Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11443 del 10/05/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 10/05/2017, (ud. 05/04/2017, dep.10/05/2017),  n. 11443

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4065/2016 proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F.

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso la

sede dell’AVVOCATURA dell’Istituto medesimo, rappresentato e difeso

unitamente e disgiuntamente dagli avvocati CLEMENTINA PULLI,

EMANUELA CAPANNOLO e MAURO RICCI;

– ricorrenti –

contro

G.G.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1579/2015 della CORTE D’APPELLO di Palermo,

depositata il 11/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 05/04/2017 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che G.G. adiva il giudice del lavoro chiedendo la condanna dell’INPS al pagamento dell’assegno di invalidità di cui alla L. n. 118 del 1971, art. 13, a decorrere dal 1.5.2007;

che il Tribunale rigettava la domanda e la Corte di appello di Palermo, su ricorso dell’assistita, pronunziando sull’impugnazione dell’INPS, all’esito di nuova ctu medico legale, pur ritenendo sussistente, in dichiarata adesioni alle conclusioni dell’ausiliare, il requisito sanitario, rilevava che solo per il periodo aprile 2010/dicembre 2010 il reddito era inferiore a quello stabilito come limite per potere ottenere il beneficio assistenziale, che veniva pertanto riconosciuto, in accoglimento parziale del gravame, per il suddetto limitato periodo;

che di tale decisione domanda la cassazione l’INPS sulla base di tre motivi, cui non ha opposto difese la G., rimasta intimata;

che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. e stata comunicata alla parte costituita, unitamente al Decreto di fissazione dell’adunanza in Camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata;

2.1. che viene denunziata, con il primo motivo,violazione e falsa applicazione della L. n. 118 del 1971, art. 13 (nel testo sostituito dalla L. n. 247 del 2007, art. 1, comma 35) per avere il giudice del merito riconosciuto il diritto all’assegno di invalidità nonostante che la originaria ricorrente non avesse offerto prova del mancato espletamento di attività lavorativa e per il mancato accertamento) del requisito reddituale, evidenziandosi che, nel ricorso in appello, era stata eccepito la mancanza di prova dell’assistita iscrizione nelle liste speciali di collocamento;

2.2. che, con il secondo, si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360, n. 4, sul rilievo che la circostanza dedotta dall’istituto, relativa al possesso di un reddito superiore al limite previsto per l’assegno mensile, supportata dalla produzione di prospetti allegati alla memoria di costituzione in appello, era stata ignorata dal collegio del gravame;

2.3. che, con il terzo motivo, si denunzia omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, con riferimento all’omessa allegazione relativa al possesso del requisito reddituale per l’assegno in sede di ricorso introduttivo, con irreversibilità dell’estinzione del diritto di produrre documenti nelle fasi successive;

3. che il ricorso è qualificabile come fondato in relazione al primo motivo, ed è inammissibile quanto agli altri motivi, alla luce della recente pronunzia di questa Corte in relazione alla portata applicativa dell’art. 360 bis c.p.c. (Cass. s. u. 7155/2017);

3.1 che nel merito si rileva che è da escludere che si sia formato il giudicato interno sulla sussistenza dei requisiti diversi da quello sanitario, posto che è principio pacifico, reiteratamente affermato, quello secondo il quale “In materia di pensione d’inabilità o di assegno d’ invalidità, rispettivamente previsti, a favore degli invalidi civili (totali o parziali) della L. 30 marzo 1971, n. 118, artt. 12 e 13, il cosiddetto requisito economico ed il requisito dell’incollocazione integrano (diversamente da quello reddituale per le prestazioni pensionistiche dell’I.N.P.S.) un elemento costitutivo della pretesa, la mancanza del quale è deducibile o rilevabile d’ufficio in qualsiasi stato e grado del giudizio, “tale deducibilità o rilevabilità d’ufficio sono, peraltro, da rapportare alle preclusioni determinatesi nel processo e, in particolare, a quella derivante dal giudicato interno formatosi – ove il giudice di primo grado abbia accolto la domanda all’esito della verifica del solo requisito sanitario – per effetto della mancata impugnazione della decisione implicita (siccome relativa ad un indispensabile premessa o presupposto logico-giuridico della pronuncia) in ordine all’esistenza del requisito economico; mentre, ove il giudice di primo grado abbia rigettato la domanda (senza alcuna pronuncia sul requisito economico) e l’interessato abbia appellato in ordine all’esclusione della sussistenza del requisito sanitario, la carenza del requisito economico è deducibile (anche) per la prima volta in appello, o rilevabile d’ufficio dal giudice di secondo grado, del quale il Ministero dell’Interno può censurare, con ricorso per cassazione, la decisione – espressa o implicita – in ordine alla sussistenza dello stesso requisito economico o dell’incollocazione, deducendo, con riguardo al caso di decisione implicita, il vizio di omesso esame di un punto decisivo (cfr., tra le altre, Cass. 4.11.2011, n. 22899);

che pertanto, a fronte di un rigetto della domanda in primo grado, nessun onere incombeva all’Inps, appellato, di proporre appello incidentale o di reiterare la contestazione inizialmente effettuata con riguardo alla sussistenza dei requisiti di legge;

che la sentenza impugnata ha effettivamente omesso ogni pronunzia in ordine al requisito dell’incollocazione avendo argomentato esclusivamente sulla sussistenza del requisito reddituale e su quello sanitario e non sul primo;

che per questo è stato affermato che “Con la modifica introdotta dalla L. n. 247 del 2007, art. 1, comma 35, il requisito occupazionale è cambiato: non si richiede più la “incollocazione al lavoro”, ma semplicemente lo stato di inoccupazione, in quanto la legge individua il requisito in questi termini: disabili “che non svolgono attività lavorativa e per il tempo in cui tale condizione sussiste”. Tra i due concetti vi è una differenza, perchè il disabile incollocato al lavoro non è semplicemente disoccupato: è il disabile che, essendo privo di lavoro, si è iscritto o ha chiesto di iscriversi negli elenchi speciali per l’avviamento al lavoro. Ha cioè attivato il meccanismo per l’assunzione obbligatoria”;

che la nuova disciplina, pur non esigendo più l’attivazione del meccanismo per l’assunzione obbligatoria, ha invece lasciato immutato l’onere del disabile di fornire la prova di non aver lavorato nel periodo interessato dalla domanda proposta;

che tale prova, in giudizio, potrà essere data con qualsiasi mezzo, anche mediante presunzioni (cfr. Cass. nn. 19833/2013 e 9502/2012); che l’unico limite è costituito dal fatto che non potrà essere fornita con una mera dichiarazione dell’interessato, anche se rilasciata con formalità previste dalla legge per le autocertificazioni, che può assumere rilievo solo nei rapporti amministrativi ed è, invece, priva di efficacia probatoria in sede giurisdizionale” (cfr. Cass. n. 25800/2010, Cass. 28.1.2015 n. 1606, Cass. 10.9.2015 n. 17929 nei termini indicati);

3.2. che il secondo motivo deve ritenersi inammissibile, perchè non si lamenta con lo stesso che il giudice abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge, ma ci si duole dell’omessa considerazione, da parte del Collegio, della documentazione depositata dall’istituto, della quale non si indica la sede di produzione nelle fasi di merito, facendosi genericamente riferimento alla memoria di costituzione in appello;

3.3. che anche riguardo al requisito reddituale, è principio reiteratamente espresso quello secondo cui “In tema di pensione di inabilità civile, il requisito) economico previsto) dalla L. 30 marzo 1971, n. 118, art. 12, comma 2, costituisce elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale, sicchè la relativa documentazione dev’essere tempestivamente allegata sin dal giudizio di primo grado, fatto salvo il ricorso ai poteri istruttori d’ufficio da parte del giudice d’appello, ai sensi del combinato disposto degli artt. 421 e 437 c.p.c., anche in presenza di decadenze e preclusioni già verificatesi, permanendo, nondimeno, l’obbligo per il giudice d’appello di motivare in ordine all’ammissione di documentazione reddituale non prodotta in primo grado”, tuttavia la doglianza espressa nel terzo motivo non censura violazione di legge, quanto un omesso esame, con deduzione del relativo vizio in maniera inammissibile in relazione al paradigma di cui al nuovo testo dell’art. 360, n. 5;

4. che, alla stregua di tali considerazioni, essendo da condividere nella sostanza la proposta del relatore, dichiarati inammissibili i motivi secondo e terzo, la sentenza va cassata in relazione all’accoglimento del primo motivo e la causa va rimessa alla Corte del merito in diversa composizione per l’accertamento del requisito di cui è stato omesso l’esame.

PQM

accoglie il primo motivo, inammissibili gli altri, cassa la decisione impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Palermo, in diversa composizione.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 5 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 10 maggio 2017

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