Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11395 del 09/05/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. VI, 09/05/2017, (ud. 06/04/2017, dep.09/05/2017),  n. 11395

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11184/2016 proposto da:

L.C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’Avvocato

GIUSEPPE STISCIA;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controrícorrente –

avverso la sentenza n. 9485/09/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della CAMPANIA, SEZIONE DISTACCATA di SALERNO, depositata

il 03/11/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 06/04/2017 dal Consigliere Dott. MAURO MOCCI.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che la Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., delibera di procedere con motivazione sintetica;

che L.C.A. propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania, che aveva accolto l’appello dell’Agenzia delle Entrate contro la decisione della Commissione tributaria provinciale di Avellino. Quest’ultima, a sua volta, aveva accolto il ricorso del contribuente avverso un avviso di accertamento IRPEF, IVA ed IRAP per l’anno 2005;

che, nella decisione impugnata, la CTR ha rilevato che secondo l’onere di ripartizione della prova fra fisco e contribuente – sarebbe gravato su quest’ultimo dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate, soprattutto in relazione all’antieconomicità delle stesse.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il ricorso è affidato ad un unico motivo, col quale il L.C. deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 37, 38 e art. 39, comma 1, lett. c) e d), D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, nonchè degli artt. 2729 e 2697 c.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3;

che l’accertamento analitico – induttivo del reddito imporrebbe all’Ufficio l’onere di allegare concreti elementi fattuali, diversi dalla mera discordanza della rilevata media aziendale rispetto al ricarico medio aziendale: in altri termini, la CTR avrebbe posto illegittimamente a carico del contribuente l’onere di provare l’illegittimità e l’infondatezza delle percentuali di ricarico desunte dagli studi di settore dopo aver, oltretutto, affermato che i ricavi d’impresa del L.C. sarebbero stati coerenti con gli studi di settore;

che l’Agenzia delle Entrate ha depositato controricorso;

che il ricorso è infondato;

che, in tema d’imposta sui redditi, rientra nei poteri dell’Amministrazione finanziaria, che non è vincolata ai valori o corrispettivi indicati dal contribuente, la valutazione della congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni, anche se non ricorrano irregolarità nella tenuta delle scritture contabili o vizi negli atti giuridici d’impresa, con possibile negazione della deducibilità di un costo ritenuto insussistente o sproporzionato (Sez. 5, n. 22176 del 03/11/2016);

che i parametri o studi di settore previsti dalla L. 28 dicembre 1995, n. 549, art. 3, commi da 181 a 187, rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni, rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico-induttivo, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ex art. 39, comma 1, lett. d, che deve essere necessariamente svolto in contraddittorio con il contribuente, sul quale, nella fase amministrativa e, soprattutto, in quella contenziosa, incombe l’onere di allegare e provare, senza limitazioni di mezzi e di contenuto, la sussistenza di circostanze di fatto tali da allontanare la sua attività dal modello normale al quale i parametri fanno riferimento, sì da giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale secondo la procedura di accertamento tributario standardizzato, mentre all’ente impositore fa carico la dimostrazione dell’applicabilità dello “standard” prescelto al caso concreto oggetto di accertamento (Sez. 5, n. 3415 del 20/02/2015; Sez. 5, n. 14288 del 13/07/2016);

che, nella specie, la CTR ha affermato che l’Ufficio non si è limitato ad una valutazione di carattere generale, ma ha ricostruito analiticamente i vari pezzi afferenti le singole tipologie di prodotti (argenteria, oggettistica, gioielleria ecc.) per giungere ad una rideterminazione delle giacenze e del relativo ricarico;

che, insomma, con una argomentazione in fatto logicamente congrua – come tale in grado di sottrarsi a censure di legittimità – il giudice di appello ha sostanzialmente affermato che la valutazione dell’Ufficio è andata ben oltre il mero rilievo dello scostamento dai parametri, risultando integrata (anche sotto il profilo probatorio) da elementi gravi, precisi e concordanti che, insieme alla presunzione basata sui suddetti parametri, ha imposto l’onere della prova contraria a carico del contribuente;

che il mancato soddisfacimento del predetto onere in capo al contribuente giustifica il rigetto del ricorso;

che al rigetto del ricorso segue la condanna del L.C. alla rifusione delle spese processuali in favore della controricorrente, nella misura indicata in dispositivo;

che, ai sensi dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.500, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 6 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2017

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA