Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11526 del 03/06/2016

Cassazione civile sez. VI, 03/06/2016, (ud. 04/02/2016, dep. 03/06/2016), n.11526

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.O., – C.F. (OMISSIS) – P.G. –

C.F. (OMISSIS) – C.A. (quale erede di P.

A.) – C.F. (OMISSIS) – P.C. (quale erede di

P.A.) – C.F. (OMISSIS) – P.V.

(quale erede di P.A.) – C.F. (OMISSIS) – P.

I. (quale erede di P.A.) – C.F.

(OMISSIS) – P.P. (quale erede di P.

A.) – C.F. (OMISSIS) – C.S. (quale

erede di P.M.) – C.F. (OMISSIS) – CE.

A. (quale erede di P.M.) – C.F. (OMISSIS)

– C.P. (quale erede di P.M.) – C.F

(OMISSIS) – C.E. (quale erede di P.M.

– C.F. (OMISSIS) – C.C. (quale erede di P.

M. C.F. (OMISSIS) – C.A. (quale erede di

P.M. C.F. (OMISSIS) – rappresentati e difesi

giusta procura speciale in calce al ricorso dall’avvocato DI

GIUSEPPE Raffaele ed elettivamente domiciliati in ROMA, ALLA VIA

DELLA PIRAMIDE CESTIA, N. 1, presso lo studio dell’avvocato GRASSO

Alfio.

– ricorrenti –

contro

G.G., – C.F. (OMISSIS) – quale procuratore

generale di D.P.J.D. – C.F. (OMISSIS) – (giusta

procura generale rilasciata in data 6.5.2013)), rappresentato e

difeso giusta procura speciale in calce al controricorso

dall’avvocato MORETTI Nicola ed elettivamente domiciliato in ROMA,

ALLA VIA CONTE ROSSO, N. 5, presso lo studio dell’avvocato POMPEI

Ermenegildo.

– controricorrente –

e

D.B.G., nella qualità di procuratore generale di

D.P.L., D.P.R., D.P.P., D.P.

M.C., D.P.S., D.P.V., D.P.R.

M., D.P.A., Di.Pa.Sa., D.P.L.,

D.P.E., D.P.M., F.C., D.

P.T.S., B.C., D.P.J.P.,

W.A..

– intimato –

Avverso la sentenza n. 2892 del 17.4/30.5.2012 della corte d’appello

di Roma;

Udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica del 4

febbraio 2016 dal Consigliere Dott. ABETE Luigi;

Udito l’avvocato FACCINI R., per delega dell’avvocato DI GIUSEPPE

Raffaele, per i ricorrenti;

Udito l’avvocato POMPEI Clino, per delega dell’avvocato MORETTI

Nicola per il controricorrente.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato in data 4.11.1991 D.B.G., nella qualità di procuratore generale di D.P.L., D.P. R., D.P.P., D.P.M.C., D.P. S., D.P.V., D.P.R.M., D.P. A., Di.Pa.Sa., Di.Pa.Lo., D.P.E., D.P.M., F.C., D.P.T. S., D.P.J.D., B.C., D.P.J. P., W.A., citava a comparire innanzi al tribunale di Latina P.O., P.G., P.A. e P.M..

Esponeva che i suoi rappresentati, quali eredi di D.P.S. ed E., erano proprietari a seguito di divisione giudiziale del terreno in (OMISSIS), alla località (OMISSIS), di are 22,22, riportato in catasto al foglio (OMISSIS), particella (OMISSIS); che i convenuti ne avevano indebitamente la disponibilità.

Chiedeva che l’adito giudice, accertata l’inesistenza ovvero l’invalidità di qualsivoglia titolo idoneo a legittimare il possesso del terreno da parte dei convenuti, li condannasse a rilasciarglielo libero da persone e cose nonchè a risarcire il danno arrecato nella misura ritenuta di giustizia.

Si costituivano P.O., G., A. e M.;

instavano per il rigetto dell’avversa domanda ed in via riconvenzionale che l’adito giudice acclarasse e desse atto dell’intervenuto acquisto da parte loro per usucapione della proprietà del terreno.

Con sentenza n. 197/2005 il tribunale adito rigettava la domanda dell’attore ed accoglieva l’esperita riconvenzionale.

Interponeva appello D.B.G. nella suindicata qualità.

Resistevano P.M., P.O., P.G. e gli eredi di P.A..

Riassunto il giudizio a seguito della morte di P.M., si costituivano i suoi eredi.

Con sentenza n. 2892 dei 17.4/30.5.2012 la corte d’appello di Roma accoglieva in parte il gravame e, per l’effetto, condannava gli appellati al rilascio del terreno, rigettava la domanda riconvenzionale da costoro esperita in prime cure, rigettava la domanda risarcitoria dell’appellante e condannava gli appellati alle spese del doppio grado.

Evidenziava la corte distrettuale che “risulta dagli atti prodotti che il terreno oggetto di causa è stato concesso in colonia parziaria dalla dante causa degli (…) appellanti a P. V. e Fo.Ma.Ci. con contratto stipulato in data 1 dicembre 1951” (così sentenza d’appello, pag. 4), sicchè “la detenzione del fondo da parte (…) degli appellati ha avuto origine da un titolo, rappresentato appunto dal contratto agrario” (così sentenza d’appello, pag. 4); che al contempo, i convenuti in prime cure, attori in riconvenzionale, “non sono stati in grado di contrastare l’eccezione proposta dal D.B. in merito alla stipula del contratto agrario nè di aver posto in essere alcun atto teso all’interversione del possesso” (così sentenza d’appello, pag.

5); che, d’altra parte, “dalla missiva (…) con la quale in data 20 ottobre 1989 il Geom. D.P.F., nella qualità di procuratore degli eredi di D.P.E. e S., ha fatto valere nei confronti di P.A. il diritto di proprietà degli appellanti, emerge che – quantomeno fino a tale data – non era possibile configurare alcuna situazione diversa dalla detenzione e che il termine utile ai fini dell’usucapione non può essere in alcun caso trascorso” (così sentenza d’appello, pag. 5).

Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso P.O., P.G., C.A. (quale erede di P.A.), P.C. (quale erede di P.A.), P.V. (quale erede di P.A.), P.I. (quale erede di P.A.), P.P. (quale erede di P. A.), C.S. (quale erede di P.M.), Ce.An. (quale erede di P.M.), C. P. (quale erede di P.M.), C.E. (quale erede di P.M.), C.C. (quale erede di P. M.) ed C.A. (quale erede di P.M.); ne hanno chiesto sulla scorta di due motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione anche in ordine alle spese di lite.

G.G., quale procuratore generale di D.P.J. D., ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile ovvero rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

D.B.G., nella qualità di procuratore generale di D.P.L., D.P.R., D.P.P., D.P. M.C., D.P.S., D.P.V., D.P.R. M., D.P.A., Di.Pa.Sa., D.P. L., D.P.E., D.P.M., F.C., D.P.T.S., B.C., D.P.J. P., W.A., non ha svolto difese.

I ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti deducono “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia” (così ricorso, pag. 5).

Adducono che “in 1^ grado non è mai stato depositato alcun contratto di colonia parziaria che, al contrario, è stato inserito artatamente e solo successivamente in detto fascicolo di 1^ grado dopo il deposito della sentenza del Tribunale di Latina” (così ricorso, pag.

5).

Adducono che “in nessuna produzione di detto grado di giudizio (…), nè tantomeno a verbale d’udienza risulta prodotto alcun contratto di colonia parziaria, a cui peraltro non si fa nessun cenno neanche nella memoria conclusionale” (così ricorso, pag. 6); che “sembrerebbe potersi affermare che il deposito di detto contratto sia avvenuto solo successivamente con apertura dei punti metallici del fascicolo ed inserimento dello stesso tra l’allegato 2^ (…) e l’allegato 3^” (così ricorso, pag. 6); che pertanto la corte d’appello “ha emesso sentenza (…) su un’evidente errata convinzione, frutto di un artato deposito postumo, che inficia in radice la motivazione della sentenza impugnata” (così ricorso, pag.

6).

Con il secondo motivo i ricorrenti deducono “violazione o falsa applicazione di norme di diritto – Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia” (così ricorso, pag. 6).

Adducono che la corte di merito, accogliendo l’appello sul presupposto dell’avvenuto deposito del contratto di colonia parziaria, ha “palesemente violato il principio del contraddittorio (…) del doppio grado di giudizio (…) e dell’improponibilità di domande nuove in appello (…), nonchè il principio secondo cui il giudizio (…) è ad impulso di parte” (così ricorso, pag. 6); che inoltre, seppure controparte avesse depositato il contratto di colonia parziaria, “detta circostanza avrebbe dovuto risultare in guisa che i ricorrenti avessero potuto sul punto non solo avere contezza del documento, ma anche contraddire ed articolare prove a contrario dell’avversa eccezione” (così ricorso, pag. 7).

Il primo motivo non merita seguito.

E’ inevitabile supporre che l'”artata” inserzione, che i ricorrenti denunciano, del contratto di colonia parziaria nel corpo del fascicolo, sarebbe – se fosse riscontrata – da ascrivere all’iniziativa della parte avversa, giacchè unicamente l’originario attore, dipoi appellante, potrebbe aver avuto interesse a perpetrare l'”artato deposito postumo” (così ricorso, pag. 6).

Sulla scorta di tale rilievo l'”artato deposito” si risolve inesorabilmente nella prospettazione di un’attività fraudolenta da ascrivere, eventualmente, al controricorrente ed all’ intimato.

Nondimeno, in questi termini, la censura che il primo motivo di ricorso veicola, si inscrive a pieno titolo nell’astratta previsione dell’art. 395 c.p.c., n. 1): l’avverbio “artatamente” che, in parte qua agitur, connota in guisa pregnante la prospettazione dei ricorrenti, esprime propriamente l’idea di ciò che è fatto “ad arte”, “con artifizio” e, quindi, in maniera “ingannevole”.

Del resto questa Corte spiega che, per poter configurare il dolo processuale revocatorio, disciplinato dall’art. 395 c.p.c., n. 1, è necessaria l’estrinsecazione di un’attività, fraudolenta e positiva, di una parte in danno dell’altra, idonea a ledere il diritto della difesa di questa e ad impedire l’accertamento della verità da parte del giudice, sì da determinare l’errore della sentenza (cfr. Cass. 22.1.2001, n. 888, ove si soggiunge che, a loro volta, il mendacio o il silenzio su fatti decisivi, ovvero la mancata produzione di documenti, per integrare gli estremi del dolo processuale revocatorio devono costituire elementi essenziali della predetta attività dolosa).

I ricorrenti hanno dedotto in pari tempo che l'”artato deposito postumo (…) inficia in radice la motivazione della sentenza impugnata” (così ricorso, pag. 6).

Ebbene, pur in dipendenza della testè riferita caratterizzazione teleologica, la censura in disamina è da iscrivere appieno all’astratto paradigma dell’art. 395 c.p.c., n. 1).

Invero questa Corte esplicita ulteriormente – siccome d’altronde si è anticipato mercè il riferimento alla pronuncia n. 888/2001 – che ad integrare il dolo revocatorio di cui all’art. 395 c.p.c., n. 1, non è sufficiente la sussistenza di un’attività deliberatamente fraudolenta della parte, ma è necessario anche che essa abbia determinato il convincimento del giudice e la conseguente sua decisione (cfr. Cass. sez. lav. 10.5.1995, n. 5068).

Si reputa, perciò, in conclusione, che i ricorrenti avrebbero dovuto far valere la dedotta ragione di censura ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 1) (si evidenzia significativamente che il controricorrente ha rilevato in via del tutto preliminare l’inammissibilità dell’avverso ricorso “per effetto della mancanza di censure rapportabili all’art. 360 c.p.c.”: così controricorso, pagg. 2 – 3).

Il tenore delle censure formulate con il secondo motivo di ricorso è tale che inevitabilmente le medesime ragioni di doglianza restino assorbite nell’esito infausto del primo motivo.

Il rigetto del ricorso giustifica la condanna in solido dei ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. La liquidazione segue come da dispositivo.

D.B.G., nella precisata qualità, non ha svolto difese. Nonostante il rigetto del ricorso, pertanto, nessuna statuizione nei suoi confronti va assunta in ordine alle spese.

Si dà atto che l’iter per la notificazione del ricorso ha avuto inizio in data 5.6.2013.

Ne discende, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (comma 1 quater introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che il rigetto dell’impugnazione determina l’obbligo per i ricorrenti di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo;

condanna in solido i ricorrenti a rimborsare a G.G., quale procuratore generale di D.P.J.D., le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nel complesso in Euro 1.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali, i.v.a. e cassa come per legge; dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, che il rigetto dell’impugnazione determina l’obbligo per i ricorrenti di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sez. Sesta Civ. – Sottosezione 2 della Corte Suprema di Cassazione, il 4 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 giugno 2016

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