Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11443 del 15/06/2020

Cassazione civile sez. VI, 15/06/2020, (ud. 22/11/2019, dep. 15/06/2020), n.11443

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7604-2018 proposto da:

D. MARMI DI D.D. & C. SAS, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

GIOVANNI PIERLUIGI DA PALESTRINA 19, presso lo studio dell’avvocato

STEFANIA DI STEFANI, rappresentata e difesa dall’avvocato DINO

COSTANZA;

– ricorrente –

contro

G.P.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1118/2017 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 25/08/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 22/11/2019 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA

FALASCHI.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Bari, con sentenza n. 188/2012, rigettava l’opposizione proposta da G.P. avverso il decreto ingiuntivo n. 1995/1996, emesso in favore della D. Marmi s.a.s. per il pagamento di somme per forniture di lastre di marmo, ritenendo non provata la tempestività della denuncia dei vizi della cosa acquistata, rigettava la domanda “riconvenzionale” proposta dal G. per la restituzione di somme versate in acconto.

A seguito di gravame interposto dalla D. Marmi s.a.s., al fine di sentire affermare l’inesistenza dei vizi asseriti e, in subordine, riformare la sentenza di primo grado nel capo relativo alla compensazione delle spese giudiziali, la Corte di appello di Bari, con sentenza n. 1118/2017, dichiarava inammissibile l’appello relativamente al motivo principale per carenza d’interesse e rigettava quello subordinato per l’evidenza della sussistenza dei vizi.

Avverso la sentenza della Corte di appello di Bari la D. Marmi s.a.s. propone ricorso per Cassazione, fondato su unico motivo.

G.P. è rimasto intimato.

Ritenuto che il ricorso potesse essere rigettato, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), su proposta del relatore, regolarmente comunicata al difensore della ricorrente, il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

Atteso che:

con l’unico motivo la D. Marmi s.a.s. denuncia, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 100,91 e 92 c.p.c.. In particolare, ad avviso della società ricorrente, la corte territoriale avrebbe erroneamente dichiarato inammissibile l’appello per carenza d’interesse della parte all’impugnazione e per avere, nonostante le sue deduzioni sulle spese processuali, regolato le spese giudiziali in termini di compensazione.

Il motivo è infondato.

E’ preliminare rilevare che, in tema di impugnazioni, solo nel caso in cui sussista un contrasto insanabile tra dispositivo e motivazione, da cui derivi l’inidoneità del provvedimento a consentire l’individuazione del concreto comando giudiziale e, conseguentemente, del diritto o bene attribuito, viene riconosciuta la nullità della sentenza e quindi l’interesse della parte ad agire (Cass. 27 giugno 2017 n. 16014).

All’infuori della suddetta ipotesi, laddove cioè non sia possibile riscontrare alcun contrasto tra la parte dispositiva – su cui si forma il giudicato – e la parte motiva, come correttamente accertato dalla corte territoriale, un appello che miri ad ottenere una diversa motivazione per l’accoglimento della propria domanda o delle proprie eccezioni, è inammissibile.

Nel caso in esame, dunque, correttamente la corte territoriale ha ritenuto non sussistente l’interesse ad impugnare dell’odierna ricorrente, dal momento che la riforma della sentenza di primo grado avrebbe portato al medesimo risultato giudiziale, già favorevole alla parte stessa.

In ordine poi alla pronuncia sulla compensazione delle spese giudiziali, è opportuno rilevare che rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensarle, in tutto o in parte, in presenza di determinate condizioni. In particolare, è l’art. 92 c.p.c. ad attribuire tale potere ed esplicitare le relative condizioni, prevedendo al comma 2 che il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate in motivazione.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte, e successivamente la Corte Costituzionale con sentenza del 19 aprile 2018, n. 77, hanno al proposito precisato che “l’art. 92 c.p.c., comma 2, nella parte in cui permette la compensazione delle spese di lite allorchè concorrano “gravi ed eccezionali ragioni”, costituisce una norma elastica, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili “a priori”, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche.” (Cass., Sez. Un., 22 febbraio 2012 n. 2572).

In particolare, a seguito della sentenza 19 aprile 2018, n, 77, della Corte Costituzionale, si è affermato il principio in base al quale il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, se vi è soccombenza reciproca, ovvero nel caso di assoluta novità della questione trattata o di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, o ancora, “qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni”.

In tale regime, le gravi ed eccezionali ragioni, possono essere indicate, tanto in primo grado, quanto in sede di appello dal giudice chiamato a valutare la correttezza della statuizione sulle spese, nel cui esercizio del potere di correzione, può dare anche un diverso fondamento al dispositivo contenuto nella sentenza impugnata, rimanendo tuttavia entro i limiti del devolutum (Cass. 18 gennaio 2019 n. 1424; Cass. 23 dicembre 2010 n. 26083; Cass. 28 maggio 2015 n. 11130; Cass. 20 aprile 2016 n. 7815).

In tal senso la corte territoriale ha rinvenuto, al pari del giudice di primo grado, le gravi ed eccezionali ragioni riesaminando la lite nei suoi aspetti di merito in favore dell’acquirente, seppure confermato il rigetto dell’opposizione per tardività della denuncia dei vizi del bene alienato, dal momento che il lamentato difetto delle lastre di marmo fornite quanto allo spessore inferiore a quanto ordinato, risultava dimostrato dalle bolle emesse dallo stesso venditore, n. 168 del 20.04.2006 e n. 77 del 28.4.2006.

In conclusione, il ricorso deve essere respinto.

Non essendo state svolge difese dalla controparte rimasta intimata, non vi è pronuncia sulle spese processuali.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto l’art. 13, comma 1-quater, del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-2″ Sezione Civile, il 22 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2020

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