Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11446 del 25/05/2011

Cassazione civile sez. trib., 25/05/2011, (ud. 10/12/2010, dep. 25/05/2011), n.11446

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PIVETTI Marco – Presidente –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. POLICHETTI Renato – rel. Consigliere –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

L.A., elettivamente domiciliato in ROMA VIA

RONCIGLIONE 3 presso lo studio dell’avvocato GULLOTTA FABIO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato PAPPALARDO GIOVANNA,

giusta delega a margine;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 27/2004 della COMM. TRIBUTARIA 2^ GRADO di

BOLZANO, depositata il 18/01/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/12/2010 dal Consigliere Dott. RENATO POLICHETTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per l’accoglimento.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

L.A. propose ricorso avverso una cartella esattoriale emessa nei suoi confronti sulla base di una dichiarazione congiunta recante la firma – vera – del marito di lei e quella apparentemente sua che però essa assumeva essere falsa. Nel giudizio davanti alla Commissione tributaria provinciale – a seguito de disconoscimento della firma e della istanza di verificazione venne espletato il conseguente procedimento e all’esito di esso la firma in questione risultò effettivamente falsa. La Commissione tributaria provinciale accolse quindi l’opposizione e tale statuizione venne confermata dalla Commissione tributaria regionale la quale dette determinante rilievo al fatto della falsità della sottoscrizione rilevando che l’Amministrazione finanziaria non aveva dedotto che la contribuente avesse autorizzato il marito a firmare a suo nome. Nè poteva darsi rilievo alla tesi sostenuta dall’Agenzia delle entrate secondo cui doveva allora considerarsi che la contribuente non aveva presentato a dichiarazione, posto che questa circostanza legittimava l’amministrazione ad effettuare un accertamento nei suoi confronti ma non ad attribuirle una dichiarazione che non proveniva da lei.

L’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso deducendo violazione della L. n. 114 del 1977, art. 17 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 8 nonchè degli artt. 2727-2729 e 2697 cod. civ., dell’art. 112 c.p.c. e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7 nonchè delle norme e dei principi generali in materia di sottoscrizione delle dichiarazioni fiscali e di allegazione e prova. E’ stata anche denunziata carenza e contraddittorietà della motivazione. La tesi dell’amministrazione è che era onere della contribuente dedurre e provare che la firma era stata apposta senza la sua autorizzazione.

La denunziata violazione della L. n. 114 del 1977, art. 17 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 8 non sussiste. E’ proprio il ricorso dell’Agenzia delle entrate ad evidenziare con precisione che il combinato disposto di tali norme stabilisce che entrambi i coniugi debbono sottoscrivere, a pena di nullità, la dichiarazione congiunta di cui al citato art. 17.

La denunzia di violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e quella di violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7 non trovano corrispondenza nella esposizione illustrativa del motivo e quindi non possono essere prese in considerazione.

Lo stesso deve essere detto a proposito della lamentata violazione degli artt. da 2727 a 2729 e dell’art. 2697 cod. civ. ma a proposito di tale censura è opportuno evidenziare che il ricorso , richiamando anche Cass. 945 del 2000, espone argomentazioni largamente condivisibili, ma non conferenti rispetto alla ratio decidendi della sentenza impugnata. Sostiene infatti l’Agenzia delle entrate che la sottoscrizione apposta da un soggetto diverso da colui che appare quale sottoscrivente è tuttavia valida e riferibile a quest’ultimo – nella specie il contribuente – allorchè il soggetto che ha apposto la firma apocrifa è stato a ciò autorizzato dall’interessato. Ed anzi – aggiunge l’Agenzia delle entrate se il contribuente disconosce la firma ciò non è sufficiente, ma egli deve anche dedurre e provare che essa è stata apposta senza il suo consenso. A sostegno di questa tesi il ricorso invoca alcune considerazioni: solo il soggetto interessato può sapere se è stato lui ad autorizzare l’apposizione della firma o no; una diversa considerazione renderebbe estremamente agevole operare trucchi di ogni tipo a danno dell’erario; nel caso di dichiarazione congiunta tra due coniugi è ovvio e naturale presumere che il coniuge falsario abbia agito con il consenso dell’altro.

Si tratta di considerazioni come si è detto condivisibili in generale e con riferimento al caso di specie, fatta eccezione per l’individuazione della parte su cui grava l’onere di allegazione e di prova. Una volta esclusa la genuinità della firma l’onere di dedurre e prova le circostanze di fatto che rendono ugualmente la dichiarazione imputabile a chi ne figura l’autore grava ovviamente su chi ha interesse ad avvalersi della dichiarazione stessa. La prova può essere data per presunzioni (come ad esempio quelle deducibili dal fatto che la contribuente non aveva presentato una propria dichiarazione e che la stessa era coniuge del dichiarante ecc.), ma questo è profilo che viene in considerazione in un momento logicamente successivo a quello dell’allegazione: la parte che vi ha interesse deve dedurre e provare le circostanza di fatto che, pur in mancanza di sottoscrizione, rendono la dichiarazione riferibile a chi ne figura l’autore; il giudice deve giudicare secondo le allegazioni delle parti e non può sostituirsi ad esse nella funzione di allegazione. Ora, secondo quanto testualmente afferma la sentenza impugnata “non è stata sollevata la tesi che la contribuente possa aver autorizzato il coniuge a sottoscrivere a nome suo, ipotesi che invece ricorreva nella sentenza della Corte di cassazione citata dall’ufficio”.

Tale affermazione in fatto della sentenza impugnata non ha formato oggetto di specifica impugnazione e tanto è sufficiente per determinare il rigetto del ricorso, sulla base degli stessi principi enunciati nella richiamata sentenza n. 945 del 2000 e nelle successive sentenze 8770 del 2008, secondo cui “in tema di disconoscimento della firma apposta alla dichiarazione congiunta dei redditi dei coniugi, costituisce apprezzamento di fatto, non sindacabile in sede di legittimità, ove congruamente motivato, la valutazione in ordine alla sussistenza della prova del consenso del firmatario apparente, tale da configurare un conferimento, da parte di quest’ultimo, all’altro coniuge della rappresentanza negoziale ai fini della redazione e della sottoscrizione della dichiarazione congiunta, con conseguente esclusione della nullità dell’atto”.

Nella specie la Commissione tributaria di secondo grado aveva fondato la propria decisione sul rilievo che la firma della contribuente era stata apposta sulla dichiarazione dei redditi presentata dal coniuge con il suo consenso. Nel casso qui in esame, invece, all’opposto, la Commissione tributaria regionale, con accertamento parimenti insindacabile e comunque non impugnato sul piano della legittimità della motivazione, ha affermato che il consenso non era stato dedotto.

Vi sono evidenti giusti motivi per la compensazione delle spese.

P.Q.M.

rigetta il ricorso;

compensa le spese.

Così deciso in Roma, il 10 dicembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2011

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