Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11423 del 15/06/2020

Cassazione civile sez. VI, 15/06/2020, (ud. 07/11/2019, dep. 15/06/2020), n.11423

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30425-2018 proposto da:

N.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE G.

MAZZINI 88, presso lo studio dell’avvocato MAURO AMICONI,

rappresentato e difeso dall’avvocato PAOLO LA SPINA;

– ricorrente –

contro

L.R.G., L.R.M., elettivamente domiciliati in ROMA,

PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avvocato ALESSANDRO COCI;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1633/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 12/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 7/11/2019 dal Consigliere Relatore Dott. CHIARA

BESSO MARCHEIS.

Fatto

RITENUTO

CHE:

1. Con sentenza n. 1116/2015 il Tribunale di Catania accoglieva l’opposizione proposta da N.V. avverso il decreto ingiuntivo n. 218/2008 emesso dal medesimo Tribunale, ritenendo non provato il credito, vantato dagli opposti L.R.G. e L.R.M. in relazione al contratto di compravendita di un fondo rustico concluso tra le parti, ed avente ad oggetto il pagamento di una indennità di occupazione di parte del fondo.

2. Avverso tale sentenza proponevano appello L.R.G. e L.R.M..

La Corte d’appello di Catania – con sentenza 12 luglio 2018, n. 1633 – accoglieva il gravame e, per l’effetto, rigettava l’opposizione proposta dal N. avverso il decreto ingiuntivo, che confermava, condannando l’opponente al pagamento delle spese processuali di entrambi i gradi di giudizio.

3. Contro la sentenza ricorre per cassazione N.V.. Resistono con controricorso L.R.G. e L.R.M.. Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

I. Il ricorso è articolato in tre motivi.

a) Il primo motivo denuncia “violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per falsa ed errata rappresentazione del percorso logico-giuridico seguito dal primo giudice, commesso dalla Corte d’appello, avendo travisato e falsato la motivazione sottesa alla pronuncia di primo grado, nonchè omessa valutazione di un fatto decisivo per le sorti del giudizio, costituito dall’avere ignorato la provata e confessata circostanza dell’incasso di una somma di denaro maggiore rispetto a quella pattuita nell’atto pubblico”.

Il motivo è manifestamente infondato. Anzitutto, il contestato travisamento della motivazione di primo grado non sussiste. Il giudice di primo grado ha reputato non provato il diritto di credito oggetto del decreto ingiuntivo in quanto ha ritenuto “incontestato che il N. abbia versato a controparte, complessivamente, la somma di Euro 33.690”. Il giudice di secondo grado, al contrario, ha considerato che, a fronte di un contratto definitivo che prevedeva il pagamento di Euro 20.990, oltre all’indennità di occupazione per la realizzazione di uno schema irriguo, “indennità che dovrà essere incamerata ed incassata dalla parte venditrice”, il pagamento della indennità non risulta essere stato provato. Neppure vi è stato omesso esame di un fatto, in quanto il giudice d’appello ha esaminato (p. 5 della sentenza impugnata) l’allegato fatto della corresponsione di un maggiore prezzo di compravendita e della dazione di somme in contanti, come d’altro canto risulta dal successivo motivo.

b) Il secondo motivo denuncia “violazione dell’art. 1241 c.c., e degli artt. 115 e 116 c.p.c., art. 2697 c.c., nonchè contraddittoria motivazione”: erroneamente il giudice d’appello non ha ritenuto applicabile la compensazione di cui all’art. 1241 c.c., eccepita dal ricorrente, che era risultato creditore di somme di denaro nei confronti dei resistenti, avendo corrisposto circa Euro 33.699 a fronte di un complessivo dovuto (compreso delle somme di esproprio) di Euro 26.700, in quanto ha sbagliato, violando l’art. 115 c.p.c., comma 1, e l’art. 2697 c.c., nel non ritenere provata la corresponsione del maggiore prezzo e delle somme riportate nel preliminare di compravendita.

Il motivo è manifestamente infondato laddove lamenta la mancata applicazione dell’art. 1241 c.c., in quanto l’applicazione della disposizione presuppone l’esistenza del credito, il che il giudice ha escluso, ritenendolo non provato.

Inammissibile, per difetto di specificità e contraddittorietà, è invece il motivo laddove lamenta violazione dei principi di cui all’art. 115 c.p.c., e art. 2697 c.c., circa l’affermazione del giudice della mancata prova del maggior corrisposto prezzo di compravendita e delle dazioni monetarie in contanti. Il giudice, secondo il ricorrente, avrebbe ignorato che dalla lettura del preliminare di compravendita del 13 dicembre 2006 si ricaverebbe “che tra il 13 dicembre 2006 e il 16 dicembre 2006 vennero pagate Euro 10.000 dal N.G. padre del N.V.”, quando a p. 6 del ricorso si legge che N.G. aveva corrisposto Euro 10.000 il 16 dicembre 2006, fatto la cui prova non può certo ricavarsi dal preliminare del 13 dicembre 2006 e che è contraddetta dall’affermazione del medesimo di essere stato nominato quale acquirente da N.A. e non dal padre N.G. (p. 6 del ricorso); nè è ravvisabile la denunciata violazione dell’art. 116, non avendo valore confessorio l’eventuale ammissione contenuta nella comparsa di costituzione (v., da ultimo, Cass. 7702/2019); inconferente poi è il richiamo all’art. 2697 c.c. non avendo il giudice, nel ritenere non provato il pagamento da parte del ricorrente, violato la regola che distribuisce il rischio della mancata prova.

Inammissibile, infine, è la denuncia della contraddittorietà della motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, vizio non applicabile ratione temporis alla fattispecie.

c) Il terzo motivo fa valere “violazione degli artt. 91 e 112 c.p.c., art. 111 Cost., nonchè violazione ed errata applicazione del D.M. n. 55 del 2014, ed omessa motivazione e manifesta illogicità”: in via subordinata, nel caso di mancato accoglimento dei precedenti motivi, il ricorrente contesta che il giudice d’appello abbia quantificato le spese di primo grado in modo diverso dal Tribunale, quasi duplicandole.

Il motivo è manifestamente infondato. Il giudice di appello, infatti, “allorchè riformi in tutto o in parte la sentenza impugnata, deve procedere d’ufficio, quale conseguenza della pronuncia di merito adottata, ad un nuovo regolamento delle spese processuali” (così, da ultimo, Cass. 9064/2018) e può pertanto quantificarle in modo diverso dal primo giudice (e non vale la censura relativa alla liquidazione delle spese per la fase istruttoria, tale fase essendoci anche in mancanza di assunzione di prove costituende).

II. Il ricorso va quindi rigettato.

La liquidazione delle spese, effettuata nel dispositivo, segue la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma del cit. art. 13, comma 1- bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio in favore dei controricorrenti, che liquida in Euro 1.700, di cui Euro 200 per esborsi, oltre spese generali (15%) e accessori di legge.

Sussistono, del D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma del cit. art. 13, comma 1- bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta/2 sezione civile, il 7 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2020

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