Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11545 del 06/06/2016

Cassazione civile sez. VI, 06/06/2016, (ud. 28/04/2016, dep. 06/06/2016), n.11545

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 229/2014 proposto da:

M.G., elettivamente domiciliato in Roma Piazza Cavour

presso la Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’Avvocato

ADRIANO DI FALCO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso P AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 45/17/2013 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di FIRENZE del 4/3/2013, depositata il 26/03/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/04/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE CARACCIOLO.

La Corte:

Fatto

FATTO E DIRITTO

ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:

Il relatore Cons. Dott. Giuseppe Caracciolo, letti gli atti depositati, osserva:

La CTR di Firenze ha dichiarato inammissibile l’appello di M. G. – appello proposto contro la sentenza n. 92/07/2011 della CTP di Prato che aveva già respinto il ricorso del predetto contribuente – ed ha così confermato l’avviso di accertamento per IRPEF relativa all’anno d’imposta 2005 adottato a seguito di indagini bancarie e sulla scorta di presunzione di redditualità delle operazioni non giustificate ivi riscontrate.

La predetta CTR ha motivato la decisione ritenendo che l’appello fosse generico e privo di specifiche censure avverso la pronuncia della CTP di Prato.

La parte contribuente ha interposto ricorso per cassazione affidato a unico motivo.

L’Agenzia si è difesa con controricorso (nel quale ha anche formulato eccezione di inammissibilità del ricorso per cassazione per essere stato questo notificato con consegna diretta all’Ufficio territoriale di Prato, anzicchè a mezzo di ufficiale giudiziario, come previsto del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62 e art. 137 c.p.c.;

censura che deve considerarsi non accoglibile perchè il vizio della notifica, pur sempre rientrante nel novero delle cause di nullità, deve ritenersi sanato per avere raggiunto lo scopo suo proprio, in virtù della tempestiva costituzione in giudizio della parte intimata).

Il ricorso – ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., assegnato allo scrivente relatore, componente della sezione di cui all’art. 376 c.p.c. – può essere definito ai sensi dell’art. 375 c.p.c..

Infatti, con il motivo di impugnazione (centrato sul vizio di motivazione) la ricorrente si duole della statuizione di inammissibilità, rilevando che la censura in appello può essere formulata anche riproponendo e ribadendo le argomentazioni svolte in primo grado, in contrapposizione a quelle che avevano sorretto la decisione impugnata, così come era stato fatto nell’atto di gravame ritenuto inammissibile.

Il motivo di impugnazione è inammissibilmente formulato.

Ed infatti è indirizzo costante di questa Corte quello secondo cui:

“Ai fini della specificità dei motivi d’appello richiesta dall’art. 342 c.p.c., l’esposizione delle ragioni di fatto e di diritto, invocate a sostegno del gravame, possono sostanziarsi anche nella prospettazione delle medesime ragioni addotte nel giudizio di primo grado, purchè ciò determini una critica adeguata e specifica della decisione impugnata e consenta al giudice del gravame di percepire con certezza il contenuto delle censure, in riferimento alle statuizioni adottate dal primo giudice. Ne consegue che, nel formulare un motivo di appello riguardante la pretesa erroneità della liquidazione dei danni effettuata da quest’ultimo, l’appellante non può esaurire la sua ragione di doglianza nella reiterazione delle sue richieste e nell’affermazione della loro maggiore meritevolezza di accoglimento rispetto all’operata liquidazione, ma ha l’onere di indicare specificamente per ciascuna delle voci censurate, a pena di inammissibilità del ricorso, gli errori di fatto e di diritto attribuibili alla sentenza” (per tutte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 25218 del 29/11/2011).

Consegue da ciò che la parte oggi ricorrente, per superare in punto di vizio di motivazione la valutazione del giudice di appello, avrebbe dovuto specificamente dettagliare nell’atto di ricorso per cassazione (punto per punto) quali erano state le statuizioni della pronuncia di primo grado e quali le specifiche censure a riguardo di ciascuna di esse proposte in atto di appello, non potendosi limitare ad assumere che la sentenza di primo grado sia stata censurata nella sua interezza.

In difetto di una analitica e dettagliata rappresentazione delle ragioni su cui si fonda l’assunto di specificità dell’atto di appello, non può che concludersi per l’inammissibilità del motivo di impugnazione qui in rassegna, restando frustranea la valutazione del mezzo di impugnazione centrato sul vizio di motivazione, anche atteso che il giudice di appello non ha fatto esame di alcun “fatto” in ordine al quale si potrebbe prospettare il vizio valorizzato dalla parte ricorrente, essendosi limitato a considerare “privo di specifiche censure” l’appello proposto nei confronti della decisione di primo grado, in diretta applicazione della disciplina di rito.

Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in Camera di consiglio per inammissibilità.

Roma, 30 luglio 2015.

ritenuto inoltre:

che la relazione è stata notificata agli avvocati delle parti;

che non sono state depositate conclusioni scritte, nè memorie;

che il Collegio, a seguito della discussione in Camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va rigettato;

che le spese di lite vanno regolate secondo la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente a rifondere le spese di lite di questo giudizio, liquidate in Euro 1.700,00 oltre spese prenotate a debito ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 28 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 6 giugno 2016

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