Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1138 del 20/01/2020

Cassazione civile sez. VI, 20/01/2020, (ud. 10/10/2019, dep. 20/01/2020), n.1138

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. GIANNITI Pasquale – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4869-2018 proposto da:

C.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VITTORIO

MONTIGLIO 67, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO FENDA,

rappresentata e difesa dall’avvocato MASSIMO LANNA;

– ricorrente –

contro

CONDOMINIO DI VIA MIRANDA N 25 – NAPOLI, in persona

dell’Amministratore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA MONTI SANTO 68, presso lo studio dell’avvocato VALERIO ROMANO,

che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

GENERALI ITALIA SPA, in persona del Procuratore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 28, presso lo

studio dell’avvocato GIUSEPPE CILIBERTI, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3264/2017 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 12/07/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/10/2019 dal Consigliere Relatore Dott. PAOLO

PORRECA.

Fatto

CONSIDERATO

che:

C.M. conveniva in giudizio il Condominio di via Miranda n. 25 in Napoli, deducendo di essere caduta, mentre camminava a piedi nel cortile condominiale, a causa della pavimentazione dissestata e non visibile oltre che priva di protezioni antisdrucciolo, essenziali, queste ultime, nel caso di specie, poichè, al momento dell’accaduto, aveva smesso da poco tempo di piovere;

ciò posto, e premesso di aver subito lesioni fisiche, ne domandava il risarcimento;

il Tribunale, davanti al quale resistevano il Condominio e la Generali s.p.a. chiamata dal convenuto in garanzia, respingeva la domanda, con pronuncia confermata dalla Corte di appello secondo cui, in particolare, mancava la prova dell’esatta dinamica del sinistro;

avverso questa decisione ricorre per cassazione C.M. articolando due motivi corredati da memoria;

resistono con controricorso Generali Italia s.p.a., e il Condominio di Napoli via Giovanni Miranda n. 25.

Diritto

RILEVATO

che:

con il primo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2051 e 2043 c.c., artt. 115 e 116, c.p.c., art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, poichè la Corte di appello avrebbe erroneamente apprezzato le prove acquisite che attestavano il dissesto non visibile della pavimentazione e la carenza di protezioni antisdrucciolo, da cui avrebbe dovuto desumere la sussistenza del nesso causale sufficiente alla responsabilità oggettiva di natura custodiale, non essendo stato dimostrato il caso fortuito e anzi essendo risultate le descritte carenze colpose del proprietario;

con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c., in relazione agli artt. 2043 e 2051 c.c., poichè la Corte di appello avrebbe erroneamente finito per attribuire la responsabilità della caduta, e quindi delle lesioni, solo alla stessa vittima deducente, male valutando le risultanze istruttorie e senza congrua motivazione;

Vista la proposta formulata del relatore ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c.;

Rilevato che: i motivi devono scrutinarsi congiuntamente per connessione e sono in parte inammissibili, in parte infondati;

le censure, sebbene iscritte formalmente nel quadro degli artt. 2043 e 2051 c.c., mirano complessivamente a una rilettura istruttoria inammissibile in questa sede;

la Corte territoriale ha infatti affermato che dalle prove raccolte, fotografiche e testimoniali, non era possibile ricostruire la dinamica del sinistro, sicchè, venendo meno la dimostrazione, in fatto, del nesso causale, la domanda non poteva essere accolta nè, pertanto, operare l’art. 1227 c.c., quale invocato (sicchè sono inconferenti i precedenti di Cass., n. 25837 del 2017, e Cass., n. 13222 del 2016, evocati in memoria, che riguardano il regime del caso fortuito);

va ribadito al contempo che, in tema di valutazione delle prove, il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli invocati artt. 115 e 116 c.p.c., opera sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicchè, in questa chiave, la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, bensì un errore di fatto, che dev’essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione (qui non dedotto a fonte di un duplice rigetto conforme da parte dei giudici di merito), e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass., 12/10/2017, n. 23940), salva l’inammissibilità di cui all’art. 348 ter c.p.c., comma 4 e 5;

ciò posto, la violazione dell’art. 116, c.p.c., è idonea a integrare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, solo quando il giudice di merito disattenda il sopra ricordato principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta a un diverso regime; mentre la violazione dell’art. 115 c.p.c., può essere dedotta come analogo vizio solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha finito per attribuire maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre (Cass., 10/06/2016, n. 11892, Cass., Sez. U., 05/08/2016, n. 16598, pag. 33);

alla fattispecie è inoltre applicabile la nuova previsione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, introdotta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, che dev’essere interpretata come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione, sicchè in cassazione è denunciabile – con ipotesi che si converte in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, dando luogo a nullità della sentenza – solo l’anomalia motivazionale che si tramuti in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”; nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili”, ossia in manifeste e irresolubili contraddizioni, nonchè nella “motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile”; esclusa qualunque rilevanza di semplici insufficienze o contraddittorietà, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass., Sez. U., 07/04/2014, n. 8053; Cass., 12/10/2017, n. 23940);

risulta evidente che non vengono allegate violazioni degli artt. 115 e 116 c.p.c., e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, rientranti nei perimetri ricostruiti, nè, anche al riguardo, alcunchè di dirimente si aggiunse in memoria;

in altri e più specifici termini, riguardanti in particolare il secondo motivo, va infine sottolineato che esso svolge una censura inammissibile perchè, una volta consolidata la motivazione sulla mancata prova della dinamica del fatto, non si può imputare per ciò solo alla Corte territoriale di non avere esaminato se ricorreva l’ipotesi dell’art. 1227 c.c., comma 1;

spese secondo soccombenza.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese dei controricorrenti liquidate per ciascuno in Euro 2.800,00, oltre a Euro 200,00 per esborsi ed Euro, oltre al 1 5 % di spese forfettarie e accessori.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 10 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2020

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