Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11390 del 12/06/2020

Cassazione civile sez. I, 12/06/2020, (ud. 01/10/2019, dep. 12/06/2020), n.11390

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Presidente di Sez. –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. ANDRONIO Alessandro M. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25225/2018 proposto da:

A.T., rappresentato e difeso dall’Avvocato Daniele

Accebbi (PEC daniela.accebbi.ordineavvocativicenza.it), domiciliato

ex lege in Roma, presso la cancelleria della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

Commissione Territoriale Per il Riconoscimento della Protezione

Internazionale Verona – Sez, Vicenza, Ministero Dell’interno

(OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto n. 4229 del TRIBUNALE di VENEZIA, depositata il

27/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/10/2019 dal Prs. Sez. rel. FRASCA RAFFAELE.

Fatto

RILEVATO

che:

1. T.A., cittadino della Costa D’Avorio, ha proposto ricorso per cassazione contro il Ministero dell’Interno avverso il decreto del 27 luglio 2018, con cui il Tribunale di Venezia, Sezione Specializzata in Materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’UE, ha respinto il suo ricorso contro il provvedimento della competente commissione notificatogli il 7 settembre 2017, che aveva respinto la sua domanda principale di riconoscimento dello status di rifugiato e quelle gradatamente subordinate di riconoscimento del diritto alla protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 e di rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari e in fine ai sensi dell’art. 10 Cost..

2. Il Ministero intimato non ha resistito.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo si denuncia “violazione delle norme che disciplinano i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria: D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. e), artt. 5, 7, e 14 (per lo status di rifugiato e di persona avente diritto alla protezione sussidiaria), D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 1, D.P.R. n. 394 del 1999, art. 11, comma 1, lett. c-ter, (per la protezione umanitaria)”

Con il secondo motivo si denuncia “violazione, anche quale vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia oggetto di discussione tra le parti, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. a)-e) in punto di onus probandi, cooperazione istruttoria i capo al Giudice e criteri normativi di valutazione degli elementi di prova e delle dichiarazioni rese dai richiedenti nei procedimenti di protezione internazionale”.

Con il terzo motivo si prospetta “violazione del principio del “non refoulement”di cui agli artt. 3 CEDU e 33 Convenzione di Ginevra”.

2. In via preliminare il Collegio rileva che il ricorso è strutturato senza contenere, come impone la norma dell’art. 366 c.p.c., una esposizione sommaria del fatto: invero, dopo la prima pagina e le prime tre righe della successiva, nella quale si indicano le parti e il provvedimento impugnato e si riferisce che esso aveva confermato il provvedimento amministrativo, si passa alla indicazione ed esposizione dei motivi.

Si ricorda, in proposito, che – anche di recente (ex multis, Cass., Sez. Un., n. 2089 del 2020), si è ribadito che: “il ricorso è inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3: per soddisfare il requisito imposto dal quale il ricorso per cassazione deve contenere l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamente erronea, come compiuta dal giudice di merito o comunque dalla sentenza gravata”. Sempre la citata decisione ha soggiunto che: “Se è vero poi che, per evitare formalismi non giustificabili – neppure in sede di legittimità – alla stregua della giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo (soprattutto Corte EDU, sez. I, 15/09/2016, Trevisanato c. Italia, in causa n. 32610/07, p.p. 42-44; pronuncia già richiamata a partire da Cass. ord. 07/12/2016, n. 25074, e via via pure da queste Sezioni Unite in numerose altre pronunce, fra le ultime delle quali Cass. Sez. U. 25/03/2019, n. 8312), per soddisfare il requisito dell’esposizione sommaria dei fatti di causa prescritto, non è indispensabile che tale esposizione costituisca parte a sè stante del ricorso, è comunque pur sempre necessario, benchè sufficiente, che essa risulti in maniera chiara dal contesto dell’atto, attraverso lo svolgimento dei motivi (Cass. 28/06/2018, n. 17036)”. Ma si è anche avvertito altresì che: “(…) comunque occorrerebbe pur sempre che l’esposizione dei fatti desunta dal testo dei motivi possedesse connotati tali da rendere quanto meno intelligibile le coordinate e le caratteristiche della controversia agitata nei gradi di merito e poi decisa col provvedimento gravato”.

2.1. Nella specie l’illustrazione dei tre motivi su cui il ricorso si fonda non risponde a questa esigenza, atteso che avviene senza che prima si fornisca alla Corte una chiara indicazione della vicenda in fatto a suo tempo esposta dal ricorrente all’organo amministrativo, delle ragioni del relativo provvedimento e, soprattutto, di quelle poste a base dell’impugnazione davanti al tribunale, la cui indicazione era essenziale per comprendere quale fosse stato il tenore della domanda proposta, peraltro, avente ad oggetto tre diversi gradati petita, cioè la concessione di tre distinte forme di protezione.

L’illustrazione dei motivi pretende di discutere le questioni prospettate senza mai fornire una chiara indicazione di come esse siano rilevanti in relazione al modo in cui la domanda giudiziale era stata proposta e sempre supponendo che la Corte ne sia già a conoscenza. Ciò come se fosse il giudice di merito ed essa fosse investita della cognizione secondo le regole proprie di quel giudice.

Ne segue che le censure articolate in iure risultano prospettate senza che si possa comprendere se quanto si lamenta possa trovare giustificazione alla luce della materia del contendere siccome era stata devoluta al tribunale.

2.2. Peraltro, le censure in iure non risultano formulate sub specie di violazione di norme di diritto (cioè con l’enunciazione che una certa affermazione del tribunale evidenzierebbe o un errore di ricostruzione della norma nel suo complesso o un errore nella ricostruzione del significato di elementi testuali della sua enunciazione) e nemmeno sub specie di c.d. falsa applicazione (cioè di erronea sussunzione della fattispecie fattuale siccome accertata sotto le norme indicate): sotto tale secondo profilo, infatti, la falsa applicazione si prospetta solo all’esito di una diversa ricostruzione della quaestio facti rispetto a quanto indicato dalla sentenza impugnata e, dunque, l’oggetto diretto della censura è prima una sollecitazione a controllare tale ricostruzione, il che esula dai limiti che l’art. 360 c.p.c., vigente n. 5 pone alla Corte di Cassazione riguardo alla ricostruzione del fatto, siccome individuati da Cass., Sex. Un., nn. 8053 e 8054 del 2014.

Ciò, particolarmente per la motivazione relativa alla valutazione della credibilità delle dichiarazioni del ricorrente.

2.3. Sicchè, tutti e tre i motivi – se fosse superato il rilievo ai sensi dell’art. 366, n. 3, citato – risulterebbero comunque affetti da inammissibilità per tale, ragione.

3. Il ricorso è, conclusivamente, dichiarato inammissibile.

Non è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di cassazione.

Stante il tenore della pronuncia (declaratoria della inammissibilità del ricorso), va dato atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater della “sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto”. Spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Prima Sezione Civile, il 1 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 12 giugno 2020

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