Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11470 del 25/05/2011

Cassazione civile sez. trib., 25/05/2011, (ud. 01/03/2011, dep. 25/05/2011), n.11470

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ADAMO Mario – Presidente –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. POLICHETTI Renato – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO REGGIA PALACE HOTEL SRL;

– intimato –

avverso la sentenza n. 100/2005 della COMM. TRIB. REG. di NAPOLI,

depositata il 20/05/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

01/03/2011 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;

udito per il ricorrente l’Avvocato ALBENZIO GIUSEPPE, che ha chiesto

l’accoglimento;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GAETA Pietro, che ha concluso per l’accoglimento.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con avviso notificato il 26.5.2000 l’Ufficio di Caserta della Agenzia delle Entrate rettificava la dichiarazione presentata ai fini IRPEG ed ILOR per l’anno 1995 da Reggia Palace Hotel s.r.l. -dichiarata fallita in data 14.7.1995 in seguito ad incendio verificatosi il (OMISSIS) che aveva totalmente distrutto la struttura alberghiera – accertando una imposta dovuta pari a L. 152.142.000 oltre interessi e sanzioni pecuniarie.

L’avviso era motivato “per relationem” al verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza, e consegnato alla parte verificata, dal quale emergeva che nei primi quattro mesi dell’anno 1995 la società aveva realmente esercitato l’attività di impresa, limitandosi tuttavia ad indicare nella dichiarazione IVA soltanto acquisti per L. 83.000 e costi per oltre L. 1.700.000.000 ed omettendo ogni dato relativo al volume di affari. In assenza di scritture contabili venivano, pertanto, recuperati ad imponibile con metodo induttivo -in base alle evidenze contabile relative al precedente anno 1994- ricavi lordi per L. 1.842.601.000.

Il ricorso del contribuente che chiedeva l’annullamento dell’avviso per difetto assoluto di motivazione ed in subordine la riduzione della imposta, era accolto dalla CTP di Caserta con sentenza 178/15/2002 che rilevava la carenza di elementi probatori a sostegno della pretesa tributaria.

L’appello dell’Ufficio era rigettato con sentenza della CTR di Napoli sez. 17 in data 20.5.2005 che confermava l’annullamento dell’avviso per mancanza di una specifica ed autonoma valutazione da parte dell’Ufficio delle risultanze del PVC. Avverso tale sentenza, non notificata, ricorre per cassazione la Agenzia delle Entrate con due motivi, deducendo il vizio di nullità della decisione per extrapetizione nonchè di violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 53 e D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42 e di omessa od insufficiente motivazione. Non ha resistito il Fallimento della società intimata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Nella sentenza i Giudici territoriali, dopo aver rilevato che il contribuente aveva impugnato l’avviso di accertamento in rettifica contestando il vizio di carenza di motivazione (in quanto l’Ufficio aveva quantificato l’imposta utilizzando i dati relativi ai ricavi del precedente anno 1994, e trasferendo, con mero calcolo aritmetico, tali importi al successivo periodo 1 gennaio-1 maggio 1995) e chiedendo in via subordinata la riduzione della imposta, e dopo aver rilevato che i Giudici di prime cure avevano annullato l’avviso in quanto “carente di motivazione, non rappresentando alcun riferimento alla realtà di fatti” e non essendo stati forniti dall’Ufficio ulteriori elementi di prova, ha rigettato l’appello dell’Ufficio affermando che, ai sensi della L. n. 241 del 1990, art. 3 la Amministrazione era tenuta a compiere una autonoma valutazione dei vari elementi che sorreggono la pretesa impositiva ed essendosi, invece, limitata a recepire pedissequamente ed acriticamente le risultanze del processo verbale di constatazione aveva abdicato a tale compito conferendo una “illegittima delega del potere di accertamento ad organi che sono legalmente investiti del solo potere di indagine”, con conseguente nullità dell’avviso.

2. La Agenzia delle Entrate ha impugnato la sentenza della CTR di Napoli denunciando, con il primo motivo, il vizio di extrapetizione ex art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4).

Occorre premettere che nel processo tributario, la cui struttura è caratterizzata da un meccanismo d’instaurazione imperniato sull’impugnazione di uno degli atti specificamente indicati dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19 ed il cui oggetto è rigorosamente circoscritto al controllo di legittimità formale e sostanziale dell’atto impugnato, nei limiti delle contestazioni sollevate dal contribuente con i motivi dedotti nel ricorso introduttivo di primo grado, l’indagine sul rapporto tributario è necessariamente limitata al riscontro della consistenza della pretesa fatta valere dall’Amministrazione finanziaria con l’atto impositivo, alla stregua dei presupposti di fatto e di diritto in esso enunciati (Corte cass. 5 sez. 29.9. 2006 n. 20516; id. 11.5.2007 n. 10779). La giurisprudenza di legittimità è infatti assolutamente concorde nel ritenere che “il giudizio tributario, anche in base alla disciplina dettata dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 18, comma 2, art. 19 e art. 24, comma 2, è caratterizzato da un meccanismo di instaurazione di tipo impugnatorio, circoscritto alla verifica della legittimità della pretesa effettivamente avanzata con l’atto impugnato, alla stregua dei presupposti di fatto e di diritto in esso atto indicati, ed ha un oggetto rigidamente delimitato dalle contestazioni mosse dal contribuente con i motivi specificamente dedotti nel ricorso introduttivo, in primo grado, onde delimitare sin dalla nascita del rapporto processuale tributario le domande e le eccezioni proposte dalle parti” (cfr. Corte cass. 5^ sez. 18.6.2003 n. 9754; id.

2.4.2007 n. 8182; is. 3.8.2007 n. 17119; Corte cass. SU 23.12.2009 n. 27209).

Ne consegue, che in grado di appello – come sancito, nella disciplina vigente, dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 51, comma 1, – non è consentita alle parti la introduzione di nuove “causae petendi” (Corte cass. 5^ sez 3.4.2006 n. 7766): pertanto, da un lato, il contribuente non può modificare la domanda di annullamento dell’atto impositivo prospettando ulteriori vizi di legittimità non dedotti in primo grado; dall’altro l’Amministrazione finanziaria non può, mutare i termini della contestazione, deducendo circostanze di fatto o ragioni giuridiche diversi da quelli contenuti nell’atto di accertamento (Corte cass. 5^ sez. 29.10.2008 n. 25909; id. 13.11.2008 n. 27065).

L’oggetto del giudizio di appello ha dunque estensione variabile che se in astratto, in ogni caso, non può eccedere dai limiti del “thema decidendum” come definitivamente fissato dalle parti in primo grado, in concreto rimane tuttavia indefettibilmente circoscritto -in virtù dell’effetto devolutivo della impugnazione- a quelle sole questioni dedotte con i motivi specifici di gravame proposti con l’atto di appello (principale ed incidentale) nonchè alle sole questione ed eccezioni riproposte, che possono, peraltro, investire tutti o solo alcuni capi della decisione di primo grado: risulta evidente, pertanto, che la verifica della conformità della decisione del Giudice di appello all’obbligo di “corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato” prescritto dall’art. 112 c.p.c., deve essere compiuta in relazione, non alle domande ed eccezioni formulate dalle parti nel giudizio di primo grado (che bene potrebbero essere state rinunciate o non riproposte), ma alle specifiche questioni riproposte ovvero sottoposte all’esame del Giudice del gravame con i motivi di impugnazione.

Tanto premesso il vizio di extrapetizione denunciato dalla Agenzia delle Entrate deve essere correttamente individuato operando in via ermeneutica una saldatura tra la premessa argomentativa (tutta rivolta a dimostrare che la pronuncia del Giudice di appello esulava dal “thema decidendum” introdotto dal contribuente con il ricorso in primo grado) ed il quesito formulato conclusivamente dalla ricorrente (quesito, peraltro, non richiesto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. in quanto la sentenza impugnata è stata pubblicata in data anteriore alla entrata in vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006) incentrato sul “quantum appellatum”, potendo essere in tal modo chiarita la censura nel senso che con i motivi formulati nell’atto di appello l’Ufficio avrebbe impugnato il dictum della sentenza di prime cure contestando la affermata insufficienza probatoria dei fatti costitutivi della pretesa tributaria, mentre la sentenza di appello avrebbe omesso di pronunciare su tale questione, rilevando ex officio un differente vizio di legittimità dell’atto impositivo consistente nella asserita violazione di legge per avere l’Amministrazione finanziaria, recependo nell’atto impositivo pedissequamente le risultanze del PVC, illegittimamente delegato il potere di accertamento ad organi titolari dei soli poteri di indagine.

Il motivo, come sopra definito, è inammissibile per difetto del requisito di autosufficienza.

E’ principio consolidato del Giudice di legittimità che “se è vero che la Corte di Cassazione, allorquando sia denunciato un “error in procedendo”, quale indubbiamente il vizio di ultra o extrapetizione, è anche giudice del fatto ed ha il potere-dovere di esaminare direttamente gli atti di causa, tuttavia, per il sorgere di tale potere – dovere è necessario, non essendo il predetto vizio rilevabile ex officio, che la parte ricorrente indichi gli elementi individuanti e caratterizzanti il “fatto processuale” di cui richiede il riesame e, quindi, che il corrispondente motivo sia ammissibile e contenga, per il principio di autosufficienza del ricorso, tutte le precisazioni e i riferimenti necessari a individuare la dedotta violazione processuale” (cfr. Corte cass. 1^ sez. 23.9.2002 n. 13833;

id. 5^ sez. 23.1.2004 n. 1170 ; id. sez. lav. 26.11.2004 n. 22298;

id. 3^ sez. 3.8.2005 n. 16245).

Il ricorso non risponde a tali requisiti minimi, non essendo dato verificare, in mancanza di trascrizione dei motivi dell’atto di appello proposto dall’Ufficio, se il Giudice di secondo grado abbia pronunciato oltre i limiti del devoluto; nè essendo dato individuare il “thema decidendum”, come fissato dalle parti in primo grado, in difetto di specifica indicazione del contenuto del ricorso introduttivo e soprattutto dell’avviso di accertamento la cui motivazione definisce “i presupposti di fatto e le ragioni diritto” su cui si fonda la pretesa della Amministrazione.

Anche il secondo motivo è inammissibile per difetto del requisito di autosufficienza.

Costituisce massima consolidata di questa Corte che “il ricorso per cassazione – in ragione del principio di “autosufficienza” – deve contenere in sè tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi od atti attinenti al pregresso giudizio di merito. Ne consegue che, nell’ipotesi in cui, con il ricorso per cassazione, venga dedotta l’incongruità, l’insufficienza o contraddittorietà della sentenza impugnata per l’asserita mancata valutazione di risultanze processuali, è necessario, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività della risultanza non valutata (o insufficientemente valutata), che il ricorrente precisi, mediante integrale trascrizione della medesima, la risultanza che egli asserisce decisiva e non valutata o insufficientemente valutata, dato che solo tale specificazione consente alla Corte di cassazione, alla quale è precluso l’esame diretto degli atti e di accedere a fonti esterne allo stesso ricorso -e, quindi, ad elementi o atti attinenti al pregresso giudizio di merito, inclusa la sentenza impugnata- di delibare la decisività della medesima, dovendosi escludere che la precisazione possa consistere in meri commenti, deduzioni o interpretazioni delle parti” (cfr. Corte cass. 3^ sez. 24.5.2006 n. 12362 ; id. 3^ sez. 28.6.2006 n. 14973; id. 1^ sez. 17.7.2007 n. 15952; id. sez. lav. 27.2.2009 n. 4849 ; id 2^ sez. 14.10.2010 n. 21224).

Il ricorso, relativamente al dedotto vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), risulta del tutto carente sotto il profilo della autosufficienza in quanto è interamente incentrato sulla idoneità della motivazione in virtù della “relatio” tra avviso di accertamento notificato e processo verbale di constatazione, ma omette del tutto di individuare il contenuto motivazionale dell’atto richiamato, rendendo in conseguenza impossibile la verifica della erronea valutazione del documento da parte dei Giudici di appello in ordine al giudizio di insufficienza ed inadeguatezza del requisito di validità dell’avviso di accertamento. Il ricorrente che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione la S.C- deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (Corte cass. 6^ sez. ord. 30.7.2010 n. 17915).

Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile. In difetto di costituzione della parte resistente non deve farsi luogo a pronuncia sulle spese di lite.

P.Q.M.

LA CORTE dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 1 marzo 2011.

Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2011

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