Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11437 del 30/04/2021

Cassazione civile sez. II, 30/04/2021, (ud. 11/12/2020, dep. 30/04/2021), n.11437

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 24900/2016) proposto da:

SOMALIA S.R.L., (C.F.: (OMISSIS)), in persona del Direttore generale

pro tempore, rappresentata e difesa, in virtù di procura speciale

apposta a margine del ricorso, dall’Avv. Pasquale Prinzi, ed

elettivamente domiciliata presso il suo studio, in Roma, via Antonio

Chinotto, n. 1;

– ricorrente –

contro

Avv. A.R., (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso da

se stesso nonchè dall’Avv. Luigi Mannucci, in virtù di procura

speciale apposta in calce al controricorso, ed elettivamente

domiciliato presso lo studio di quest’ultimo, in Roma, Largo

Trionfale n. 7;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Roma n. 4110/2016

(depositata il 27 giugno 2016 e non notificata);

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio

dell’11 dicembre 2020 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con atto di citazione regolarmente notificato l’avv. A.R. conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Roma, la Somalia s.r.l. per sentir emettere sentenza ex art. 2932 c.c., in ordine ad un contratto preliminare con la stessa stipulato il 20 aprile 2006 relativo alla futura vendita di un immobile per la quale era stato concordato il prezzo di Euro 1.800.000,00, oltre iva, pervenuto alla promittente venditrice per effetto di un decreto fallimentare del Tribunale di Roma e sul quale, tuttavia, gravava ancora la trascrizione di una domanda di simulazione e di revocatoria fallimentare, non cancellate; in subordine, l’attore chiedeva dichiararsi la risoluzione del predetto contratto per inadempimento da parte della citata promittente venditrice dell’obbligo di trasferire il bene libero da vincoli nel termine essenziale del 31 luglio 2006, con la restituzione della somma versata – a titolo di caparra – pari ad Euro 180.000,00, nonchè condannare la convenuta al risarcimento del danno nella misura di Euro 360.000,00, oltre all’importo di Euro 26.000,00 corrisposto per la provvigione all’agenzia immobiliare.

Nella costituzione della società convenuta, che contestava la domanda e chiedeva in via riconvenzionale la risoluzione del contratto per inadempimento dell’attore, con incameramento della caparra, Vada Tribunale di Roma, con sentenza n. 19458/2013, preso atto della intervenuta rinuncia alla domanda proposta in via principale ai sensi dell’art. 2932 c.c., accoglieva per quanto di ragione quella avanzata in via subordinata, respingendo solo la richiesta di condanna al risarcimento dei danni per l’importo corrispondente al doppio della caparra e dichiarava l’inammissibilità, in quanto tardiva, della citata domanda riconvenzionale formulata dalla convenuta.

2. Avverso la predetta sentenza proponeva appello l’ A. (con riferimento alla parte della domanda subordinata non accolta), cui resisteva la Somalia s.r.l. che, a sua volta, avanzava appello incidentale con riferimento al ritenuto carattere essenziale attributo al termine concordato per la conclusione del contratto definitivo e per non essere stato dichiarato l’inadempimento dell’appellante principale all’obbligo di pagamento nel termine – da considerarsi invece essenziale – pattuito nel preliminare.

La Corte di appello di Roma, con sentenza n. 4110/2016 (depositata il 27 giugno 2016), in accoglimento per quanto di ragione dell’appello principale e, in parziale riforma della decisione di primo grado, confermata nel resto, condannava la Somalia s.r.l. al pagamento degli interessi moratori sulla somma di Euro 180.000,00, dal 4 settembre 2006, oltre al maggior danno, in misura parti alla differenza, ove sussistente, tra il tasso di rendimento netto (dedotta l’imposta) sui titoli di Stato di durata non superiore ai dodici mesi sulla somma capitale a decorrere dalla stessa data e fino a quella di pubblicazione della sentenza, condannando la stessa società appellata al pagamento della somma di Euro 8.868,77, a titolo di rivalutazione e interessi sull’importo di Euro 26.000,00; con la medesima sentenza la Corte di appello rigettava integralmente l’appello incidentale, regolando le spese del grado in base al principio della soccombenza.

A sostegno dell’adottata pronuncia la Corte capitolina, esclusa la natura essenziale sia del termine pattuito per la stipula del definitivo che per il pagamento del prezzo, rilevava che, in base alle “rationes decidendi” poste a fondamento della gravata sentenza, emergeva che la società appellante incidentale non aveva impugnato quella relativa al dichiarato suo inadempimento per la mancata cancellazione della trascrizione della domanda giudiziale, donde la sentenza di primo grado doveva sul punto ritenersi passata in giudicato. Il giudice di secondo grado, inoltre, ravvisava l’infondatezza della doglianza della Somalia s.r.l. circa la dichiarata inammissibilità della domanda risarcitoria conseguente alla mancata cancellazione della trascrizione, siccome proposta tardivamente, rigettando, altresì, il motivo diretto a contestare la liquidazione delle spese processuali.

Quanto all’appello principale, la Corte laziale accoglieva soltanto il motivo relativo all’omessa liquidazione, con la sentenza di prime cure, degli interessi e rivalutazione monetaria sulle somme oggetto della condanna pronunciata nei confronti della Somalia s.r.l., nel mentre non poteva considerarsi fondata l’altra censura riguardante il mancato riconoscimento del risarcimento del danno, siccome – come ritenuto dal primo giudice – non era stato provato il pregiudizio eziologicamente collegato alla domanda di risoluzione.

3. La Somalia s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione avverso la suddetta sentenza di appello, riferito a quattro motivi.

L’intimato ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – l’errato od omesso esame di fatti decisivi per il giudizio che avevano costituito oggetto di discussione tra le parti nonchè per contraddittoria motivazione con riferimento alla conferma della dichiarata mancata proposizione dell’appello incidentale anche con riguardo al punto dell’asserito inadempimento della stessa per non aver provveduto alla cancellazione della trascrizione esistente sull’immobile oggetto del preliminare, ragion per cui, per questo aspetto, la sentenza di primo grado non avrebbe potuto considerarsi passata in giudicato.

2. Con la seconda censura la ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., commi 3 e 5 (rectius: comma 1, nn. 3 e 5), – l’errata applicazione di norme di diritto e contraddittoria motivazione con riguardo al rigetto del motivo di appello incidentale riguardante la richiesta del diritto di essa società a trattenere la somma di Euro 180.000,00 ricevuta dal promissario acquirente, malgrado quest’ultimo si dovesse ritenere responsabile per aver ingiustificatamente inteso risolvere il contratto preliminare.

3. Con il terzo motivo la ricorrente ha prospettato – in virtù dell’art. 360 c.p.c., comma 3 (rectius: comma 1, n. 3) – l’errata applicazione di norme di diritto e contraddittoria motivazione dell’impugnata sentenza laddove, pur avendo respinto la richiesta di risarcimento danni della controparte per la mancata disponibilità dell’acconto versato di Euro 180.000,00, aveva, però, riconosciuto, come risarcibile, il diritto ad ottenere il pagamento, da parte di essa società, della somma corrisposta dall’ A. all’agenzia immobiliare, oltre alla relativa rivalutazione, malgrado non fosse stato dimostrato, da parte dell’appellante principale, di aver subito un maggior danno.

4. Con il quarto ed ultimo motivo la ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., commi 3 e 5 (rectius: comma 1, nn. 3 e 5) – la violazione di norme di diritto, contraddittoria motivazione ed omesso esame su fatti decisivi, deducendosi che, con l’impugnata sentenza, la Corte di appello non aveva provveduto sulla richiesta di risoluzione del contratto preliminare per fatto e colpa dell’ A., non considerando che quest’ultimo aveva modificato la domanda e non avrebbe potuto continuare a valersi di una trascrizione, poichè il “petitum” così come modificato non aveva più ad oggetto diritti sull’immobile, ma involgeva una mera richiesta di risarcimento ad un importo pecuniario.

5. Rileva il collegio che occorre, in primo luogo, dare atto che risulta essere stata depositata in data 10 dicembre 2020 (il giorno prima dell’udienza pubblica fissata) comparsa di costituzione di nuovo difensore nell’interesse della ricorrente, in persona dell’avv. Paola Bastianelli, in sostituzione del precedente avv. Pasquale Prinzi, deceduto, con conferimento di procura speciale allegata a detta comparsa recante la data del 7 dicembre 2020.

Al riguardo si osserva che, al di là della pacificità della irrilevanza (ai fini interruttivi) nel giudizio di cassazione del sopravvenuto decesso del difensore di una o più parti, la nuova costituzione a mezzo di altro difensore, così come avvenuta, non può ritenersi valida, poichè, essendo il giudizio stato introdotto anteriormente al 4 luglio 2009, data di entrata in vigore della L. 18 giugno 2009, n. 69, modificativa dell’art. 83 c.p.c., comma 3, sarebbe stato necessario il rilascio di una procura speciale nelle forme stabilite dal comma 2 di detta norma.

Infatti, nel giudizio di cassazione la procura speciale, data l’elencazione tassativa contenuta nell’art. 83 c.p.c., comma 3, nel testo anteriore all’entrata in vigore della citata L. n. 69 del 2009, art. 45, applicabile “ratione temporis”, non può essere rilasciata in calce o a margine di atti diversi dal ricorso o dal controricorso sicchè, se non è rilasciata in occasione di tali atti, è necessario il suo conferimento nella forma prevista dal comma 2 del citato articolo e, dunque, con un atto pubblico o una scrittura privata autenticata che facciano riferimento agli elementi essenziali del giudizio, quali l’indicazione delle parti e della sentenza impugnata (cfr. Cass. n. 13329/2015 e Cass. n. 20692/2018).

6. Ciò chiarito si può passare all’esame dei singoli motivi del ricorso.

Rileva il collegio che il primo motivo è infondato.

Per come statuito dalla Corte laziale nell’impugnata sentenza (ed evincibile “ex actis”), l’accertamento dell’inadempimento in capo alla ricorrente era avvenuto sia con riferimento all’asserito mancato rispetto del termine per il pagamento, siccome da ritenersi tardivo, sia con riguardo alla omessa cancellazione della trascrizione della domanda giudiziale.

Senonchè, la sentenza di primo grado era stata fondata su una doppia “ratio decidendi” e la seconda appena richiamata non era stata specificamente attinta con l’appello incidentale (nè, al riguardo, la ricorrente riporta, peraltro, specificamente l’inerente testo, come sarebbe stato suo onere) da parte della medesima odierna ricorrente (donde il suo passaggio in giudicato), non potendo ritenersi idonea al riguardo l’impugnazione generica della sentenza di prime cure nella sua totalità, risultando specifica solo con riguardo alla ravvisata non essenzialità del termine.

In tal senso il giudice di appello ha dato seguito alla pacifica giurisprudenza di questa Corte (cfr., tra le tante e più recenti, Cass. n. 15399/2018, Cass. n. 10815/2019 e n. 13880/2020) alla stregua della quale la sentenza del giudice di merito, la quale, dopo aver aderito ad una prima ragione di decisione, esamini ed accolga anche una seconda ragione, al fine di sostenere la decisione anche nel caso in cui la prima possa risultare erronea, non incorre in alcuna violazione di legge nè – secondo la pregressa formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), (prima della sua sostituzione sopravvenuta con la il D.L. n. 82 del 2012, conv., con modif., nella L. n. 134 del 2012) – nel vizio di contraddittorietà della motivazione, il quale sussiste nel diverso caso di contrasto di argomenti confluenti nella stessa “ratio decidendi”, nè contiene, quanto alla “causa petendi” alternativa o subordinata, un mero “obiter dictum”, insuscettibile di trasformarsi nel giudicato. Detta sentenza, invece, configura una pronuncia basata su due distinte “rationes decidendi”, ciascuna di per sè sufficiente a sorreggere la soluzione adottata, con il conseguente onere del ricorrente di impugnarle entrambe, a pena di inammissibilità della relativa censura.

Pertanto, ogni altra doglianza riguardante, nel caso di specie, la mancata cancellazione della trascrizione dedotta con il motivo deve ritenersi preclusa e, peraltro, essa è stata prospettata anche sotto il profilo della contraddittorietà della motivazione, non più denunciabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nuovo n. 5), (“ratione temporis” applicabile nella fattispecie qui in esame, poichè l’impugnata sentenza di appello risulta pubblicata prima dell’11 settembre 2012).

7. La seconda doglianza si profila inammissibile perchè con essa non si deduce alcuna specifica violazione rapportata a norme codicistiche (come è necessario ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), o ad altre (si discorre, infatti, di “errata applicazione di norme di diritto”, che non vengono neanche indicate nello svolgimento del motivo) e risulta prospettato anche un asserito vizio di contraddittorietà della motivazione, ormai non più denunciabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., novellato n. 5 (per quanto in precedenza evidenziato).

Deve, perciò, al riguardo essere riconfermato il consolidato orientamento di questa Corte (cfr., ad es., Cass. n. 4233/2012 e Cass. n. 21819/2017) secondo cui, ai fini dell’ammissibilità del ricorso per cassazione, seppure l’indicazione delle norme che si assumono violate non si pone come requisito autonomo ed imprescindibile, occorre comunque tener presente che si tratta di elemento richiesto allo scopo di chiarire il contenuto delle censure formulate e di identificare i limiti dell’impugnazione, con la conseguenza che la mancata indicazione delle disposizioni di legge comporta l’inammissibilità della singola doglianza, qualora gli argomenti addotti non consentano di individuare le norme e i principi di diritto di cui si denunci la violazione.

In ogni caso va ravvisata sul punto – pur genericamente denunciato – la legittimità della sentenza della Corte di appello nella parte in cui ha dichiarato l’inammissibilità della domanda risarcitoria siccome il primo giudice l’aveva ritenuta tardivamente proposta, essendo stata formulata solo con la memoria ex art. 183 c.p.c., comma 6, n. 1), ovvero quando si era già formata la relativa preclusione processuale (essendo, infatti, necessario che essa venisse avanzata in comparsa di risposta).

8. La terza censura – con cui la norma asseritamente violata (l’art. 1224 c.c.) si evince sufficientemente dal percorso logico-argomentativo addotto a sostegno (ancorchè non richiamata in rubrica) – è priva di fondamento e va respinta, dal momento che, con l’impugnata sentenza, la Corte di appello ha, ancorchè in difetto di specifica prova da parte dell’ A., legittimamente ritenuto di riconoscere d’ufficio – in secondo grado – interessi e rivalutazione (provvedendo poi ad individuare i criteri di calcolo), siccome la relativa richiesta era da considerarsi compresa nell’originario “petitum” della domanda, non essendo i detti accessori stati espressamente esclusi (cfr. Cass. n. 20943/2009 e Cass. n. 26374/2014).

Sulla base di tale premessa, il giudice di secondo grado ha, con riferimento al computo degli stessi e ai tempi e modalità di decorrenza, applicato i principi dettati al riguardo dalle Sezioni unite di questa Corte, rispettivamente, con la sentenza n. 19499/2008 e con la sentenza n. 1712/1995.

Con riferimento al primo deve, perciò, riconfermarsi che in caso di inadempimento di una obbligazione pecuniaria, il maggior danno di cui all’art. 1224 c.c., comma 2 – spettante a qualunque creditore ne chieda il risarcimento (anche senza necessità di inquadrarlo in una apposita categoria) è determinato in via presuntiva nell’eventuale differenza, durante la mora, tra il tasso di rendimento medio annuo netto dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi e il saggio degli interessi legali (cfr., successivamente, anche Cass. n. 3954/2015 e Cass. n. 24598/2017).

Con riguardo al secondo la Corte laziale ha reiterato l’assunto in base al quale la condanna risarcitoria al pagamento di un importo costituente debito di valore è soggetta a rivalutazione secondo gli indici Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di impiegati ed operai, e, poi, sul capitale originario, via via annualmente rivalutato secondo gli stessi indici, decorreranno gli interessi legali nel medesimo periodo.

9. Il quarto ed ultimo motivo è inammissibile per una duplice ragione.

In primo luogo, perchè, neanche con riferimento ad esso, risulta specificata la violazione delle norme da intendersi appositamente denunciate ed ancora una volta si deduce inammissibilmente un vizio di contraddittorietà della motivazione.

Comunque, l’inammissibilità del medesimo discende anche dal verificatosi assorbimento (improprio) conseguente al rigetto del primo motivo dal momento che la domanda di risoluzione del contratto preliminare per fatto e colpa dell’ A. era stata superata dal già avvenuto accertamento che la società ricorrente era risultata inadempiente non solo in virtù del mancato rispetto del termine essenziale ma anche per non aver cancellato la trascrizione della domanda giudiziale gravante sull’immobile, ragione, quest’ultima, non attinta dall’appello incidentale, e come tale da considerarsi passata in giudicato, con assorbimento di ogni altra questione sulla rilevanza dei reciproci obblighi tra le parti.

10. In definitiva, alla stregua delle ragioni complessivamente svolte, il ricorso deve essere integralmente respinto, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano nei sensi di cui in dispositivo.

Infine, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio in favore della controricorrente, che si liquidano in complessivi Euro 6.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre contributo forfettario, iva e cap nella misura e sulle voci come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 11 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 aprile 2021

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