Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11515 del 12/05/2010

Cassazione civile sez. I, 12/05/2010, (ud. 16/03/2010, dep. 12/05/2010), n.11515

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. BERNABAI Renato – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 9563/2005 proposto da:

D.G.A. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA COSSERIA 5, presso l’avvocato PAGANO MARIA

LUISA, rappresentato e difeso dall’avvocato ROMANO Patrizia, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

COOPERATIVA EDILIZIA 28 NOVEMBRE S.R.L. (P.I. (OMISSIS)), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIALE GIULIO CESARE 71, presso l’avvocato

CANFORA MAURIZIO, rappresentata e difesa dall’avvocato ARENA

Letterio, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 22/2004 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 27/01/2004;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

16/03/2010 dal Consigliere Dott. VITTORIO RAGONESI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del luglio 1990 D.G.A. esponeva: di essere proprietario di un terreno edificabile ubicato nel Villaggio (OMISSIS); che, a seguito di ordinanza sindacale, parte di questo terreno, nel (OMISSIS), era stato assegnato alla Cooperativa edilizia 28 Novembre srl che nel (OMISSIS) lo aveva occupato e aveva iniziato la costruzione di un edificio; che quest’ultima aveva inoltre occupato porzioni di terreno non assegnatole, rifiutandosi di rilasciarle nonostante le reiterate diffide. Chiedeva pertanto che la convenuta fosse condannata al risarcimento del danno.

Si costituiva in giudizio la Cooperativa convenuta, che contestava la domanda e, in subordine, aderiva alla richiesta dell’attore di fare applicazione dell’art. 938 c.c..

Espletata ctu, il Tribunale di Messina, con sentenza n 2184/01 del 14/05/2001, condannava la convenuta al risarcimento del danno.

Con atto notificato il 12 ottobre 2001 la Cooperativa 28 Novembre proponeva appello avverso tale decisione.

Costituitosi in giudizio il D.G., che chiedeva il rigetto dell’impugnazione.

La Corte di Messina, con sentenza n. 22/04, in accoglimento dell’appello ed in riforma dell’impugnata sentenza di primo grado, rigettava le domande del D.G. con la motivazione che questi non aveva fornito la prova di essere proprietario dei terreni occupati.

Quest’ultimo ricorre per cassazione avverso detta sentenza sulla base di due motivi cui resiste con controricorso la Coop. Ed 28 Novembre srl.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i due motivi di ricorso il ricorrente si duole, rispettivamente sotto il profilo della violazione dell’art 2697 c.c., e della omessa, erronea ed insufficiente motivazione, che la Corte d’appello abbia ritenuto non provata la sua qualità di proprietario dei terreni espropriati.

I due motivi possono essere esaminati congiuntamente e gli stessi si rivelano infondati e per certi versi inammissibili.

Va premesso che nel giudizio di risarcimento danni derivanti da occupazione c.d. “appropriativa”, oggetto della pretesa azionata non è il diretto e rigoroso accertamento del diritto di proprietà dell’istante sul fondo (trattandosi di “petitum” risarcitorio e non rivendicatorio), bensì la (sola) individuazione del titolare del bene avente diritto al risarcimento, sicchè il convincimento del giudice in ordine alla legittimazione alla dedotta pretesa può legittimamente formarsi sulla base di qualsiasi elemento, documentale e/o presuntivo, sufficiente ad escludere una erronea destinazione soggettiva del pagamento dovuto (Cass. 10294/02; Cass. 23278/06).

Nel caso di specie la Corte territoriale si è attenuta a tale principio esaminando gli atti di causa per accertare se dagli stessi potessero desumersi elementi indiziari atti a dimostrare la legittimazione attiva dell’odierno ricorrente in relazione alla domanda risarcitoria proposta.

La Corte territoriale ha escluso la sussistenza di tale requisito osservando che il ctu non aveva compiuto alcun accertamento circa la proprietà dei terreni occupati in quanto ciò non rientrava nel suo mandato e si era limitato a dare per presupposta la circostanza e che, inoltre, dagli atti acquisiti dal consulente risultava solo che, in sede di sopralluogo, il D.G. riferì di essere proprietario di mq 605 del terreno in oggetto anche se lo stesso risultava per errore intestato catastalmente ad altri soggetti.

Il giudice di merito ha, poi, aggiunto che non vi era neppure prova adeguata del fatto che “un terzo estraneo” (presumibilmente il comune di Messina espropriante) avesse riconosciuto il D.G. come titolare dei terreni occupati dal momento che non era stato prodotto neppure il decreto di esproprio e che, in ogni caso, anche a voler ritenere che tale riconoscimento vi fosse stato, lo stesso era irrilevante in quanto non suffragato da alcun ulteriore elemento probante.

Il giudice di merito ha ,pertanto, rilevato l’assoluta inesistenza di elementi presuntivi atti a far ritenere il D.G. proprietario dei terreni in oggetto, tanto più che lo stesso, pur in presenza della contestazione in esame, non si era preoccupato di produrre alcun tipo di documentazione da cui potesse desumersi il suo diritto.

Tale motivazione della Corte d’appello, che appare di per sè adeguata sotto il profilo logico-giuridico e fondata sulla analisi delle risultanze processuali, non risulta adeguatamente censurata dal ricorrente.

Questi, in primo luogo, fa riferimento ai frazionamenti catastali dei terreni occupati ed alla mappa del piano di zona di cui, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso, non riporta però il contenuto ed in relazione ai quali non deduce in quali dei propri scritti difensivi aveva dedotto che contenessero indicazioni circa la sua proprietà.

In secondo luogo, deduce che nella CTU si affermava che i terreni erano di proprietà di esso D.G. e che questi doveva “accertare quanto lamentato dall’attore con l’atto introduttivo del giudizio” come disposto dall’ordinanza con cui gli era stato conferito l’incarico.

Ma da tale affermazione non è possibile dedurre che il CTU avesse anche l’incarico di accertare la proprietà dei terreni, essendo fin troppo noto che la consulenza tecnica non ha la finalità di acquisire mezzi di prova ma solo di fornire al giudice delle valutazioni tecniche e che, pertanto, spetta a chi agisce per far valere un proprio diritto provare la sussistenza di quest’ultimo.

Conseguentemente anche te affermazioni contenute nella CTU e riportate nel ricorso, ove si afferma che i terreni erano di proprietà del D.G., sono state correttamente ritenute dalla Corte d’appello non come conseguenza di un accertamento svolto in tal senso ma come circostanza ritenuta presupposta.

Del tutto inconsistente è poi la censura relativa al fatto che la sentenza avrebbe ritenuto privo di efficacia probatoria il riconoscimento della proprietà da parte del comune di Messina.

Come infatti già in precedenza riportato, la Corte d’appello ha ritenuto solo in via ipotetica avvenuto tale riconoscimento per dire che lo stesso sarebbe stato comunque irrilevante in quanto non supportato da alcun altro elemento probatorio.

Il ricorrente avrebbe, sotto tale profilo, dovuto anzitutto dedurre che il comune di Messina aveva, invece, effettivamente riconosciuta la proprietà di esso ricorrente indicando in quale atto ciò era avvenuto ed evidenziando, poi, gli eventuali ulteriori elementi probatori a riguardo, ma nulla di tutto ciò si rinviene nel ricorso, ove, dato per assodato l’avvenuto riconoscimento, si censura la pronuncia sotto il profilo di una erronea valutazione degli elementi di causa.

Il ricorso va pertanto respinto.

Il ricorrente va di conseguenza condannato al pagamento delle spese processuali liquidate come da dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in Euro 2500,00 per onorari oltre Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 16 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2010

 

 

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