Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11538 del 25/05/2011

Cassazione civile sez. II, 25/05/2011, (ud. 11/03/2011, dep. 25/05/2011), n.11538

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

F.A., FI.AN., F.V., rappresentati e

difesi, per procura speciale in calce al ricorso, dagli Avvocati DI

SIBIO Giovanni e Ornella Manfredini, presso lo studio della quale in

Roma, via G.G. Belli n. 36, sono elettivamente domiciliati;

– ricorrenti –

contro

L.G., quale erede di Lu.Gi.,

elettivamente domiciliata in Roma, Via Cosseria n. 5, presso lo

studio dell’Avvocato Laura Tricerri, rappresentata e difesa, per

procura speciale in calce al controricorso, dall’Avvocato MARCHETTI

Francesco;

– controricorrente –

nonchè nei confronti di:

G.G.D.; G.G.A.;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Firenze n. 1444 del

2008, depositata il 12 dicembre 2008.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio

dell’11 marzo 2011 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, il quale nulla ha osservato rispetto alla

relazione.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che Lu.Gi. ha convenuto, dinnanzi al Tribunale di La Spezia, F.A. e gli eredi G., chiedendo che venisse dichiarata l’inesistenza di una servitù di passo, anche con mezzi meccanici, sulla parte destra dell’appezzamento di terreno di sua proprietà e, in subordine, che la servitù, ove fosse ritenuta sussistente, venisse spostata nella parte sinistra del medesimo appezzamento – ove già esisteva una servitù di passo solamente pedonale -, con estensione dell’esercizio della servitù su tale parte anche con mezzi meccanici;

che i convenuti hanno contestato la domanda e F.A. ha altresì proposto domanda riconvenzionale di rivendicazione in relazione ad un terrazzo posto in un’attigua proprietà;

che l’adito Tribunale ha dichiarato il diritto del L. di veder trasferita la servitù gravante sul suo fondo sul solo lato sinistro dello stesso, eliminando la possibilità di passo dal lato destro; ha pronunciato sulla riconvenzionale e ha compensato le spese;

che i convenuti hanno proposto appello; nel giudizio si è costituita L.G., erede dell’originario attore, la quale ha proposto appello incidentale;

che la Corte d’appello di Genova, con sentenza depositata il 12 dicembre 2008, ha rigettato l’appello principale e ha accolto quello incidentale ;

che F.A., Fi.An. e F.V. hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di tre motivi, cui ha resistito, con controricorso, L.G., mentre non hanno svolto attività difensiva gli intimati G.G. D. e G.G.A.;

che, con il primo motivo, i ricorrenti, dopo aver premesso una descrizione dello stato dei luoghi, deducono “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1068 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3″;

che i ricorrenti si dolgono delle affermazioni della Corte d’appello circa la idoneità della soluzione adottata, con la soppressione di una servitù e l’ampliamento dell’altra; circa il fatto che lo spostamento della servitù disposto dal Tribunale non arrecherebbe alcun pregiudizio ad essi ricorrenti, i cui diritti rimarrebbero sostanzialmente inalterati, e ciò anche se la nuova servitù consentirà l’utilizzazione di una inferiore superficie del loro terreno necessaria per esercitare il passo;

che i ricorrenti contestano altresì la mancanza di motivazione sulla reiezione del primo motivo di appello e, sotto altro profilo, lamentano la violazione dell’art. 1068 cod. civ., giacchè tale disposizione consente lo spostamento della servitù ma solo se la stessa potrà essere esercitata in un luogo ugualmente comodo rispetto al precedente;

che, con il secondo motivo, i ricorrenti denunciano omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5; violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1067 e e in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, sostenendo che, indubitabilmente, lo spostamento della servitù si risolve in un aggravio delle modalità di esercizio della servitù stessa, con violazione dell’art. 10 67 cod. civ.;

che, con il terzo motivo, i ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione dell’art. 91 cod. proc. civ., dolendosi della statuizione in punto di spese, sostenendo che vi sarebbe stata soccombenza reciproca;

che, ravvisate le condizioni per la decisione con il procedimento di cui all’art. 380 bis cod. proc. civ., ai sensi di tale norma è stata redatta la prevista relazione, depositata il 22 dicembre 2010, che è stata notificata alle parti e comunicata al pubblico ministero.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il relatore designato ha formulato la seguente proposta di decisione:

“(…) Il ricorso è inammissibile.

Ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6, applicabile alle sentenze pubblicate dal 2 marzo 2006 e sino al 4 luglio 2009, i motivi del ricorso per cassazione devono essere accompagnati, a pena di inammissibilità (art. 375 cod. proc. civ., n. 5), dalla formulazione di un esplicito quesito di diritto nei casi previsti dall’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4), e, qualora il vizio sia denunciato ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione: tali prescrizioni sono state nella specie del tutto disattese, non potendo al riguardo ritenersi sufficienti le indicazioni contenute in sede di esposizione del motivo. Il quesito di diritto, inoltre, non può essere desunto dal contenuto del motivo, poichè in un sistema processuale, che già prevedeva la redazione del motivo con l’indicazione della violazione denunciata, la peculiarità del disposto di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ., introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6, consiste proprio nell’imposizione, al patrocinante che redige il motivo, di una sintesi originale ed autosufficiente della violazione stessa, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto e, quindi, al miglior esercizio della funzione nomofilattica della Corte di legittimità (Cass., ord. n. 20409 del 2008).

Inoltre, si è precisato che il ricorso per cassazione nel quale si denunzino con un unico articolato motivo d’impugnazione vizi di violazione di legge e di motivazione in fatto, è bensì ammissibile, ma esso deve concludersi “con una pluralità di quesiti, ciascuno dei quali contenga un rinvio all’altro, al fine di individuare su quale fatto controverso vi sia stato, oltre che un difetto di motivazione, anche un errore di qualificazione giuridica del fatto” (Cass., S.U., n. 7770 del 2009).

Nella norma dell’art. 366 bis cod. proc. civ., infatti, “nonostante la mancanza di riferimento alla conclusività (presente, invece, per il quesito di diritto), il requisito concernente il motivo di cui al n. 5 del precedente art. 360 – cioè la “chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione della sentenza impugnata la rende inidonea a giustificare la decisione” – deve consistere in una parte del motivo che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata, di modo che non è possibile ritenerlo rispettato allorquando solo la completa lettura della complessiva illustrazione del motivo riveli, all’esito di un’attività di interpretazione svolta dal lettore e non di una indicazione da parte del ricorrente, deputata all’osservanza del requisito del citato art. 366 bis, che il motivo stesso concerne un determinato fatto controverso, riguardo al quale si assuma omessa, contraddittoria od insufficiente la motivazione e si indichino quali sono le ragioni per cui la motivazione è conse-guentemente inidonea sorreggere la decisione.

(Cass., n. 16002 del 2007; Cass., S.U., n. 20603 del 2007; Cass., n. 8897 del 2008).

Alla luce di tali principi, risulta evidente la inammissibilità delle censure di violazione di legge svolte in tutti e tre i motivi, non concludendosi tali censure con la specifica formulazione di un quesito di diritto.

Quanto alle censure svolte nei primi due motivi sotto il profilo del vizio di motivazione, si deve, da un lato, rilevare che il ricorrente denuncia, ad un tempo, insufficienza, omissione e contraddittorietà della motivazione, sicchè già tale prospettazione appare di per sè contraddittoria e inammissibile; da un altro, che difetta la chiara indicazione del fatto controverso; da un altro ancora che entrambi i motivi si risolvono in una inammissibile richiesta di rivalutazione di circostanze di fatto, già adeguatamente apprezzate dai giudici di merito in senso conforme alle risultanze della espletata consulenza tecnica d’ufficio.

Con riferimento, poi, alla censura specificamente contenuta nel primo motivo, di omessa motivazione in ordine al primo motivo di gravame, la stessa appare inammissibile per ulteriori due concorrenti ragioni;

i ricorrenti non deducono il vizio di omessa pronuncia, ai sensi dell’art. 112 cod. proc. civ. e art. 360 cod. proc. civ., n. 4; i ricorrenti omettono di riportare quale fosse il motivo di appello sul quale la motivazione della sentenza impugnata sarebbe carente;

indicazione, questa, tanto più necessaria in quanto la Corte d’appello ha esplicitamente motivato in ordine alla reiezione dei primi due motivi dell’appello principale.

Sussistono, pertanto, le condizioni per la trattazione del ricorso in Camera di consiglio”;

che il Collegio condivide la proposta di decisione ora richiamata;

che, invero, le critiche svolte dai ricorrenti nella memoria ex art. 380 bis cod. proc. civ., comma 3, non appaiono idonee ad indurre a differenti conclusioni;

che questa Corte regolatrice, infatti – alla stregua della stessa letterale formulazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ., introdotto, con decorrenza dal 2 marzo 2006, dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6 e abrogato con decorrenza dal 4 luglio 2009 dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47 ma applicabile ai ricorsi proposti avverso le sentenze pubblicate tra il 3 marzo 2006 e il 4 luglio 2009 (cfr. L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5) – è fermissima nel ritenere che a seguito della novella del 2006 nel caso previsto dall’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, allorchè, cioè, il ricorrente denunci la sentenza impugnata lamentando un vizio della motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione;

che ciò importa in particolare che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (cfr., ad esempio, Cass., sez. un., n. 20603 del 2007);

che, al riguardo, ancora è incontroverso che non è sufficiente che tale fatto sia esposto nel corpo del motivo o che possa comprendersi dalla lettura di questo, atteso che è indispensabile che sia indicato in una parte, del motivo stesso, che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata;

che non si può dubitare che allorchè nel ricorso per cassazione si lamenti un vizio di motivazione della sentenza impugnata in merito ad un fatto controverso, l’onere di indicare chiaramente tale fatto ovvero le ragioni per le quali la motivazione è insufficiente, imposto dall’art. 366 bis cod. proc. civ., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma formulando, all’inizio o al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo , e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (in termini, Cass. n. 27680 del 2009);

che nella specie i motivi di ricorso, formulati ex art. 360 cod. proc. civ., n. 5, sono totalmente privi di tale momento di sintesi, iniziale o finale, costituente un quid pluris rispetto all’illustrazione dei motivi;

che, peraltro, le critiche svolte dai ricorrenti nella memoria in parte, anche se svolte sotto il profilo del vizio di motivazione, introducono la denuncia di violazioni di legge, per le quali mancano i quesiti; in parte, prospettano argomentazioni integrative precluse che, comunque, non suppliscono il difetto di sintesi dei dedotti motivi;

che, d’altra parte, non rileva che il ricorso sia stato notificato quando la L. 18 giugno 2009, n. 69, era già stata pubblicata ed entrata in vigore;

che, invero, alla stregua del principio generale di cui all’art. 11 preleggi, comma 1, secondo cui, in mancanza di un’espressa disposizione normativa contraria, la legge non dispone che per l’avvenire e non ha effetto reitroattivo, nonchè del correlato specifico disposto della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5, in base al quale le norme previste da detta legge si applicano ai ricorsi per cassazione proposti avverso i provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore della medesima legge (4 luglio 2009), l’abrogazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. (intervenuta ai sensi della citata L. n. 69 del 2009, art. 47) è diventata efficace per i ricorsi avanzati con riferimento ai provvedimenti pubblicati successivamente alla suddetta data, con la conseguenza che per quelli proposti – come nella specie – contro provvedimenti pubblicati antecedentemente (e dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40) tale norma è da ritenere ancora applicabile (Cass. n. 22578 del 2009; Cass. n. 7119 del 2010);

che, pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna dei ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, in favore della L., mentre non vi è luogo a provvedere sulle spese nei confronti degli altri intimati, non avendo questi svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 2.500,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 marzo 2011.

Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2011

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