dirigenti dello Stato o di amministrazioni pubbliche, il livello 18 per gli ex dirigenti superiori, il livello 33 per gli ex dirigenti generali e qualifiche equiparate;

peraltro, ai sensi di quanto previsto dalla norma transitoria di cui al D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 25 (norma mantenuta dal D.Lgs. n. 80 del 1998, ed abrogata solo dal D.Lgs. n. 165 del 2001), “Le qualifiche di primo dirigente e di dirigente superiore sono conservate ad personam fino all’adozione dei provvedimenti di attribuzione della qualifica di dirigente prevista dall’art. 22. Nel nuovo ruolo il personale dell’ex qualifica di dirigente superiore precede quello dell’ex qualifica di primo dirigente secondo l’ordine di iscrizione nei ruoli di provenienza”, il che consente di ritenere che le vecchie qualifiche non fossero del tutto sparite;

7.6. ciò che rilevava, dunque, ai fini dell’applicazione della tabella di corrispondenza annessa al Regolamento era, data la funzione assegnata alla stessa tabella, la posizione giuridico-formale rivestita dal personale da inquadrare;

7.7. nella specie al C.B., presso l’amministrazione di provenienza, era stata attribuita la qualifica di dirigente di seconda fascia;

egli, infatti, era stato “dirigente” presso la Presidenza del Consiglio senza la responsabilità di direzione di un ufficio dirigenziale generale e, dunque, evidentemente non possedeva i requisiti per l’inquadramento nella prima fascia (in cui erano confluiti gli ex dirigenti generali in servizio alla data di entrata in vigore del regolamento da emanarsi e, successivamente, i dirigenti che avessero ricoperto incarichi di direzione di uffici dirigenziali generali ai sensi dell’art. 19, per un tempo pari ad almeno a cinque anni);

non risulta, del resto, che il predetto, dirigente dello Stato dal 1998, avesse maturato, alla data dell’inquadramento nel ruolo del Garante (1 settembre 2000) il requisito triennale di servizio nella qualifica di primo dirigente previsto dalla L. n. 748 del 1972, per poter essere scrutinato per la qualifica di dirigente superiore (come detto, poi, confluita nella prima fascia);

peraltro, di detta L. n. 748 del 1972, art. 24, non prevedeva alcun automatismo nelle promozioni ma uno scrutinio da parte del consiglio di amministrazione o il superamento di un concorso per titoli di servizio;

correttamente, dunque, allo stesso era stato riconosciuto il livello 10 della tabella di equiparazione ed assegnato il corrispondente trattamento retributivo;

il ricorrente, che, come detto, non aveva mai rivestito la qualifica di dirigente superiore, non aveva, dunque, titolo per ottenere il più elevato livello che nella stessa tabella era correlato, appunto, alla posizione di “ex dirigente superiore”;

7.8. tale circostanza non è, invero, posta in discussione dallo stesso ricorrente il quale a ben guardare non si duole dell’operata equiparazione da un punto di vista formale ma del fatto che, a monte, sia stata operata una distinzione, ai fini delle neointrodotte corrispondenze, degli ex dirigenti superiori (liv. 18) – oltre che degli ex dirigenti generali (liv. 33) – rispetto agli altri dirigenti dello Stato o delle amministrazioni pubbliche (liv. 10);

in sostanza il ricorrente postula una illegittimità della Tabella di corrispondenza per il solo fatto che non sia stato operato un livellamento verso l’alto, con una unificazione delle indicate categorie dirigenziali e l’attribuzione, a tutte, del liv. 18;

tuttavia, una tale prospettazione non tiene conto del fatto che, come sopra evidenziato, le categorie dirigenziali hanno sempre presentato differenziazioni in ragione delle attribuite responsabilità che l’Autorità indipendente ha inteso riprendere ai fini dell’attribuzione del trattamento economico, tenuto conto delle specifiche esigenze funzionali ed organizzative dell’ufficio;

d’altra parte, non è stato mai lamentato che al momento del passaggio il C.B. avesse ricevuto un trattamento economico inferiore a quello in precedenza goduto;

7.9. non sussistono, dunque, ragioni per una disapplicazione della Tabella, giustificata dall’esigenza di razionalizzare ed armonizzare la disciplina relativa a profili professionali provenienti da differenti realtà ordinamentali (cfr., mutatis mutandis, Cass. 50 maggio 2017, n. 13597), dovendosi evidenziare l’inammissibilità di una censura affidata all’astratta affermazione di una sperequazione delle stesse e comunque dovendosi escludere che costituisca elemento in sè integrante un pregiudizio per la tutela della professionalità acquisita ovvero per la garanzia di un trattamento economico globalmente non inferiore a quello precedentemente goduto la distinzione, ai fini delle neointrodotte corrispondenze, degli ex dirigenti superiori (liv. 18) e degli altri dirigenti dello Stato dello o di amministrazioni pubbliche (liv. 10);

8. inammissibile è, poi, il motivo con il quale il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 64 del Regolamento n. 2 del 2000 atteso che la sentenza impugnata non ha affatto affermato quello che si prospetta come detto;

9. nè fondatamente il ricorrente rivendica l’equiparazione del trattamento economico con quello dell’AGCOM;

9.1. ripercorrendo l’iter legislativo di interesse occorre ricordare che con L. 31 dicembre 1996, n. 675, è stato istituito (art. 30) il Garante per la tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali ed il corrispondente ufficio (art. 33);

9.2. nel medesimo giorno è stata emanata la Legge Delega n. 676 del 1996, che all’art. 1 (Delega per l’emanazione di disposizioni integrative della legislazione in materia di tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali) ha così previsto: “1. Il Governo della Repubblica è delegato ad emanare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi recanti disposizioni integrative della legislazione in materia di tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali, con l’osservanza dei seguenti principi e criteri direttivi: (…) c) razionalizzare il trattamento economico del personale del Garante per la protezione dei dati personali in relazione a quello previsto dall’ordinamento per ogni altra Autorità di garanzia secondo il tendenziale criterio dell’uniformità a parità di responsabilità costituzionale”;

9.3. con il D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 51 (art. 1, comma 2) è stato aggiunto della L. n. 675 del 1996, art. 33 (Ufficio del Garante) il comma 1-bis, che così prevede: “E’ istituito il ruolo organico del personale dipendente del Garante. Con proprio regolamento il Garante definisce: a) l’ordinamento delle carriere e le modalità del reclutamento secondo le procedure previste dal D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, art. 36 e successive modificazioni; b) le modalità dell’inquadramento in ruolo del personale in servizio alla data di entrata in vigore del regolamento; c) il trattamento giuridico ed economico del personale, secondo i criteri previsti dalla L. 31 luglio 1997, n. 249 e, per gli incarichi di funzioni dirigenziali, del citato D.Lgs. n. 29, art. 19, comma 6, come sostituito dal D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, art. 13, tenuto conto delle specifiche esigenze funzionali e organizzative. Il regolamento è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. Nelle more della più generale razionalizzazione del trattamento economico delle autorità amministrative indipendenti, al personale è attribuito l’ottanta per cento del trattamento economico del personale dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (…)”;

9.4. l’art. 2, comma 2, del Regolamento prevede che: “Il trattamento giuridico ed economico del personale è stabilito in base ai criteri fissati dal regolamento in vigore per i dipendenti dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni tenuto conto delle specifiche esigenze funzionali ed organizzative dell’ufficio, in conformità a quanto previsto dalla L. 31 dicembre 1996, n. 675, art. 33, comma 1-bis, introdotto del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 51, art. 1, comma 2”;

9.5. infondata è la prospettata questione di legittimità costituzionale della L. n. 675 del 1996, art. 33, comma 1-bis, con riferimento all’art. 76 Cost., sia perchè si tratta di disposizione che ha un mero valore transitorio (essendo destinata a vigere solo “nelle more della più generale razionalizzazione del trattamento economico delle autorità amministrative indipendenti”) sia perchè nella legge delega non si esige affatto per il personale del Garante una piena identità di trattamento economico rispetto ai dipendenti delle altre authorities, con la propria elasticità lascia alla discrezionalità del legislatore delegato un sicuro margine di libero apprezzamento, qualificando solo come “tendenziale” il criterio della “uniformità (delle condizioni retributive) a parità di responsabilità costituzionale”, e quindi riconoscendo all’Esecutivo la libertà di determinarsi anche tenendo conto di elementi ulteriori (si veda anche, su altro regime transitorio, Corte costituzionale n. 451/2000);

9.6. nè sussistono profili di incostituzionalità per violazione dell’art. 3 Cost., in quanto la questione di parità di trattamento prospettata in ricorso evidentemente si colloca in un panorama di retribuzioni pubbliche diversificato in relazione alle diverse attività delle Autorità indipendenti;

del resto, non esiste nel nostro ordinamento alcuna norma o principio che imponga di riconoscere il medesimo trattamento economico al personale delle diverse amministrazioni pubbliche o autorità indipendenti;

come affermato da questa Corte (cfr., oltre alle pronunce citate nella sentenza impugnata, Cass. 28 marzo 2012, n. 4971; Cass. 29 aprile 2013, n. 10105; Cass. 20 gennaio 2014, n. 1037): “Il principio espresso dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45, secondo il quale le amministrazioni pubbliche garantiscono ai propri dipendenti parità di trattamento contrattuale, opera nell’ambito del sistema di inquadramento previsto dalla contrattazione collettiva e vieta trattamenti migliorativi o peggiorativi a titolo individuale, ma non costituisce parametro per giudicare le differenziazioni operate in quella sede, restando quindi vietato, non ogni trattamento differenziato per singole categorie di lavoratori, ma solo quello contrastante con specifiche previsioni normative” (si vedano anche, nel medesimo senso, Cass. 25 gennaio 2016, n. 1241; Cass. 31 luglio 2017, n. 19043; Cass. 6 marzo 2019, n. 6553);

9.7. nè viene addotto alcun elemento concreto a sostegno dell’affermazione secondo la quale l’indicata disposizione di cui alla L. n. 675 del 1996, art. 33, comma 1-bis, potrebbe mettere a repentaglio la posizione di indipendenza del Garante (in sè, priva di copertura costituzionale);

invero l’art. 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE prevede che ogni persona ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che la riguardano, che tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge, che ogni persona ha il diritto di accedere ai dati raccolti che la riguardano e di ottenerne la rettifica e stabilisce che il rispetto delle suddette regole è soggetto al controllo di un’autorità indipendente;

come è noto i compiti di tale autorità indipendente sono stati, poi, definiti dal Regolamento (UE) 2016/679 e dal Codice in materia di protezione dei dati personali (D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196), adeguato alle disposizioni del Regolamento (UE) 2016/679 tramite il D.Lgs. 10 agosto 2018, n. 101, oltre che da vari altri atti normativi italiani e internazionali;

tuttavia, ciò non può determinare l’irragionevolezza di una scelta del legislatore di modulare (peraltro transitoriamente) il trattamento economico del personale del Garante rispetto a quello di altra Autorità indipendente considerato che, secondo gli ordinamenti di riferimento, ciascuna autorità svolge compiti differenti, essendo dotata di poteri più o meno incisivi e più o meno integrati con altri operatori istituzionali, nel settore di propria competenza;

10. il ricorso deve pertanto essere rigettato;

11. le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo;

12. sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013), ove dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 5.000,00 per compensi professionali oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza Camerale, il 28 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 maggio 2021

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