Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11363 del 12/06/2020

Cassazione civile sez. lav., 12/06/2020, (ud. 28/11/2019, dep. 12/06/2020), n.11363

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5483-2016 proposto da:

– C.N.A. SERVIZI SOCIETA’ COOPERATIVA IN LIQUIDAZIONE COATTA

AMMINISTRATIVA, in persona del Commissario Liquidatore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DEI COLLI PORTUENSI 579,

presso lo studio dell’avvocato DINO RUTA, rappresentata e difesa

dall’avvocato MASSIMO BIANCHI;

– ricorrente –

contro

E.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TAGLIAMENTO

55, presso lo studio dell’avvocato NICOLA DI PIERRO, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIULIANA GREGORONI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 169/2015 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 03/03/2015, R.G.N. 692/2012.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. il Tribunale di Rimini accertava che E.S. dal 15.9.1997 al 6.7.2006 aveva prestato attività lavorativa subordinata a favore della CNA Servizi Società Cooperativa, con mansioni di dipendente di livello 3 bis del c.c.n.l. applicato, e condannava la citata cooperativa a pagare alla predetta in via equitativa la somma lorda di Euro 45.000,00 per differenze retributive;

2. la Corte d’appello di Bologna, con sentenza del 3.3.2015, in riforma parziale della detta decisione, condannava la società a pagare all’appellata per lo stesso titolo gli importi dovuti, detratto quanto già percepito dalla E. da parte della stessa cooperativa, oltre accessori dal dovuto al saldo;

3. la Corte rilevava che il giudice di primo grado aveva accertato l’esistenza di un unico rapporto di lavoro subordinato ab origine e, quindi, la simulazione dei rapporti formalmente autonomi via via intercorsi tra le parti (lettere di incarichi professionali, co.co.co, co.co.pro.) applicando i consolidati principi della giurisprudenza in materia ed aveva fatto decorrere la prescrizione dalla cessazione del rapporto (luglio 2006), non essendo lo stesso assistito da stabilità reale;

3. osservava che nessuna censura era stata mossa in ordine alla affermata carenza di stabilità reale e che la prescrizione non era maturata, essendo stata interrotta nel luglio 2008 con la instaurazione del giudizio di primo grado; anche il motivo relativo alla dedotta carenza di legittimazione passiva per le prestazioni non commissionate direttamente dalla C.N.A. Servizi, che riguardavano altri enti, era disatteso, evidenziandosi come la legittimazione passiva attenesse alla correlazione tra colui nei cui confronti era chiesta tutela e l’affermata titolarità in capo a costui di un obbligo asseritamente violato in relazione al diritto per cui si agiva, onde il controllo del giudice si risolveva nell’accertare se, secondo la prospettazione del ricorrente, il resistente assumesse la veste di soggetto tenuto a “subire” la pronunzia giurisdizionale;

4. la Corte bolognese rilevava che nella specie l’appellata in primo grado aveva prospettato il rapporto controverso dedotto in giudizio in maniera tale da identificare nella cooperativa il soggetto tenuto a subire gli effetti della pronunzia, per tutti gli anni in cui – anche in virtù di lettere di incarico professionale e di contratti di collaborazione firmati dalla CNA Associazione provinciale di Rimini – aveva lavorato presso l’unità locale di B. – I.M., venendo sempre retribuita dalla società cooperativa;

5. respingeva gli altri motivi di gravame per avere il primo giudice valutato correttamente le risultanze istruttorie e la coerenza dell’inquadramento contrattuale con le mansioni svolte; osservava che le differenze retributive determinate dal primo giudice non erano congruenti con l’inquadramento attribuito ed erano state erroneamente liquidate senza detrazione dalle stesse del percepito, tuttavia riteneva di demandare la quantificazione degli importi a tale titolo spettanti alla E. in altra sede, con le precisazioni effettuate in motivazione.

6. di tale decisione ha domandato la cassazione la società cooperativa, affidando l’impugnazione a cinque motivi, illustrati nella memoria depositata ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 1, cui ha resistito, con controricorso, la E..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. con il primo motivo, la società denunzia violazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, sostenendo che la Corte d’appello non abbia esaminato il motivo di gravame con il quale si contestava la sussistenza della subordinazione, sull’assunto della piena legittimità dei rapporti precedenti all’assunzione, e che la Corte abbia erroneamente affermato che nessuna censura era stata avanzata relativamente all’accertamento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro ab origine e quindi della simulazione dei rapporti formalmente autonomi intercorsi tra le parti;

2. con il secondo motivo, la ricorrente si duole della violazione dell’art. 2948 c.c., con riguardo al mancato accoglimento dell’eccezione di prescrizione estintiva sollevata sin dal primo grado, sul rilievo che la sussistenza di un unico rapporto era stata affermata in modo apodittico e che la prescrizione iniziasse a decorrere ben prima della cessazione del rapporto, che era dotato di stabilità reale;

3. il terzo motivo ascrive alla decisione impugnata omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, con riferimento alla prescrizione, attesa la pacifica decorrenza del relativo termine anche durante il rapporto di lavoro, dotato di stabilità;

4. il quarto motivo si incentra sulla dedotta violazione di legge con riguardo al difetto di legittimazione passiva di C.N. A. Servizi, assumendo la società cooperativa di avere dedotto l’insussistenza della propria legittimazione passiva rispetto alla pretese azionate;

5. omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti è dedotto con il quinto motivo sempre con riferimento alla carenza di legittimazione passiva in capo alla CNA Servizi;

6. tutte le censure formulate in parte peccano di specificità e sono inammissibili sotto vari profili;

7. quanto al primo motivo, a parte la considerazione che la natura subordinata del rapporto è esaminata in modo articolato nella parte della sentenza successiva a quella che si sofferma sulla questione de qua, è sufficiente osservare che, con riguardo al passo argomentativo richiamato dalla ricorrente, la Corte territoriale si limita ad affermare che nessuna censura era stata diretta avverso la ritenuta decorrenza della prescrizione dalla cessazione del rapporto e che il vizio di omessa pronuncia, configurabile allorchè manchi completamente il provvedimento del giudice indispensabile per la soluzione del caso concreto, deve essere escluso, pur in assenza di una specifica argomentazione, in relazione ad una questione implicitamente o esplicitamente assorbita in altre statuizioni della sentenza (cfr. Cass. 26.1.2016 n. 1360). Nella specie la questione, per quanto detto, è espressamente affrontata, quindi la censura appare del tutto inappropriata anche per la sua deduzione con richiamo al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3;

8. la doglianza prospettata nel secondo motivo è inammissibile perchè non è dedotta la violazione della norma codicistica richiamata, richiamandosi una ricostruzione del rapporto di lavoro diversa da quella cui è pervenuta la Corte territoriale con una valutazione di merito attinente ai caratteri del rapporto di lavoro intercorso tra le parti, insindacabile nella presente sede di legittimità;

9. anche il terzo motivo, pur con una intitolazione del motivo conforme al testo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, nella formulazione disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), convertito in L. n. 134 del 2012, in realtà avanza una critica esulante dall’ambito deduttivo devolutivo della norma processuale indicata, posto che l’omesso esame deve riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica (e quindi non un punto o un profilo giuridico), un fatto principale o primario (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioè un fatto dedotto in funzione probatoria). Tuttavia il riferimento al fatto secondario non implica – e la citata sentenza n. 8053 delle S.U. lo precisa chiaramente – che possa denunciarsi ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 anche l’omessa o carente valutazione di determinati elementi probatori: basta che il fatto sia stato esaminato;

10. in ordine al quarto motivo, va premesso che la “legitimatio ad causam”, attiva e passiva, consiste nella titolarità del potere di promuovere o subire un giudizio in ordine al rapporto sostanziale dedotto, secondo la prospettazione della parte, con conseguente rilevabilità officiosa in ogni stato e grado del procedimento, mentre l’effettiva titolarità del rapporto controverso, attenendo al merito, rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio dei soggetti in lite, sicchè il suo difetto non può essere rilevato d’ufficio dal giudice, ma dev’essere sollevato nei tempi e modi previsti e, quindi, non per la prima volta in sede di legittimità (cfr. Cass. n. 17092 del 12/08/2016);

11. a parte il rilievo che non si indica la norma violata, quand’anche si ritenesse erroneo il riferimento della pronunzia impugnata alla “legitimatio ad causam”, non si specifica in che termini la questione asseritamente proposta in primo grado era stata decisa dal Tribunale ed in qual modo era stata articolata la censura in appello: la deduzione attiene alla riconducibilità dell’attività svolta dalla E. a diversi centri di imputazione, questione che non risulta dal ricorso per cassazione essere stata oggetto di valutazione nei precedenti gradi di merito;

12. il quinto motivo è connesso al precedente e pecca anch’esso di specificità, non senza considerare che l’omesso esame della titolarità passiva del rapporto controverso non è riferibile ad un fatto secondo l’accezione specificata con riguardo al terzo motivo, ma al risultato di una valutazione da compiersi relativamente ad elementi emergenti dagli atti di causa idonei a consentire l’individuazione dei soggetti dei rapporti di lavoro;

13. per tutte le svolte considerazioni, deve pervenirsi alla declaratoria di inammissibilità del ricorso;

14. le spese del presente giudizio, in relazione al principio di causalità che presiede al relativo onere, cedono a carico della ricorrente e sono liquidate in dispositivo;

15. sussistono le condizioni di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 4000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge, nonchè al rimborso delle spese forfetarie nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del citato D.P.R. art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza Camerale, il 27 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 12 giugno 2020

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