Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11420 del 30/04/2021

Cassazione civile sez. un., 30/04/2021, (ud. 09/02/2021, dep. 30/04/2021), n.11420

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASSANO Margherita – Presidente Aggiunto –

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente di Sez. –

Dott. MANNA Felice – Presidente di Sez. –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25985/2020 proposto da:

P.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CHELINI 5, presso

lo studio dell’avvocato FABIO VERONI, rappresentato e difeso

dall’avvocato FABIO BARANELLO;

– ricorrente –

contro

PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE, MINISTRO DELLA

GIUSTIZIA;

– intimati –

avverso l’ordinanza n. 114/2020 del CONSIGLIO SUPERIORE DELLA

MAGISTRATURA, depositata il 23/09/2020.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/02/2021 dal Consigliere Dott. ANTONIO VALITUTTI;

lette le conclusioni scritte dell’Avvocato Generale Dott. RENATO

FINOCCHI GHERSI, il quale chiede che la Corte rigetti il ricorso in

quanto inammissibile o infondato.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con nota del 28 marzo 2014, il Procuratore Generale presso la Corte Suprema di Cassazione contestava al Dott. P.F., all’epoca dei fatti sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Campobasso, nove illeciti disciplinari, integranti diverse violazioni del D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, per avere l’incolpato, nella qualità suddetta: a) svolto un’attività di consulenza e di collaborazione giudiziaria in favore di Pe.Ma., direttrice di un’emittente televisiva con la quale intratteneva una relazione sentimentale, circa l’attività di indagine svolta dalla Procura di Campobasso nell’ambito di procedimenti che la riguardavano; b) indebitamente interferito nell’attività di un altro magistrato dell’ufficio, condizionando la cadenza degli atti di indagine e la genuinità del loro contenuto; c) diffuso informazioni riservate inerenti indagini da lui stesso svolte; d) avere sollecitato, tramite la Pe., nella sua qualità di direttrice di un’emittente televisiva, la pubblicità di notizie attinenti alla propria attività d’ufficio, ed avere utilizzato detta emittente per ottenere informazioni, ma anche per diffondere notizie riservate relative all’ufficio di Procura di appartenenza; e) avere denigrato i colleghi e lo stesso capo dell’ufficio; f) avere violato il dovere di astensione in relazione ad un procedimento relativo a vicende oggetto degli esposti della Pe.; g) avere divulgato ai colleghi la notizia, ancora coperta da segreto, dell’avvenuta iscrizione nel registro degli indagati del Questore di Campobasso, Dott. Po.; h) avere provveduto a tale iscrizione violando le disposizioni organizzative interne dell’ufficio, ed omettendo di informare il Procuratore della Repubblica e di trasmettere a quest’ultimo il nuovo fascicolo creato a seguito dello stralcio della posizione del Dott. Po., ai fini dell’assegnazione; i) avere reiteratamente violato le disposizioni del Procuratore della Repubblica in ordine alla coassegnazione di un procedimento, ed essersi sottratto all’adempimento del dovere d’ufficio con riferimento all’attività di indagine delegata dal capo dell’ufficio.

La Procura Generale chiedeva, pertanto, la sospensione del Dott. P. dalle funzioni e dallo stipendio. Con provvedimento n. 72/2014, dell’8 aprile 2014, la Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura accoglieva parzialmente la richiesta, disponendo in via cautelare – il trasferimento dell’incolpato dalla Procura della Repubblica di Campobasso al Tribunale di Rovigo con funzioni di giudice.

1.1. La Procura generale della Repubblica presso la Corte Suprema di Cassazione emetteva, quindi, in data 1 dicembre 2015, un provvedimento di sospensione dei termini del procedimento disciplinare, del D.Lgs. n. 109 del 2006, ex art. 15, ritenendo che i fatti oggetto dell’incolpazione disciplinare coincidessero con quelli oggetto del procedimento penale, nelle more instaurato nei confronti del P. e pendente presso la Procura della Repubblica di Bari. Intanto, dopo due ordinanze di rigetto (la n. 147/2014 e la n. 95/2015), la Sezione disciplinare – con ordinanza n. 1/2015 – disponeva, a parziale modifica del provvedimento n. 72/2014, e sempre in via cautelare e provvisoria, il trasferimento del Dott. P. al Tribunale di Ancona con funzioni di giudice, in relazione a sopravvenute ragioni di salute del ricorrente. Con successiva ordinanza n. 82/2015, ad ulteriore modifica dell’originario provvedimento cautelare, veniva disposto il trasferimento dell’incolpato al Tribunale di Chieti – sede più vicina al luogo di residenza del medesimo – con funzioni di giudice, in relazione ad ulteriori, sopravvenute ragioni di salute dell’istante.

1.2. Una più significativa modifica del provvedimento originario n. 72/2014 interveniva con l’ordinanza n. 3/2018, emessa a seguito di istanza del Dott. P. in data 13 settembre 2017, conseguente alla sentenza assolutoria, resa il 4 maggio 2017 dal G.U.P. del Tribunale di Bari, per tutte le imputazioni ascritte all’imputato. L’ordinanza in parola – sul presupposto dell’attenuazione delle esigenze cautelari per effetto dell’assoluzione in sede penale – restituiva, invero, al Dott. P. le funzioni requirenti, assegnandolo alla Procura Generale presso la Corte d’appello di Campobasso, quale magistrato distrettuale. E tuttavia, il medesimo provvedimento stabiliva, altresì, che l’assoluzione non comportava il venir meno dell’incolpazione disciplinare, in quanto le motivazioni della sentenza penale evidenziavano “la sussistenza di condotte che, se pur penalmente irrilevanti, appaiono suscettibili di diversa valutazione sul piano disciplinare”.

L’ordinanza n. 3/2018, impugnata dal Ministro della Giustizia, veniva, peraltro, cassata da queste Sezioni Unite, con pronuncia n. 16017/2018, in data 22 maggio 2018, che rinviava alla Sezione disciplinare in diversa composizione, perchè confrontasse i fatti ascritti in sede penale (attinenti ai reati di tentata estorsione, tentata concussione, rivelazione del segreto d’ufficio, abuso d’ufficio e falso ideologico) con le contestazioni disciplinari, al fine di verificarne l’eventuale coincidenza, necessaria per poter ritenere attenuate le esigenze cautelari in seguito all’assoluzione dell’incolpato.

In particolare, la decisione delle Sezioni Unite riteneva viziato da carenza motivazionale il provvedimento di rimodulazione della misura cautelare del trasferimento ad altra sede e funzione, senza che fossero state valutate le circostanze di fatto alla base della contestazione disciplinare e, in particolare, senza che fosse stata evidenziata la ricorrenza di “fatti nuovi” che, apprezzati congiuntamente a quelli precedentemente esaminati, potessero essere idonei a giustificare il mutamento del quadro cautelare. Per di più, pervenendo alla illogica decisione di attribuire al P. delle funzioni requirenti di magistrato distrettuale presso la Procura Generale della stessa sede nella quale prestava originariamente servizio, omettendo, fra l’altro, di rivalutare il giudizio, originariamente formulato, di inidoneità allo svolgimento di quelle stesse funzioni, e di motivare sulla destinazione allo svolgimento delle stesse in un ufficio superiore della stessa sede nella quale erano stati commessi i fatti contestatigli.

1.3. In sede di rinvio, la Sezione disciplinare, con ordinanza n. 126/2018, rigettava le richieste di modifica e revoca della misura, proposte dal Dott. P., applicando i principi enunciati dalla sentenza di legittimità n. 16017/2018, e – reputando non coincidenti i fatti ascritti all’imputato in sede penale con quelli oggetto del procedimento disciplinare, avendo questi ultimi contenuto e portata

più ampi rispetto alle imputazioni mosse al P. in sede penale disponeva nuovamente il trasferimento dell’incolpato al Tribunale di

Chieti con funzioni di giudice, attesa l’irrilevanza della sentenza penale di assoluzione rispetto all’originario quadro indiziario disciplinare, posto a fondamento dell’ordinanza n. 72/2014.

L’ordinanza n. 126/2018 veniva confermata da questa Corte con sentenza n. 7691/2019. Prima dell’emissione della sentenza di legittimità, peraltro, su ulteriore ricorso del Dott. P., la Sezione disciplinare aveva emesso l’ordinanza n. 202/2018, con la quale aveva, del pari, respinto le istanze di annullamento, revoca, sospensione dell’esecutività delle precedenti ordinanze – per le stesse ragioni di cui al provvedimento n. 126/2018 – confermando la misura cautelare del trasferimento del medesimo al Tribunale di Chieti – ritenuta sede compatibile con le sue condizioni di salute con funzioni di giudice, al fine di evitare la riassegnazione dell’incolpato alle funzioni requirenti. Il ricorso di quest’ultimo a queste Sezioni Unite veniva rigettato, con sentenza n. 21604/2019.

1.4. Entrambe le ordinanze succitate ritenevano, quindi, che non fosse possibile sussumere i fatti per i quali si procedeva in via disciplinare in quelli penali, essendo i primi relativi ad illeciti funzionali del D.Lgs. n. 109 del 2006, ex art. 2 e non riguardanti fatti costituenti reato (che integrano il diverso illecito di cui all’art. 4 dello stesso Decreto), e rilevavano una solo parziale sovrapponibilità delle condotte contestate al Dott. P. nei due diversi procedimenti. Di conseguenza, i succitati provvedimenti reputavano del tutto irrilevante l’intervenuta sentenza di assoluzione – peraltro non definitiva – del Dott. P. in sede penale, stante l’autonoma rilevanza delle condotte ascritte al medesimo in sede disciplinare.

1.5. Il 13 dicembre 2018, il Dott. P. presentava un’ulteriore istanza di modifica o di revoca dei precedenti provvedimenti, documentando, altresì, la sussistenza di ulteriori motivi di salute. La Sezione disciplinare, con provvedimento n. 67/2019, accoglieva solo parzialmente l’istanza del ricorrente, trasferendo il medesimo – in considerazione delle sue aggravate condizioni di salute, in conseguenza dell’infarto che lo aveva colpito il 10 aprile 2018 – al Tribunale di Isernia con funzioni di giudice civile, luogo ancora più vicino alla sua residenza. Tale ordinanza – veniva, peraltro, cassata dalle Sezioni Unite, con pronuncia del 20/05/2020, n. 9277, che accoglieva il primo e terzo motivo del ricorso dell’incolpato, rinviando alla Sezione disciplinare in diversa composizione, perchè valutasse l’eventuale identità dei fatti oggetto di incolpazione disciplinare con quelli oggetto del giudizio penale, e perchè motivasse – in modo specifico – in ordine all’assegnazione del medesimo a funzioni giudicanti civili.

1.6. Nelle more della decisione sul ricorso per cassazione, il Dott. P. aveva, peraltro, proposto – in data 15 e 26 luglio 2020 – altre due istanze, con le quali aveva chiesto nuovamente di valutare l’inefficacia della sospensione del procedimento disciplinare. Tali istanze venivano rigettate dalla Sezione disciplinare, con ordinanze nn. 3 e 10/2020. In particolare, con l’ordinanza n. 10/2020, l’organo giudicante rilevava che l’accertamento richiesto riguardava la fase di merito del procedimento disciplinare – non ancora avviato, poichè sospeso, ai sensi del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 15 – e considerava non decisiva l’assoluzione dell’incolpato in sede penale, in quanto non definitiva e non vincolante, ai sensi dell’art. 20 del succitato Decreto, ed attesa la possibile autonoma rilevanza dei fatti ascritti al Dott. P. nel giudizio disciplinare. Il provvedimento in parola considerava, altresì, ineludibile e stringente l’esigenza di evitare la riassegnazione dell’incolpato alle funzioni requirenti, dal cui esercizio erano scaturiti gli illeciti disciplinari contestatigli.

2. Infine, con ordinanza n. 114/2020, depositata il 28 luglio 2020 – emessa in sede di rinvio, a seguito della sentenza n. 9277/2020 delle Sezioni Unite, ed oggetto di gravame in questa sede – la Sezione disciplinare dichiarava l’inefficacia del decreto di sospensione del D.Lgs. n. 109 del 2006, ex art. 15, emesso l’1 dicembre 2015, con riferimento a tutti gli altri capi di incolpazione, fatta eccezione per il capo 1, lett. n. 5), 6), 7) e 8) dell’incolpazione, mentre rigettava “l’istanza di revoca o modifica della misura cautelare del trasferimento di ufficio presso il Tribunale di Isernia con funzioni di giudice civile, che resta applicata al Dott. P.F. solo con riferimento ai capi 1, lett. n.) 5), 6), 7) e 8) e 9) dell’incolpazione”.

La Sezione riteneva, invero, solo parzialmente inefficace il decreto di sospensione dei termini del D.Lgs. n. 109 del 2006, ex art. 15, con efficacia dell’1 dicembre 2015, per diversità e non medesimezza dei fatti, laddove detto decreto era ritenuto efficace in relazione a taluni capi di incolpazione – ossia ai capi 1 lett. n.), 5), 6), 7) e 8) e 9) dell’incolpazione – in ragione della medesimezza dei fatti ascritti al Dott. P. in sede disciplinare rispetto a quelli di cui alle imputazioni penali. La Sezione – ritenendo irrilevante la non definitiva assoluzione dell’incolpato in sede penale – disponeva, quindi, la prosecuzione del procedimento disciplinare e la persistenza dell’efficacia della misura cautelare, in relazione ai suddetti dei capi di incolpazione, confermando, quindi, l’assegnazione del Dott. P. al Tribunale di Isernia con funzioni di giudice civile.

3. Avverso tale decisione ha, quindi, proposto ricorso per cassazione il Dott. P.F., affidato a tre motivi, illustrati con memoria, nei confronti del Consiglio Superiore della Magistratura, del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte Suprema di Cassazione, che ha concluso per il rigetto del ricorso, e del Ministero della Giustizia, che non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, il Dr. P. denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 627 c.p.p., commi 3 e 5, D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 15, commi 2, 7 e comma 8, lett. a) e art. 20, in relazione all’art. 606, comma 1, lett. b), c) e d), ed all’art. 173 c.p.p., comma 2, artt. 648,649 c.p.p., artt. 24 e 111 Cost..

1.1. Si duole il ricorrente del fatto che la Sezione disciplinare abbia violato il principio della preclusione endoprocessuale derivante dal giudicato cautelare formatosi in relazione alle ordinanze nn. 126 e 202/2018, rispettivamente confermate – con rigetto del ricorso del Dott. P. – da queste Sezioni Unite con sentenze nn. 7691 e 21604/2019, con ciò incorrendo nella palese violazione dell’art. 627 c.p.p., comma 3, che pone, al giudice di rinvio, il vincolo derivante dalla pronuncia della Corte di cassazione “per ciò che concerne ogni questione di diritto con essa decisa”.

1.1.1. La Sezione disciplinare sarebbe, altresì, incorsa nella violazione del principio del bis in idem, sancito dagli artt. 648 e 649 c.p.p., nonchè del principio del giusto processo, enunciato dall’art. 111 Cost., per avere – ad onta del giudicato cautelare formatosi sulle ordinanze nn. 126 e 202/2018 – riesaminato e rivalutato i capi di incolpazione di cui all’art. 1, lett. n. 5), 6), 7) 8) e 9), operando, in tal modo, un inopinato revirement rispetto al giudicato cautelare, mediante la rinnovata declaratoria di “medesimezza” dei fatti ascritti al Dott. P. in sede disciplinare rispetto a quelli di cui alle imputazioni penali, in luogo di quella di “non medesimezza” risultante dalle predette ordinanze, passate in giudicato.

1.1.2. Il giudice di rinvio avrebbe, infine, riesaminato – in contrasto con le preclusioni derivanti dalle succitate sentenze delle Sezioni Unite – questioni di fatto e di diritto già decise con le proprie precedenti ordinanze nn. 126 e 202/2018, sulle quali si era formato il giudicato cautelare, anche in ragione dell’identità del materiale probatorio preso in esame nelle due predette ordinanze ed in quella oggetto di impugnazione in questa sede, costituito essenzialmente dalla sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale di Bari.

1.2. Deduce, per contro, l’istante che la Sezione disciplinare in sede di rinvio – preso atto delle due pronunce nn. 126 e 202/2018, sulle quali si era formato il giudicato cautelare, essendo state entrambe confermate dalle Sezioni Unite di questa Corte – avrebbe dovuto, in forza del disposto dell’art. 173 c.p.p., comma 2, artt. 627,648 e 649 c.p.p., pronunciarsi, come espressamente statuito dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 9277/2020, sulle già maturate condizioni di inefficacia del decreto di sospensione dei termini emesso dal Procuratore Generale per la pregiudizialità penale. Quest’ultima sarebbe, invero, divenuta irrilevante, per effetto dell’affermazione definitiva in ordine alla “non medesimezza” dei fatti ascritti all’incolpato nelle due diverse sedi (penale e disciplinare), operata dalle due ordinanze nn. 126 e 202/2018, con la conseguenza che sarebbero già maturate le condizioni per l’estinzione del procedimento disciplinare e per la necessaria revoca della misura cautelare adottata (trasferimento d’ufficio e mutamento delle funzioni).

1.2.1. La Sezione disciplinare non avrebbe, per converso, minimamente preso in considerazione, nell’impugnata ordinanza n. 114/2020 (ma già prima, nell’ordinanza n. 67/2019), il giudicato cautelare di cui ai suddetti provvedimenti nn. 126 e 2020/2018 che si forma una volta che siano esaurite le impugnazioni previste dalla legge -, “così discostandosi dalla valutazione demandata dalla sentenza di rinvio che risulta elusa”.

1.2.2. In tal modo operando, il giudice disciplinare avrebbe finito, peraltro, con l’emettere un’ordinanza cautelare ex novo, sostitutiva e/o integrativa, sia dell’originaria ordinanza n. 72/2014, sia delle successive nn. 126 e 202/2018, determinando una inammissibile regressione del procedimento disciplinare alla situazione precedente a tali provvedimenti, ed emettendo una nuova statuizione difforme da essi, in contrasto con il giudicato cautelare formatosi.

1.3. Il motivo è in parte inammissibile ed in parte infondato.

1.3.1. Va rilevato che, pronunciandosi in sede di rinvio, la Sezione disciplinare, con ordinanza n. 126/2018, rigettava le richieste di modifica e revoca della misura cautelare, proposte dal Dott. P., applicando il principio di “non medesimezza” – enunciato dalla sentenza di legittimità n. 16017/2018, che aveva cassato con rinvio la precedente ordinanza n. 3/2018. La Sezione reputava, invero, non coincidenti i fatti ascritti all’imputato in sede penale con quelli oggetto del procedimento disciplinare, considerato che il Tribunale di Bari aveva deciso su imputazioni relative ad un solo segmento delle contestazioni disciplinari che avevano legittimato l’adozione della misura cautelare. Per converso, ad avviso della Sezione, i profili disciplinari in contestazione erano di portata più ampia rispetto alle condotte ascritte al Dott. P. nel procedimento penale, e ciò impediva la revoca del provvedimento cautelare, non potendo ritenersi attenuate le esigenze poste a fondamento della misura cautelare originaria. L’assoluzione ottenuta dall’incolpato in sede penale era, invero, da reputarsi del tutto irrilevante, attesa la diversità dei fatti oggetto dei due giudizi.

L’organo giudicante disponeva nuovamente, pertanto, il trasferimento dell’incolpato al Tribunale di Chieti con funzioni di giudice, attesa l’inidoneità della sentenza penale di assoluzione a mutare il quadro indiziario disciplinare, posto a fondamento dell’originario provvedimento cautelare n. 72/2014. L’ordinanza n. 126/2018 veniva, poi, confermata da questa Corte con sentenza n. 7691/2019.

1.3.2. La Sezione disciplinare aveva, peraltro, emesso – nelle more della definizione del giudizio di cassazione – anche l’ordinanza n. 202/2018, con la quale aveva, del pari, respinto le istanze di annullamento, revoca, sospensione dell’esecutività delle precedenti ordinanze – per le medesime ragioni di cui al provvedimento n. 126/2018 – confermando la misura cautelare del trasferimento del medesimo al Tribunale di Chieti – ritenuta sede compatibile con le sue condizioni di salute – con funzioni di giudice, al fine di evitare la riassegnazione dell’incolpato alle funzioni requirenti. Il ricorso di quest’ultimo a queste Sezioni Unite veniva rigettato, con sentenza n. 21604/2019.

1.3.3. Entrambe le ordinanze succitate ritenevano, quindi, che non fosse possibile sussumere i fatti per i quali si procedeva in via disciplinare in quelli penali, essendo i primi relativi ad illeciti funzionali del D.Lgs. n. 109 del 2006, ex art. 2 e non riguardanti fatti costituenti reato (che integrano il diverso illecito di cui all’art. 4 dello stesso Decreto), e rilevavano una solo parziale sovrapponibilità delle contestazioni mosse al Dott. P. nei due diversi procedimenti. Di conseguenza, i succitati provvedimenti reputavano del tutto irrilevante l’intervenuta sentenza di assoluzione – peraltro non definitiva – del Dott. P. in sede penale, stante la diversità e l’autonoma rilevanza delle condotte ascritte al medesimo in sede disciplinare.

1.3.4. Tanto premesso, va rilevato che la sentenza delle Sezioni Unite n. 9277/2020 – alle cui statuizioni di diritto la Sezione disciplinare, quale giudice di rinvio, è vincolata (Cass. Sez. U., 03/09/2020, n. 13803) – ha affermato che, in tema di responsabilità disciplinare dei magistrati, ove il corso dei termini del procedimento disciplinare sia restato sospeso a causa dell’esercizio dell’azione penale per lo stesso fatto, ai sensi del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 15, comma 8, il giudice del merito, quando le parti abbiano sollecitato – come nel caso di specie – la verifica dell’eventuale estinzione del procedimento medesimo per illegittimità della disposta sospensione, è tenuto a verificare in concreto la sussistenza del presupposto della “medesimezza” del fatto, indagando sull'”identità della vicenda storica” dalla quale abbiano tratto origine il procedimento penale e quello disciplinare, che giustifica la necessaria sospensione del secondo in attesa della definizione del primo. E ciò, tenendo conto che nelle due ipotesi i criteri di accertamento della responsabilità sono diversi in ragione della diversità del bene tutelato, e senza trascurare di considerare che un’eccessiva limitazione nell’applicazione dell’istituto della sospensione potrebbe determinare una frammentazione dei processi con effetti negativi, sotto il profilo dell’economia processuale e dell’interesse dell’incolpato ad un processo unitario rispetto a fatti complessivamente addebitati e maturati in un unico contesto.

1.3.5. Orbene, nell’impugnata ordinanza n. 114/2020, la Sezione disciplinare, facendo corretta applicazione di tali principi, ha condotto l’accertamento della “medesimezza” dei fatti – non già sul piano delle contestazioni operate nel giudizio penale ed in quello disciplinare, come avevano fatto le ordinanze nn. 126 e 202/2018 bensì su quello dell'”identità del fatto storico” oggetto dei due giudizi, come indicato nella sentenza di rinvio n. 9277/2020. Seguendo tale linea interpretativa, la Sezione ha, altresì, fatto – del pari – corretta applicazione della giurisprudenza di queste Sezioni Unite, laddove ha statuito che, in tema di rapporti tra procedimento penale e procedimento disciplinare riguardante magistrati, il giudicato penale non preclude, in sede disciplinare, una rinnovata valutazione dei fatti accertati dal giudice penale attesa la diversità dei presupposti delle rispettive responsabilità. Purtuttavia, resta pur sempre fermo ed invalicabile il limite dell’immutabilità dell’accertamento dei fatti nella loro “materialità” e, dunque, della ricostruzione dell’episodio posto a fondamento dell’incolpazione, operato nel giudizio penale (Cass. Sez. U., 09/07/2015, n. 14344; Cass. Sez. U., 24/11/2010, n. 23778).

1.3.6. La Sezione disciplinare – come rilevato dal Procuratore Generale – ha operato, quindi, una dettagliata disanima della “vicenda storica”, oggetto dei due giudizi, con esclusivo riferimento ai “fatti materiali” ascritti all’imputato in sede penale ed oggetto delle contestazioni mosse all’incolpato in sede disciplinare, pervenendo al motivato convincimento che “l’identità materiale della vicenda storica” sia ravvisabile solo con riferimento ai capi sub 1, lett. n), 5,), 6), 7), 8) e 9). In relazione a tali capi, dunque, la misura cautelare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 13, comma 2 (trasferimento di ufficio) – a giudizio della Sezione – va mantenuta, restando in relazione ad essi efficace, a cagione della riscontrata identità dei fatti, la sospensione dei termini del procedimento penale disposta dal Procuratore Generale, ai sensi dell’art. 16, comma 8, lett. a). A tenore di tale disposizione, invero, “Il corso dei termini è sospeso: a) se per il medesimo fatto è stata esercitata l’azione penale, ovvero il magistrato è stato arrestato o fermato o si trova in stato di custodia cautelare, riprendendo a decorrere dalla data in cui non è più soggetta ad impugnazione la sentenza di non luogo a procedere ovvero sono divenuti irrevocabili la sentenza o il decreto penale di condanna; (…)”.

1.3.7. Ne discende che, contrariamente all’assunto del ricorrente, nessuna contrarietà al giudicato o violazione del bis in idem è ravvisabile nell’ordinanza n. 114/2020, atteso che la Sezione disciplinare in tale provvedimento – a differenza delle ordinanze suindicate – non ha operato un confronto tra le contestazioni mosse al Dott. P. nei due diversi giudizi, sotto il profilo della “tipicità” dei fatti, ma ha effettuato – in ossequio al dictum delle Sezioni Unite un accertamento della “identità della vicenda storica” sotto il diverso aspetto della “materialità fattuale” (p. 22), ravvisandola solo per una parte delle contestazioni disciplinari, in relazione alle quali, stante l’identità dei fatti materiali, il provvedimento di sospensione dei termini è da ritenersi efficace. Sotto tale profilo, dunque, le censure si palesano manifestamente infondate.

1.3.8. Nè l’impugnata ordinanza avrebbe dovuto accertare come vorrebbe il ricorrente – l’avvenuta estinzione del procedimento cautelare in relazione a quei fatti per i quali la “medesimezza” è stata esclusa, ai sensi del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 15, comma 7 e per i quali non è, pertanto, operativa la sospensione dei termini disposta dal Procuratore Generale ai sensi del comma 8 della medesima disposizione. La Sezione disciplinare ha rilevato invero in linea con la precedente ordinanza n. 10/2020 – che tale valutazione è di pertinenza esclusiva del giudizio di merito – nel quale il procedimento disciplinare in ordine ai fatti diversi da quelli contestati in sede penale “dovrà ritenersi estinto per decorso del tempo ai sensi del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 15, comma 2” (p. 26) essendo consentito, in fase cautelare, solo un esame “in via incidentale”, circa l’attualità delle contestazioni disciplinari che sorreggono la misura cautelare (p. 17). D’altro canto – ha osservato il giudicante – la sentenza di assoluzione del Dott. P. in sede penale non è neppure passata in giudicato, sicchè la stessa non è vincolante in sede disciplinare, ai sensi del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 20.

Siffatte rationes decidendi non risultano, peraltro, specificamente impugnate dall’istante, il cui mezzo sul punto è da ritenersi, pertanto, inammissibile (Cass., 10/08/2017, n. 19989).

1.4. Per tutte le ragioni esposte, la doglianza non può, di conseguenza, trovare accoglimento.

2. Con il secondo motivo di ricorso, il Dott. P.F. denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 627 e 173 c.p.p., D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 15, commi 2, 7 e comma 8, lett. a), art. 20, art. 111 Cost., in relazione all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e).

2.1. Deduce il ricorrente che l’impugnata sentenza sarebbe affetta da “manifesta ed irriducibile contraddittorietà ed illogicità della motivazione con vizio che risulta dal testo dell’ordinanza impugnata, ovvero da altri atti del procedimento disciplinare n. 55/14 a carico del P.”, quali le ordinanze cautelari nn. 72/2014, 126 e 202/2018, la sentenza del Tribunale di Bari n. 1125/2017, e le sentenze delle Sezioni Unite nn. 16017/2018, 7691/2019, 21604/2019, nonchè dalla violazione delle norme succitate, ed in particolare del D.Lgs. n. 109 del 2006, artt. 15 e 20 e del principio del giusto processo, enunciato dall’art. 111 Cost..

2.1.1. Si duole, invero, l’istante del fatto che l’ordinanza n. 114/2020 – in contrasto logico con le precedenti nn. 126 e 2020/2018, confermate dalle Sezioni Unite – abbia emesso una nuova pronuncia di accertamento della “medesimezza dei fatti e della vicenda storico-fattuale”, in relazione ai capi 1, lett. n), 5), 6), 7), 8), e 9) dell’incolpazione disciplinare, rispetto a quelli di cui alle imputazioni penali, senza tenere conto – come sarebbe stato logico “della sicura incidenza delle motivazioni della sentenza non definitiva di assoluzione di declaratoria di insussistenza dei fatti ascritti al Dott. P. nei capi di imputazione”. La Sezione disciplinare non avrebbe, per contro, “preso in alcuna considerazione (…) le motivazioni della sentenza di assoluzione piena che esclude categoricamente la sussistenza dei “medesimi” fatti di cui alle imputazioni penali”, sebbene abbia, del tutto illogicamente e contraddittoriamente ritenuto, per i capi 1, lett. n) 5), 6), 7), 8) e 9) delle incolpazioni, “la medesimezza dei fatti e della vicenda storico-fattuale”.

2.1.2. La Sezione disciplinare avrebbe dovuto, altresì, tenere conto del fatto che “la declaratoria di perdita di efficacia parziale della misura cautelare, per l’intervenuta inefficacia del decreto di sospensione del P.G.”, con riferimento ad una consistente parte delle imputazioni (capi 1, lett. da a) ad m), 2), 3) e 4), non poteva non avere influito sul fumus e sul periculum necessari al mantenimento della misura cautelare adottata con l’originaria ordinanza n. 72/2014.

2.1.3. Lamenta, inoltre, l’istante che l’impugnata sentenza abbia posto, a base del convincimento espresso in ordine al permanere delle esigenze cautelari, anche “i fatti diversi da quelli del procedimento penale”, che renderebbero anch’essi evidente – a parere della Sezione disciplinare – “la gravità del comportamento del magistrato”, che avrebbe spinto la sua condotta fino “ad interferire sulla delicata indagine dell’ufficio di appartenenza, provocando un rilevante contrasto nei rapporti con il capo dell’ufficio ed i colleghi”.

Per converso, ad avviso del P., i fatti diversi da quelli contestati in sede penale, “attinti dalla declaratoria di inefficacia del decreto di sospensione del P.G., ed attinti anche dalla inevitabile declaratoria di estinzione del procedimento disciplinare ad esso afferenti”, non avrebbero dovuto in alcun modo “”pesare” sulla rivalutazione degli elementi dai quali la Sezione ha desunto il permanere dell’originario quadro indiziario su cui poggia la misura cautelare n. 72/2014″.

2.2. Il mezzo è inammissibile per un duplice ordine di ragioni.

2.2.1. In primo luogo, la censura non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata, che ha operato il giudizio di “medesimezza” di taluni capi dell’incolpazione con i fatti ascritti al Dott. P. in sede penale facendo corretta applicazione – ben al contrario di quanto sostenuto dal ricorrente – dei principi di diritto enunciati dalla sentenza n. 9277/2020, emessa da queste Sezioni Unte. Non si tratta, dunque, di una contrasto logico irriducibile con le precedenti decisioni disciplinari, bensì dell’applicazione di quanto statuito dalla Corte di legittimità, ai sensi dell’art. 627 c.p.p., comma 2. E neppure il ricorrente coglie la ratio decidendi dell’impugnata sentenza, in relazione alla dedotta mancata considerazione della decisione penale, laddove la Sezione disciplinare ha motivatamente ritenuto di non essere vincolata da tale pronuncia, poichè non definitiva, facendo corretta applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 20.

2.2.2. In secondo luogo, va osservato che il sindacato della Corte di cassazione sulle decisioni della Sezione disciplinare del CSM è limitato al controllo della congruità, adeguatezza e logicità della motivazione, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti indicati dal ricorrente, come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito. E’, per vero, estraneo al sindacato di legittimità il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali, pur dopo la modifica dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), introdotta dalla L. n. 46 del 2006 (Cass. Sez. U., 19/03/2019, n. 7691; Cass. Sez. U., 09/06/2017, n. 14430).

2.2.2.1. Nel caso concreto, la Sezione disciplinare ha operato un’analitica e coerente valutazione dei fatti posti a fondamento dell’incolpazione disciplinare, raffrontandoli con le imputazioni penali ascritte al P. ed in relazione alle quali è intervenuta la sentenza di assoluzione, correttamente escludendo che quest’ultima possa vincolare il giudicante disciplinare, non essendo passata in giudicata del D.Lgs. n. 109 del 2006, ex art. 20. La Sezione ha, dipoi, valutato ai soli fini del convincimento in ordine al permanere delle esigenze cautelari, nell’ottica, dunque, di una delibazione di mero fumus dell’incolpazione disciplinare – anche i fatti non conformi alle imputazioni penali. Tali fatti invero – sebbene destinati ad una declaratoria di estinzione nel futuro giudizio di merito, per decorso dei termini, ex art. 15, commi 7 ed 8 del Decreto succitato – restano pur sempre significativi, a giudizio della Sezione disciplinare, ai fini di delineare – in coerenza con gli accertamenti di pertinenza della sede cautelare – una prognosi di gravità del comportamento del magistrato (periculum in mora), tale da rendere opportuno il mantenimento del trasferimento cautelare di ufficio e l’assegnazione a diverse funzioni.

2.2.2.2. Si tratta dunque – per le ragioni suesposte, e come ha, altresì, condivisibilmente rilevato il Procuratore Generale – di una sostanziale “richiesta di rilettura dei fatti emersi nell’istruttoria disciplinare”, certamente inammissibile in questa sede.

2.3. Per le ragioni esposte, il motivo – poichè inammissibile non può trovare accoglimento.

3. Con il terzo motivo di ricorso, il Dott. P.F. denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 627 c.p.p., D.Lgs. 5 aprile 2006, n. 160, art. 13, commi 3 e 4, art. 111 Cost., in relazione all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e.

3.1. Lamenta l’esponente che la sentenza n. 114/2020 abbia fatto erroneamente applicazione – ai fini di mantenere, oltre al trasferimento di ufficio ad altra sede, anche l’assegnazione alle funzioni civili peraltro non disposta dall’originario provvedimento n. 72/2014 – della norma di cui al D.Lgs. n. 160 del 2006, art. 13, comma 4, come modificata dalla L. n. 111 del 2007.

3.1.1. La Sezione disciplinare ha osservato, al riguardo, che, “non essendo trascorso il quinquennio previsto dalla norma citata dall’esercizio delle funzioni requirenti nel distretto di Campobasso, il Dott. P. non può essere adibito come giudicante al settore penale, essendo prevista al divieto normativo la sola eccezione relativa al mutamento di funzioni nel medesimo distretto per lo svolgimento di attività nel settore civile”. Ed invero, il comma 4 della norma succitata dispone che il divieto di svolgere, per almeno cinque anni, funzioni giudicanti nel distretto ove il magistrato svolgeva funzioni requirenti, e viceversa, non si applica “nel caso in cui il magistrato chieda il passaggio da funzioni requirenti a funzioni giudicanti civili o del lavoro in un ufficio giudiziario diviso in sezioni, ove vi siano posti vacanti, in una sezione che tratti esclusivamente affari civili o del lavoro”.

3.1.2. Orbene, sostiene il ricorrente che siffatta disposizione, in quanto fa riferimento ad una richiesta del magistrato, evidenzierebbe non sarebbe applicabile al trasferimento d’ufficio del magistrato, disposto in sede disciplinare.

3.2. Il motivo è infondato.

3.2.1. Va rilevato che la sentenza rescindente, emessa da queste Sezioni Unite, ed alla quale la decisione n. 114/2020 era tenuta ad adeguarsi, ha affermato che, nel disporre il trasferimento quale misura cautelare, la sezione disciplinare del CSM può individuare la sede e le funzioni dell’ufficio di destinazione del magistrato, poichè la natura e lo scopo della misura cautelare impongono una celere definizione, risultando intrinsecamente contraddittorio un sistema che vedesse “diviso”, con diverse attribuzioni di competenze, il potere cautelare di trasferimento e quello di indicazione della sede e delle funzioni. Tuttavia, la scelta di destinare il magistrato ad un ufficio limitrofo, restringendo l’ambito delle funzioni da assegnare solo a quelle radicalmente diverse dalle precedenti, deve essere oggetto di specifica motivazione, tanto più nell’ipotesi in cui (come nella specie) risulti dagli atti che lo stesso procuratore generale, pur avendo richiesto l’allontanamento del magistrato dalla sede in cui prestava servizio all’epoca dei fatti contestatigli in sede disciplinare, non aveva invece invocato la sua destinazione a funzioni diverse da quelle originariamente rivestite (Cass. Sez. U., n. 9277/2020).

3.2.2. Ebbene, nel caso concreto, la Sezione disciplinare ha specificamente motivato circa l’assegnazione del Dott. P. a funzioni civili, rilevando che – essendo stato il medesimo destinato a funzioni requirenti nel distretto di Campobasso il 15 marzo 2018 – non è trascorso il quinquennio previsto dal D.Lgs. n. 160 del 2006, art. 13, sicchè il medesimo non può essere adibito a funzioni giudicanti penali, “essendo prevista al divieto normativo la sola eccezione relativa al mutamento di funzioni nel medesimo distretto per lo svolgimento di attività nel settore civile”. Di più, essendo stati i fatti oggetto dell’incolpazione disciplinare commessi nell’esercizio delle funzioni requirenti nel distretto di Campobasso, permane – a giudizio della Sezione disciplinare – “la necessità che il Dottor P. non torni a svolgere funzioni requirenti nel distretto di provenienza”.

Ne consegue che, anche sotto tale profilo, la Sezione disciplinare ha applicato correttamente la statuizione contenuta nella pronuncia rescindente n. 9277/2020, espressamente motivando sulla necessità che il Dott. P. sia adibito a funzioni civili.

3.2.3. D’altronde non può dubitarsi del fatto che – come condivisibilmente ha affermato il Procuratore Generale – la norma di cui al D.Lgs. n. 160 del 2006, succitato art. 13, debba applicarsi anche al trasferimento disposto in sede disciplinare. In caso contrario, si perverrebbe, infatti, all’illogica conclusione che una norma generale posta a tutela dei valori costituzionali dell’indipendenza ed imparzialità del giudice (artt. 101,104 e 107 Cost.), non si applichi proprio in caso di trasferimento disposto per violazioni di carattere deontologico, consentendo in sede disciplinare – e senza che nulla nel testo della norma autorizzi tale conclusione – ciò che non è permesso al magistrato, immune da addebiti, in sede di trasferimento volontario.

3.3. Per tali considerazioni, la doglianza deve essere disattesa.

4. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere, pertanto, rigettato, senza alcuna statuizione sulle spese, attesa la mancata costituzione degli intimati nel presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte, pronunciando a Sezioni Unite, rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 9 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 30 aprile 2021

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