Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11444 del 15/06/2020

Cassazione civile sez. VI, 15/06/2020, (ud. 22/11/2019, dep. 15/06/2020), n.11444

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7627-2018 proposto da:

P.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUCREZIO

CARO 62, presso lo studio dell’avvocato SIMONE CICCOTTI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ROBERTO ROMAN;

– ricorrente –

contro

R.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

FRANCO MODENA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 666/2017 del TRIBUNALE di ROVIGO, depositata

il 31/08/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 22/11/2019 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA

FALASCHI.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Il Giudice di pace di Rovigo, con sentenza n. 367/2014, accoglieva le domande attoree di accertamento negativo dei crediti per i canoni di abbonamenti insoluti proposta da R.G. nei confronti della Digital Shop per intervenuta prescrizione, nonchè di risoluzione del contratto medesimo e, per l’effetto, respingeva la domanda riconvenzionale di pagamento della somma dovuta in ragione del contratto.

A seguito di appello interposto da P.G., il Tribunale di Rovigo, con sentenza n. 666/2017, rigettava il gravame e, per l’effetto, confermava la pronuncia di primo grado.

Avverso la sentenza del Tribunale di Rovigo P.G. propone ricorso per cassazione, fondato su due motivi.

R.G. resiste con controricorso.

Ritenuto che il ricorso potesse essere rigettato, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), su proposta del relatore, regolarmente comunicata ai difensori delle parti, il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

In prossimità dell’adunanza camerale entrambe le parti hanno curato il deposito di memoria illustrativa.

Atteso che:

con il primo motivo parte ricorrente denuncia, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto in relazione all’art. 2944 c.c. e al D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 5, comma 6. In particolare, ad avviso del P., la corte territoriale avrebbe erroneamente ritenuto decorso il termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 2948 c.c., omettendo di considerare la speciale disciplina introdotta dal legislatore in materia conciliativa.

Il motivo è infondato.

E’ preliminare rilevare che, secondo i principi generali affermati da questa Corte, gli atti interruttivi della prescrizione consistono in atti recettizi, con i quali il titolare del diritto manifesta al soggetto passivo la sua volontà non equivoca, intesa al riconoscimento del diritto stesso (Cass. 18 gennaio 2018 n. 1159).

La legge, infatti, elencando tassativamente gli atti interruttivi della prescrizione (domanda giudiziale, atto di messa in mora, attivazione clausola arbitrale) o le condotte specifiche, non consente di attribuire tale efficacia ad atti diversi da quelli stabiliti dalla norma, giacchè la tipicità dei modi di interruzione della prescrizione non ammette equipollenti.

In particolare, secondo un orientamento ormai consolidato della Suprema Corte, il riconoscimento del diritto, al fine della interruzione della prescrizione ex art. 2944 c.c. è configurabile in presenza non solo dei requisiti della volontarietà, della consapevolezza, della inequivocità e della recettizietà, ma anche di quello dell’esternazione, indispensabile al fine di manifestare anche alla controparte del rapporto quella portata ricognitiva che, con l’affidamento rispetto alla persistente esistenza del credito che ne deriva, sta a base dell’effetto interruttivo della prescrizione.

Peraltro, l’indagine diretta a stabilire se una certa dichiarazione costituisca riconoscimento del credito, ai sensi della norma richiamata, rientra nei poteri del giudice di merito, il cui accertamento non è sindacabile in sede di legittimità quando è sorretto, come nella specie, da una motivazione sufficiente e non contraddittoria (Cass. 22 settembre 2006 n. 20692).

Il riconoscimento dell’altrui diritto, infatti, pur non avendo natura negoziale costituisce un atto giuridico in senso stretto occorrendo che esso rechi, anche implicitamente, la manifestazione della consapevolezza dell’esistenza del debito e riveli il carattere della volontarietà (Cass. 12 aprile 2018 n. 9097). Nella vicenda in esame, la corte territoriale ha adeguatamente motivato le ragioni per cui non ha ravvisato nella richiesta di conciliazione formulata dal debitore ai sensi del D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 5, alcun effetto ricognitivo del debito constatando, al contrario, l’azione di accertamento negativo spiegata;

– con il secondo motivo il ricorrente denunciata, ex art. 360 c.p.c., n. 4, l’omessa pronuncia sulla domanda riconvenzionale avente ad oggetto il pagamento della clausola penale. In particolare, ad avviso del P., la corte territoriale avrebbe erroneamente omesso di pronunciarsi sulla domanda spiegata in via riconvenzionale avente ad oggetto la condanna al pagamento della clausola penale contrattuale prevista in caso di mancata restituzione della Smart. Card.

Il motivo è inammissibile per essere caratterizzata da novità la questione con esso posta.

Dalla sentenza impugnata si evince che ricorrente, soccombente in primo grado, aveva spiegato domanda riconvenzionale volta ad ottenere, il pagamento delle annualità pregresse, relativamente ai canoni e agli accessori (vedi pag. 2 sentenza impugnata). Medesima domanda risulta essere stata riproposta con l’atto di appello. La corte territoriale, dunque, una volta accertata l’intervenuta prescrizione dei crediti vantati, correttamente ha ritenuto assorbita la domanda riconvenzionale.

Nel ricorso il P. deduce di avere formulato domanda di restituzione della Smart. Cart, quale conseguenza della risoluzione del contratto, con attivazione della clausola penale.

E’ evidente che si tratti di domanda nuova, frutto della pronuncia di risoluzione e pertanto estranea al petitum originario, con il quale si chiedeva l’adempimento. Nè il ricorrente chiarisce, nel rispetto dell’onere di allegazione, quando e dove avrebbe modificato l’originaria domanda riconvenzionale.

In conclusione, il ricorso deve essere respinto.

Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto l’art. 13, comma 1-quater, del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso;

condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese processuali del giudizio di legittimità in favore del controricorrente che liquida in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-2 Sezione Civile, il 22 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2020

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