Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11545 del 11/05/2017


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Cassazione civile, sez. I, 11/05/2017, (ud. 08/03/2017, dep.11/05/2017),  n. 11545

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11244/2011 proposto da:

Fallimento della (OMISSIS) S.r.l., (c.f. (OMISSIS)), in persona del

curatore avv. T.A., elettivamente domiciliato in Roma,

Lungotevere Flaminio n. 60, presso l’avvocato Longo Ruggero,

rappresentato e difeso dall’avvocato Monopoli Pietro, giusta procura

in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

D.G. (c.f. (OMISSIS)), in proprio e quale legale

rappresentante e socio della disciolta società Edil Carmine di

D.G. & C. s.n.c., elettivamente domiciliato in Roma,

Viale Bruno Buozzi n. 87, presso l’avvocato Carta Giovanni,

rappresentato e difeso dall’avvocato Lenoci Giovanni, giusta procura

a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

Edil Carmine di D.G. & C. S.n.c.,

G.V., O.F.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 263/2010 della CORTE D’APPELLO DI LECCE –

SEZIONE DISTACCATA DI TARANTO, depositata il 22/11/2010;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

08/03/2017 dal cons. FALABELLA MASSIMO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Con citazione notificata il 13 maggio 1994 il Fallimento di Impresa Edile Immobilare 80 s.r.l. conveniva in giudizio Edilcarmine di D.G. & C. s.n.c., nonchè D.G., O.F. e G.V. per sentire pronunciare la revocatoria sia della compravendita con cui la società fallita, allorquando era in bonis, aveva venduto alla convenuta dodici box per auto ubicati in (OMISSIS), sia della successiva compravendita con cui i medesimi immobili erano stati rivenduti da Edilcarmine a D.G..

A seguito dell’esperimento di due consulenze tecniche d’ufficio il Tribunale di Taranto rigettava la domanda.

2. – Proponeva gravame il Fallimento e, nella resistenza di D. e di Edilcarmine, la Corte di appello di Lecce, con sentenza pubblicata il 22 novembre 2010, respingeva l’impugnazione.

3. – Contro tale pronuncia ricorre per cassazione il Fallimento di (OMISSIS): l’impugnazione, illustrata da memoria, si fonda su di un unico motivo. Resiste con controricorso D.G., che, si è costituito in proprio e quale legale rappresentante e socio della disciolta società Edilcarmine.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il motivo lamenta omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Rileva il ricorrente che nel proprio atto d’appello aveva dedotto il “vizio di motivazione” della consulenza esperita in primo grado: e ciò con particolare riguardo al fatto che l’ausiliario aveva determinato il valore dei box non secondo la loro reale redditività (o prezzo di mercato), ma collegandolo, senza motivazione, a quello degli appartamenti ubicati nello stesso stabile, stabilendo che le rimesse andassero stimate, al metro quadrato, in ragione dell’80% del prezzo di mercato delle unità abitative. Tale soluzione, per l’istante, non poteva ritenersi soddisfacente, considerato che i box per auto, a parità di capitale investito, presentavano una redditività maggiore rispetto agli immobili ad uso abitativo. Osserva inoltre il Fallimento ricorrente che la motivazione risultava contraddittoria e illogica, giacchè il consulente tecnico, dopo aver affermato che il mercato della zona interessata attribuiva un valore rilevante ai box, così riconoscendo ai cespiti in questione autonoma consistenza in termini economici, aveva nondimeno impiegato il suddetto criterio percentuale. E’ dedotto, poi, che le operazioni di vendita avevano riguardato unità prive di qualsiasi rapporto di pertinenzialità con le sovrastanti unità abitative e che, per tale ragione, il consulente tecnico avrebbe dovuto valutare i cespiti secondo un criterio diverso da quello adottato. Viene infine esposto che il Tribunale aveva valorizzato il dato dell’accessibilità ai box tramite un corridoio condominiale, introducendo un elemento non dedotto da controparte e non rilevato dal consulente; lo stesso giudice di prime cure aveva osservato che i posti auto non erano situati nel centro abitato di una città, e non erano quindi caratterizzati da una redditività indipèndente rispetto al fabbricato in cui si trovavano: il che era in contraddizione con l’accertamento, da parte del c.t.u., della riferibilità ai box di un valore “sostenuto”.

2. – La censura oltre a risultare in più parti carente di autosufficienza, mancando di riprodurre i passaggi della consulenza tecnica su cui si appuntano le censure – passaggi che sono semplicemente riassunti nel corpo del ricorso – tende a una inammissibile revisione dell’accertamento posto in atto dai giudici di merito sulla scorta delle risultanze peritali: il motivo non evidenzia, infatti, veri e propri vizi motivazionali, ma lamenta, semmai, un apprezzamento delle risultanze di causa che l’odierno istante mostra di non condividere.

La Corte distrettuale ha in particolare osservato che dalla descrizione dei luoghi e dalle ricognizioni fotografiche e planimetriche in atti poteva desumersi con chiarezza che i locali in oggetto erano caratterizzati da un “vocazione pertinenziale in relazione alle unità abitative soprastanti” e che l’accesso ai box poteva aver luogo per il tramite di un corridoio condominiale; ha precisato, poi, che i locali erano ubicati in zona periferica e che non ricorreva quindi “l’ipotesi di posti auto situati nel centro abitato di una città, caratterizzati da redditività sganciata dalle caratteristiche del fabbricato in cui sono ricavati”.

Ciò posto, il criterio di stima basato su una percentuale del valore delle unità abitative dello stabile è richiamato in ricorso, senza che l’istante chiarisca i precisi termini delle affermazioni svolte al riguardo dal consulente: e tale grave difetto di autosufficienza appare assorbente rispetto al rilievo per cui, comunque, non si rinviene alcun argomento logico che renda il menzionato criterio palesemente inattendibile (visto che viene in questione l’accostamento dei valori monetari tra unità immobiliari ubicate nel medesimo stabile). Non si vede, poi, per quale ragione l’elevato valore di mercato che i box possano assumere in una determinata zona si ponga in contraddizione con il criterio che il ricorrente indica (senza fornire, come si è detto, opportuni riferimenti al riguardo) e censura. Ancora: è irrilevante che le parti non abbiano dedotto, in corso di causa, che l’accesò ai box si attuava attraverso un corridoio condominiale, visto che il giudice del merito ha evidentemente valorizzato, sul punto, le risultanze di causa (non essendo certamente vincolato, al riguardo, dalle allegazioni dei contendenti) e la contraria deduzione del Fallimento, secondo cui il c.t.u. avrebbe invece “riconosciuto ai box piena autonomia” risulta essere, all’evidenza, del tutto generica. Da ultimo, non si coglie alcuna illogicità nel passaggio motivazionale della sentenza impugnata che attribuisce rilievo al fatto che le rimesse, per la loro ubicazione, presentavano un valore che non poteva dirsi svincolato da quello delle unità abitative ubicate nel fabbricato.

Va qui considerato, in ogni caso, che ai fini della cassazione della sentenza non è sufficiente che questa presenti incongruità o lacune motivazionali. Infatti, per poter configurare il vizio di motivazione su un asserito punto decisivo della controversia è necessario un rapporto di causalità fra la circostanza che si assume trascurata e la soluzione giuridica data alla controversia, tale da far ritenere che quella circostanza, se fosse stata considerata, avrebbe portato ad una diversa soluzione della vertenza (per tutte: Cass. 24 ottobre 2013, n. 24092; Cass. 28 giugno 2006, n. 14973).

3. – Alla statuizione di inammissibilità segue la condanna del ricorrente, secondo soccombenza, al pagamento delle spese di giudizio.

PQM

La Corte:

dichiara inammissibile il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 8 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 11 maggio 2017

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