Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11417 del 30/04/2021

Cassazione civile sez. II, 30/04/2021, (ud. 28/01/2021, dep. 30/04/2021), n.11417

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana (da remoto) – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26931/2019 proposto da:

R.W., rappresentato e difeso dall’Avvocato LAURA BARBERIO,

ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in ROMA, VIA dei

CASALE STROZZI 31;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in ROMA, VIA dei PORTOGHESI 12 è

domiciliato;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 15110/2019 del TRIBUNALE di ROMA, pubblicato il

16/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/01/2021 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

R.W. proponeva opposizione avverso il provvedimento di diniego della protezione internazionale emesso dalla competente Commissione Territoriale.

Sentito dalla Commissione Territoriale, il richiedente aveva riferito di essere nato ad (OMISSIS) nel villaggio di (OMISSIS); di essere cristiano e di etnia ika; che i genitori si erano trasferiti a (OMISSIS) a causa del lavoro; che alla fine della scuola, la madre aveva affittato per lui una stanza ad (OMISSIS) affinchè potesse vivere e lavorare lì; che stava imparando il mestiere di saldatore; che la fidanzata era rimasta incinta e che, per il timore della reazione del padre, aveva ingerito dei farmaci per abortire e, dopo l’assunzione degli stessi, decedeva; che i familiari della ragazza avevano cominciato a cercarlo ritenendolo responsabile dell’accaduto; che la Polizia era venuta a cercarlo e che il padre della fidanzata lo aveva chiamato dicendogli di prendere la bara della ragazza; che si spaventava considerando ciò una minaccia; che fuggiva verso (OMISSIS) dalla madre; che prima di raggiungere l’Italia restava per circa 7/8 mesi in Libia, dove era rinchiuso in carcere, picchiato e torturato al fine di ottenere un riscatto.

Con decreto n. 15110/2019, depositato in data 16.4.2019, il Tribunale di Roma rigettava il ricorso.

Avverso detto decreto propone ricorso per cassazione R.W. sulla base di tre motivi. Resiste il Ministero dell’Interno con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta un “Error in iudicando in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3 e art. 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, relativi all’obbligo di cooperazione istruttoria incombente sul Giudice della protezione internazionale” giacchè anche soggetti privati possono essere oggetto della persecuzione, nell’ambito di un contesto familiare, nel caso di minacce gravi, alle quali le autorità statuali non siano in grado di offrire adeguata protezione. Nella fattispecie, le persecuzioni e minacce erano poste in essere dalla famiglia della fidanzata; ed era dovere del Giudice di accertare, avvalendosi dei suoi poteri istruttori anche officiosi e acquisendo le informazioni sul Paese d’origine: invece, nessun approfondimento istruttorio era stato condotto dal Giudice di prime cure.

1.1. – Il motivo è inammissibile.

1.2. – La censura per come formulata è generica, perchè omette di indicare: quali fossero le specifiche condotte persecutorie che il richiedente aveva dovuto subire; chi ne fossero gli autori; quali ne fossero le ragioni. La stessa, peraltro, pur denunciando formalmente la violazione di legge, deduce un vizio di motivazione, scrutinabile da questa Corte solo ove sia denunciato l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5; norma, questa, neppure evocata dal ricorrente.

Va, in ogni caso, ribadito che in assenza di un’allegazione precisa ed affidabile dei fatti costitutivi del diritto invocato, nessun approfondimento istruttorio officioso è dovuto da parte del giudice della protezione internazionale (Cass. n. 10286 del 2020; Cass. n. 14283 del 2019).

2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce altro “Error in iudicando in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. g), artt. 3, 4, 5, art. 6, comma 2 e art. 14, lett. c), relativamente alla situazione di grave violenza indiscriminata per conflitti etnici nel Delta State – Violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3”, là dove viene negata la sussistenza di un conflitto armato nel Delta State, ma non conduce alcun accertamento sul territorio di (OMISSIS), venendo meno al dovere cooperazione istruttoria officiosa al fine di accertare la situazione reale del Paese di provenienza del ricorrente (violenza petrolifera).

2.1. – Il motivo è inammissibile.

2.2. – E’ principio di diritto consolidato quello secondo il quale: “In materia di protezione internazionale, il richiedente è tenuto ad allegare i fatti costitutivi del diritto alla protezione richiesta, e, ove non impossibilitato, a fornirne la prova, trovando deroga il principio dispositivo, soltanto a fronte di un’esaustiva allegazione, attraverso l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria e di quello di tenere per veri i fatti che lo stesso richiedente non è in grado di provare, soltanto qualora egli, oltre ad essersi attivato tempestivamente alla proposizione della domanda e ad aver compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla, superi positivamente il vaglio di credibilità soggettiva condotto alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5” (Cass. n. 15794 del 2019).

Ne viene, quindi, che l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non ne esclude l’onere di precisa ed affidabile allegazione, posto che la materia della protezione internazionale non si sottrae al principio dispositivo, pur nei limiti esposti riguardanti il principio della cooperazione istruttoria del giudice (Cass. n. 19197 del 2015).

3. – Con il terzo motivo, il ricorrente deduce altro “Error in iudicando in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6 TUI e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3”, relativo ai presupposti per il riconoscimento di protezione umanitaria per integrazione sociale ed estrema vulnerabilità del richiedente (discendente dalla sua giovane età e dalle conseguenze delle torture subite durante il suo transito in Libia); nonchè quello della sua conseguita integrazione socio-lavorativa in Italia, siccome attestata dalla documentazione già depositata nel corso del giudizio di primo grado.

3.1. – Il motivo è inammissibile.

3.2. – Anche in questo caso la censura non attinge la ratio della decisione impugnata, là dove il Tribunale aveva rilevato la mancata allegazione o documentazione di situazioni di particolare vulnerabilità fisica o psichica, ai fini del riconoscimento del diritto alla protezione umanitari.

Essa si limita, infatti, da un lato, a evidenziare che il richiedente avrebbe compiuto un percorso di integrazione socio lavorativa in Italia, di per sè, peraltro, neppure sufficiente a giustificare il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria (cfr. Cass., sez. un., n. 29459 del 2019); dall’altro ad allegare i fatti della sua giovane età e delle torture che egli avrebbe subito in Libia, senza dar conto di quando e come gli stessi sarebbero stati documentati dinanzi al Tribunale, e senza tantomeno dimostrare di aver svolto specifico motivo di appello in ordine al mancato esame della documentazione prodotta in ordine alla situazione di vulnerabilità del richiedente; onere, questo, cui il ricorrente non poteva certo sottrarsi in considerazione del contenuto della decisione di appello, imperniata sulla non specificità del gravame.

4. – Il ricorso è inammissibile. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza. Va emessa la dichiarazione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 2.100,00, a titolo di compensi, oltre eventuali spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 28 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 30 aprile 2021

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