Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11487 del 12/04/2010

Cassazione civile sez. II, 12/05/2010, (ud. 24/03/2010, dep. 12/05/2010), n.11487

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. PICCIALLI Luigi – Consigliere –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 4813-2005 proposto da:

V.G. O P. (OMISSIS), elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA ADRIANA 15, presso lo studio

dell’avvocato ROMANO NICOLA, rappresentata e difesa dall’avvocato

PATANE’ ROSARIO;

– ricorrente –

contro

V.M.G. (OMISSIS) quale coerede di

VE.GI.OL. nonchè quale attuale avente causa in

qualità di legatario, V.S. (OMISSIS), S.

M. deceduta e per essa le eredi: L.M.R.

(OMISSIS), L.M.M. (OMISSIS), elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA GIULIO TARRA 20, presso lo studio

dell’avvocato CALABRETTA CARMELA, rappresentati e difesi

dall’avvocato CALABRETTA MATTEO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1002/2004 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 18/10/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/03/2010 dal Consigliere Dott. VINCENZO MAZZACANE;

udito l’Avvocato CALABRETTA Matteo, difensore dei resistenti che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Libertino Alberto che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

V.M., V.S. e S.M., premesso di essere complessivamente comproprietari – quali eredi di Ve.

G.O. che ne aveva ricevuto la quota di 1/2 indivisa a seguito di donazione effettuata in suo favore dal proprio padre Ve.Gi. il (OMISSIS) – di metà di un fabbricato adibito a mulino sito in (OMISSIS), di cui la rimanente quota di 1/4 apparteneva a V.G. che insieme ad altri beni l’aveva ricevuta in donazione sempre dal predetto Ve.Gi. con atto del (OMISSIS), convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Catania la V. chiedendosi procedersi alla divisione dell’immobile e condannarsi quest’ultima, che ne era nel possesso esclusivo, al risarcimento dei danni in favore degli attori per il mancato godimento del bene.

Si costituiva in giudizio la convenuta contestando l’individuazione del compendio da dividere e chiedendo che, accertatane la reale consistenza, ne venisse verificata l’indivisibilità con conseguente attribuzione di esso in suo favore.

Il Tribunale adito con sentenza del 19-6-2001 dichiarava che il compendio da dividere era costituito dall’intero primo corpo di fabbrica descritto dal c.t.u. a pag. 3 della relazione principale (corpo di fabbrica con accesso da (OMISSIS) e composto da un vano di mq. 64 adibito a locale molitura, da altro vano di mq. 22 originariamente adibito a magazzino con all’interno ricavato un locale vasche totalmente chiuso, da un ulteriore vano di mq. 15 adibito a servizi vari e da un cortiletto interno di mq. 30), approvava il progetto di divisione in due quote in natura demandandone l’assegnazione mediante sorteggio, e condannava la convenuta a corrispondere agli attori la somma di L. 14.069.350 a titolo di frutti relativi al periodo di possesso esclusivo.

Proposta impugnazione da parte di V.G. cui resistevano V.M.G., V.S. e S. M. che proponevano altresì appello incidentale la Corte di Appello di Catania con sentenza del 18-10-2004, in parziale riforma dell’impugnata sentenza, confermata nel resto, ha condannato l’appellante principale a corrispondere alle controparti anche gli interessi legali, con la decorrenza di cui in motivazione, sull’importo liquidato nella sentenza di primo grado a titolo di frutti.

Per la cassazione di tale sentenza V.G. ha proposto un ricorso articolato in quattro motivi cui hanno resistito con controricorso V.M.G. e V.S. in proprio e quali legatari aventi causa da S.M. nel frattempo deceduta, nonchè L.M.R. e L.M.M. quali legatarie aventi causa dalla stessa S.; le parti hanno successivamente depositato delle memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 817, 1362 e 1363 c.c., censura la sentenza impugnata per aver ritenuto che l’oggetto della divisione fosse costituito, oltre che dal vano adibito a mulino, anche da due ulteriori vani e da un cortiletto che, invece, erano di proprietà esclusiva dell’esponente in base alla donazione ricevuta nel (OMISSIS).

V.G. sostiene che il giudice di appello ha violato le regole di ermeneutica contrattuale previste dagli artt. 1362 e 1363 c.c. ed ha aderito interamente alle erronee considerazioni del c.t.u., che aveva fatto leva sulla circostanza che nell’atto di donazione in favore dell’esponente il donante, nel descrivere il bene già oggetto di donazione al dante causa delle controparti, aveva usato la locuzione “vano rustico e sottotegole”, comprensiva, secondo il c.t.u., non solo del vano adibito a mulino, ma anche degli ulteriori vani; in realtà non si era tenuto conto non solo del fatto che il termine “sottotegole” fa esclusivo riferimento al tipo di copertura di un fabbricato, ma anche del rilievo che l’espressione “vano rustico e sottotegole” intendeva semplicemente evidenziare che l’unico vano sussistente era allo stato rustico e posto direttamente sotto il tegolato, essendo privo di volta.

La censura è infondata.

La Corte territoriale, premesso che la donazione del (OMISSIS) in favore del dante causa degli appellati concerneva “la metà indivisa d’un fabbricato adibito a mulino …”, ha affermato che tale fabbricato con accesso dalla (OMISSIS) era composto non solo dal vano di mq.

64 costituente il vero locale molitura, ma anche da altri due piccoli vani ai quali si accedeva soltanto dal primo e che per la loro conformazione rivelavano una destinazione di servizio (magazzino, sgombero) al vano principale; ha poi aggiunto che dall’ultimo vano di mq. 15 si accedeva ad un cortiletto interno di mq. 30.

Il giudice di appello ha quindi ritenuto che la mancata autonomia strutturale nonchè la funzione strumentale dei due predetti piccoli vani e del cortile ne comportava la qualifica di beni accessori del vano molitura, cosicchè essi seguivano la sorte del bene principale se non diversamente stabilito, laddove anzi nella specie la donazione ricomprendeva espressamente anche gli accessori; la sentenza impugnata ha aggiunto che del resto il donante, nel descrivere i confini del bene donato, aveva indicato, oltre alla via pubblica, il casamento rimasto in sua proprietà (oggetto della successiva donazione del (OMISSIS)) e non i due locali in contestazione.

Orbene alla luce di tali considerazioni è agevole osservare che la Corte territoriale, avendo puntualmente indicato le fonti del proprio convincimento basandosi su elementi di natura sia testuale sia logica, ha proceduto in ordine alla interpretazione della volontà del donante e quindi alla individuazione dell’oggetto della donazione ad un accertamento di fatto sorretto da congrua e logica motivazione, come tale insindacabile in questa sede dalla ricorrente, che in definiva si limita inammissibilmente a prospettare una interpretazione della donazione del (OMISSIS) ad essa più favorevole.

Con il secondo motivo la ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 720, 7 e 729 c.c. censura la sentenza impugnata per aver ritenuto divisibile l’immobile sito in (OMISSIS).

La V. in primo luogo assume al riguardo che, come assento nel motivo precedente, i due vani di complessivi mq. 37 ed il cortiletto di mq. 30 non facevano parte dei beni da dividere; inoltre la suddetta divisione avrebbe comportato lo svolgimento di attività troppo onerose e complesse e/o l’imposizione di pesi, limiti e servitù per il godimento delle singole quote, nonchè un pregiudizio al valore economico della porzione rispetto all’intero tale da renderla indivisibile; il progetto di divisione prevedeva poi quote di beni tra di loro profondamente disomogenee, in quanto la prima porzione, comprendente il locale adibito a molitura, aveva una maggiore superficie scoperta rispetto alla seconda porzione, e d’altra parte tale locale, situato a ridosso della via pubblica, aveva un valore superiore rispetto al fabbricato inglobato nella seconda quota; infine erroneamente il giudice di appello ha affermato che gli immobili oggetto di divisione, per la loro vetustà, avrebbero dovuto essere demoliti, e che quindi si dovesse tener conto solo delle superfici, laddove al contrario il dato rilevante era costituito dalla cubatura delle costruzioni, trattandosi di immobili in zona edificabile, come tali ristrutturabili, con un evidente maggior valore della quota in cui era ricompresa la maggiore superficie edificata.

V.G. conclude quindi che, data l’evidenziata sproporzione delle porzioni, non sussistevano i presupposti per procedere all’estrazione a sorte.

La censura è in parte infondata ed in parte inammissibile.

La Corte territoriale ha rilevato che l’appellante non aveva mosso alcuna censura alla affermazione del giudice di primo grado – basata sull’accertamento effettuato dal c.t.u. condiviso dallo stesso consulente di parte della V. – secondo cui il valore delle quote consisteva non tanto nel fabbricato esistente, assai degradato anche sotto il profilo statico, quanto nella superficie su cui esso insisteva, aggiungendo che quest’ultima era equamente divisa tra le due quote; la sentenza impugnata, pertanto, preso atto della mancata confutazione dei rilievi posti a base della pronuncia di primo grado, che prescindevano dalle argomentazioni svolte nel motivo di appello, ha disatteso quest’ultimo.

Alla luce di tale statuizione, non oggetto di censure in questa sede, è agevole evidenziare l’irrilevanza delle considerazioni svolte dalla V. con il motivo in esame – in parte analoghe a quelle spese in appello come richiamate dalla Corte territoriale – in quanto estranee alla “ratione decidendi” della sentenza impugnata.

Riguardo poi alle asserite difficoltà strutturali e funzionali cui darebbe luogo il progetto divisionale in questione nonchè al preteso pregiudizio arrecato dalla divisione al valore economico della porzione rispetto all’intero, tali profili sono inammissibili in quanto nuovi, non essendo stata censurata l’affermazione della sentenza impugnata circa la loro estraneità rispetto alle doglianze mosse in quella sede dall’appellante.

Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 757 c.c., censura la sentenza impugnata per aver rigettato il motivo di appello riguardante la condanna dell’esponente alla fruttificazione, quantificata in Euro 7266,21, oltre agli interessi legali.

V.G. assume in proposito sotto un primo profilo che nessuna fruttificazione poteva discendere da un bene come un vecchio mulino abbandonato e non più in funzione da decenni, insuscettibile di ogni possibile sfruttamento economico; anzi tale mulino era stato un bene passivo per l’esponente, che era stata gravata dall’onere di manutenzione e gestione con il pagamento di tasse ed imposte di cui non si era tenuto conto nell’errato calcolo della fruttificazione.

Inoltre la ricorrente sostiene che gli appellati ai sensi dell’art. 757 c.c. avrebbero potuto chiedere soltanto i frutti di quei beni di cui erano i soli ed immediati successori, e non quindi dei locali rispettivamente di mq. 22 e mq. 15 di esclusiva proprietà dell’istante.

La censura è in parte infondata ed in parte inammissibile.

La sentenza impugnata ha osservato che l’appellante, quanto alla fruttificazione, aveva dedotto che il giudice di primo grado si era appiattito sulla valutazione svolta dal c.t.u. che aveva adottato criteri di riferimento e di stima inesatti e non rispondenti alle considerazioni del bene trascurando altresì le osservazioni del suo consulente di parte, senza quindi dedurre l’assoluta improduttività dell’immobile, sostenuta pertanto inammissibilmente per la prima volta in questa sede di legittimità; ciò rilevato, è poi agevole aggiungere che la Corte territoriale, contrariamente all’assunto della ricorrente, ha rilevato che il c.t.u. aveva tenuto conto delle spese di gestione e di manutenzione del bene, defalcando per tale ragione dall’importo dovuto a titolo di fruttificazione la quota del 25%.

E’ poi inconferente il richiamo della ricorrente alla pronuncia di questa stessa Corte del 10-2-2004 n. 2483, non riguardante la fattispecie, nella quale si pone la questione del diritto ai frutti da parte di un condividente nei confronti di un altro condividente che abbia avuto il possesso esclusivo del bene durante il periodo di comunione, frutti civili che quest’ultimo deve corrispondere al primo quale ristoro per la privazione della utilizzazione “pro quota” del bene comune e dei relativi profitti (Cass. 2-8-1990 n. 7716).

Infine è infondato il motivo di censura relativo alla pretesa non debenza dei frutti relativi ai locali accessori al vano adibito a molitura, atteso che tali beni sono stati ritenuti compresi nella donazione del (OMISSIS).

Con il quarto motivo la ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., censura la sentenza impugnata per non aver posto a carico delle controparti soccombenti le spese di giudizio.

La censura è infondata.

Premesso che la Corte territoriale ha compensato interamente tra le parti le spese del grado data la natura della controversia, è appena il caso di rilevare che V.G., essendo risultata totalmente soccombente all’esito del secondo grado di giudizio, non aveva certamente diritto al rimborso delle spese nei confronti delle controparti, atteso il disposto di cui all’art. 91 c.p.c..

Il ricorso deve quindi essere rigettato; le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

PQM

LA CORTE Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento di Euro 200,00 per spese e di Euro 2500,00 per onorari di avvocato.

Così deciso in Roma, il 24 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2010

 

 

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