Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11356 del 12/06/2020

Cassazione civile sez. I, 12/06/2020, (ud. 05/03/2020, dep. 12/06/2020), n.11356

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAZZICONE Loredana – Presidente –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 12989-2016 r.g. proposto da:

F.R. (cod. fisc. (OMISSIS)), nella qualità di socio ed ex

liquidatore della società estinta (OMISSIS) in liquidazione s.r.l.,

rappresentato e difeso, giusta procura speciale apposta in calce al

ricorso, dall’Avvocato Roberto Bocchini, con cui elettivamente

domicilia in Roma, Largo Spallanzani n. 22, presso lo studio

dell’Avvocato Massimo Proto;

– ricorrente –

contro

Fallimento della società “(OMISSIS) s.r.l.” in liquidazione (cod.

fisc. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore

il curatore fallimentare Avv. Giuseppe Caruso, rappresentato e

difeso, giusta procura speciale apposta in calce al controricorso,

dall’Avvocato Marcella Ferrante, con la quale elettivamente

domicilia in Roma, alla via degli Scipioni n. 267, presso lo studio

dell’Avvocato Daniela Ciardo;

contro

(OMISSIS) s.r.l. (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore;

– intimata –

avverso la sentenza della Corte di appello di Napoli, depositata in

data 14.4.2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

5/3/2020 dal Consigliere Dott. AMATORE Roberto.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Napoli ha rigettato il reclamo proposto, ai sensi della L.Fall., art. 18, da F.R. nei confronti del Fallimento della società “(OMISSIS) s.r.l.” in liquidazione, nonchè nei confronti di (OMISSIS) s.r.l. a socio unico (quale creditore istante il fallimento), avverso la sentenza emessa in data 16 ottobre 2015 dal Tribunale di Napoli, con la quale era stato dichiarato il fallimento della predetta società debitrice.

La corte di merito ha ritenuto, per quanto qui ancora rilevi, che l’eccezione di nullità della sentenza dichiarativa di fallimento per erronea applicazione della L.Fall., art. 15, comma 3, in ordine al procedimento notificatorio degli atti introduttivi del giudizio prefallimentare, non era fondata, posto che, anche alla luce della giurisprudenza espressa dalla corte di legittimità, l’estinzione della società attinta dalla domanda di fallimento e la sua cancellazione dal registro delle imprese non impedisce al creditore istante di instaurare legittimamente il contraddittorio processuale tramite la notificazione dei predetti atti introduttivi a mezzo pec presso l’indirizzo di posta elettronica della società estinta, come prescritto, ora, dall’art. 15, comma 3, sopra richiamato. La corte territoriale ha infatti osservato che, pur non occupandosi la L.Fall., art. 15, comma 3, della notificazione del ricorso per fallimento alla società cancellata, la fictio iuris dell’esistenza di quest’ultima, contemplata dalla L.Fall., art. 10, ai fini della dichiarazione di fallimento, per come elaborata dalla giurisprudenza di legittimità, rende, in realtà, compatibile il sistema notificatorio previsto dalla L.Fall., art. 15, comma 3, operando tale principio in tutti gli aspetti ed ambiti in cui si esplica la giuridica finzione di esistenza di un ente e, tra questi, prima di tutto, in relazione alla capacità di ricevere gli atti.

2. La sentenza, pubblicata il 14.4.2016, è stata impugnata da F.R. con ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo di censura, cui il Fallimento della società “(OMISSIS) s.r.l.” in liquidazione ha resistito con controricorso.

La (OMISSIS) s.r.l., intimata, non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. Con l’unico motivo di censura presentato il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, violazione e falsa applicazione degli artt. 24 e 111 Cost., nonchè della L. Fall., art. 15 e art. 145 c.p.c., oltre che vizio di omesso esame di fatto decisivo, in relazione al profilo della eccepita inapplicabilità alla società estinta della notificazione del ricorso per fallimento a mezzo pec.. Si osserva che la motivazione impugnata – sebbene richiami i principi consolidati della giurisprudenza di legittimità in materia di esegesi del disposto normativo di cui alla L.Fall., art. 10, con particolare riferimento alla possibilità di notifica del ricorso di fallimento presso la sede della società estinta – ha, poi, omesso di considerare la peculiarità del caso, ossia che la notifica era avvenuta per via telematica. Si evidenzia da parte del ricorrente che l’estinzione della società determina la cessazione di ogni relazione fra la società e i luoghi ove quest’ultima svolgeva la propria attività e gli indirizzi ove la stessa poteva essere reperibile, secondo le iscrizioni nel registro delle imprese. Il ricorrente denuncia, inoltre, che la corte territoriale avrebbe omesso di valutare la questione degli effetti dell’estinzione ed i suoi riflessi sul procedimento per la dichiarazione di fallimento, rispetto alle forme speciali di notificazione degli atti del procedimento previste dalla L.Fall., art. 15, non potendo tali forme di notificazioni trovare applicazione allorquando la società di capitali sia, come nel caso di specie, estinta, posto che tali modalità di notificazione speciale presuppongono l’esistenza di un rapporto tra società e luoghi di notificazione affidato esclusivamente alle iscrizioni eseguite nel registro delle imprese, con l’ulteriore conseguenza che l’unica forma di notificazione ammissibile, in tale ipotesi, sarebbe quella prevista dall’art. 145 c.p.c., comma 1 e, eventualmente, quella di cui all’ultimo comma del medesimo articolo.

2. L’unico motivo di ricorso articolato da parte del ricorrente è in realtà infondato.

Sul punto, ritiene questo Collegio di dover fornire continuità applicativa al principio già espresso in precedenza da questa Corte e secondo il quale in caso di società già cancellata dal registro delle imprese, il ricorso per la dichiarazione di fallimento può essere notificato, ai sensi della L.Fall., art. 15, comma 3, nel testo successivo alle modifiche apportate dal D.L. n. 179 del 2012, art. 17, conv. con modif. nella L. n. 221 del 2012, all’indirizzo di posta elettronica certificata della società cancellata in precedenza comunicato al registro delle imprese, ovvero, nel caso in cui non risulti possibile – per qualsiasi ragione – la notifica a mezzo PEC, direttamente presso la sua sede risultante dal registro delle imprese e, in ipotesi di ulteriore esito negativo, mediante deposito presso la casa comunale del luogo in cui la medesima aveva la sede (così, Cass., Sez. 1, Sentenza n. 17946 del 13/09/2016; nello stesso senso anche: Cass., Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 25701 del 27/10/2017; Sez. 1, Sentenza n. 602 del 12/01/2017;Sez. 6, Ordinanza n. 23728 del 10/10/2017; cfr. da ultimo anche: Cass., Sez. 1, ord. n. 9893/2019).

2.1 Occorre ricordare che il D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, art. 17 (convertito dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221) ha modificato L.Fall., art. 15, comma 3, valendo tale modifica per i ricorsi di fallimento depositati dopo il 31 dicembre 2013.

Ebbene, nel precedente regime normativo il ricorso di fallimento ed il pedissequo decreto di convocazione delle parti erano notificati a cura della parte più diligente, di norma il creditore (o i creditori istanti) o il pubblico ministero.

Ebbene, sulla scia della nota sentenza della Corte costituzionale n. 140 del 1970, la giurisprudenza era pervenuta alla conclusione che l’obbligo del tribunale di disporre, prima di dichiarare il fallimento, la comparizione del debitore in camera di consiglio, per consentirgli l’esercizio del diritto di difesa, fosse derogabile, in relazione alle peculiari esigenze della procedura concorsuale in presenza di una situazione d’irreperibilità, solo se quest’ultima derivasse dal comportamento del debitore medesimo, e non fosse superabile tramite complesse indagini (così, anche Cass. 4 aprile 1986, n. 2341). Sul punto, la Consulta aveva opportunamente ritenuto non meritevoli di tutela “la fuga, la latitanza o comunque la condotta dilatoria, negligente, o, talvolta, fraudolenta del debitore”. Restava non sufficientemente chiarito, tuttavia, se alla convocazione del debitore dovesse procedere l’ufficio ovvero il creditore istante, e quali fossero i limiti certi delle indagini, cui occorreva procedere intorno al luogo dove il debitore si trovasse.

2.2 Ancora più recentemente la giurisprudenza di legittimità aveva precisato che il rispetto dell’obbligo del tribunale di disporre la previa comparizione del debitore in camera di consiglio, effettuando, a tal fine, ogni ricerca per provvedere alla notificazione dell’avviso di convocazione, andava assicurato compatibilmente con le esigenze di speditezza ed operatività cui deve essere improntato il procedimento concorsuale, con la conseguenza che il tribunale era esonerato dall’adempimento di ulteriori formalità, ancorchè normalmente previste dal codice di rito, allorquando la situazione di oggettiva irreperibilità dell’imprenditore doveva imputarsi a sua stessa negligenza ed a condotta non conforme agli obblighi di correttezza di un operatore economico (Cass. 7 gennaio 2008, n. 32).

Ebbene, il testo della L.Fall., art. 15, prima della novella sopra menzionata, affidava alla certezza giuridica derivante dalla notificazione degli atti civili – nelle diverse modalità in cui essa può essere attuata – il compito di risolvere ogni problema relativo all’individuazione del soggetto onerato di notiziare il debitore del procedimento avviato nei suoi confronti ed alle ricerche da compiere, al fine di consentire al debitore di avere la legale conoscenza del fallimento e del decreto di fissazione dell’udienza.

2,4 Con l’entrata in vigore dal 1 gennaio 2014 del nuovo L.Fall., art. 15, comma 3 è cambiata radicalmente, con riferimento ai ricorsi per dichiarazione di fallimento presentati a partire da quella data, la disciplina relativa alla fissazione dell’udienza prefallimentare e alla notificazione del ricorso (e del conseguente decreto) all’impresa debitrice.

3.6 Venendo ora ad esaminare nel dettaglio la nuova normativa, va ricordato, in primo luogo, che l’udienza deve essere fissata dal presidente del tribunale o, come di regola accade, dal giudice delegato all’istruttoria, non oltre 45 giorni dopo il deposito del ricorso.

E’ poi previsto che alla notifica del ricorso e del decreto debba procedere la cancelleria mediante l’invio di copia, ovviamente in formato digitale, all’indirizzo di posta elettronica certificata (Pec) del debitore. Peraltro, è previsto che l’esito di questo primo tentativo di notifica deve essere comunicato con modalità automatica all’indirizzo Pec del ricorrente.

Nel caso in cui, poi, la notifica a mezzo Pec non risulti possibile, per qualunque ragione, è il ricorrente che deve provvedere al nuovo tentativo di notificazione. Invero, la notifica in tal caso deve essere effettuata “esclusivamente di persona” a norma del D.P.R. 15 dicembre 1959, n. 1229, art. 107, comma 1, ossia “a mani proprie” mediante accesso diretto dell’ufficiale giudiziario alla sede dell’impresa risultante dal registro delle imprese. Inoltre, quando la notificazione presso la sede risultante dal registro delle imprese non è possibile, ossia quando l’impresa non è reperibile all’indirizzo della sede, l’ufficiale giudiziario esegue deposito dell’atto alla casa comunale dello stesso comune ove ha indirizzo la sede dell’impresa e la notifica “si perfeziona nel momento del deposito stesso”.

3.7 E’ di tutta evidenza che lo scopo perseguito dal legislatore, con la introduzione di questa nuova disciplina, è chiaramente quello di accelerare i tempi del procedimento per la dichiarazione di fallimento e di alleggerire, nel contempo, gli adempimenti posti a carico del creditore ovvero del pubblico ministero ricorrente.

Sul punto, giova ricordare, per una migliore comprensione della genesi dell’intervento legislativo in esame, che prima della riforma la frequenza del fenomeno della irreperibilità dell’impresa debitrice all’indirizzo della sede, seguita in molti casi dalla irreperibilità dello stesso legale rappresentante della società, aveva determinato, per la necessità di disporre più rinvii d’udienza, un abnorme dilatazione dei tempi occorrenti per la pronuncia della sentenza di fallimento, con grave pregiudizio per i creditori, determinato, in primo luogo, dal consolidamento di atti revocabili, e ciò anche in considerazione del dimezzamento dei termini di irrevocabilità intervenuto con la riforma del 2006, con conseguente quasi integrale svuotamento dell’ambito di tutela legato all’esperimento della revocatoria fallimentare.

Pertanto, l’introduzione di un termine massimo per la fissazione dell’udienza e l’estrema semplificazione delle modalità della notificazione, incentrata come tale sulla notifica all’indirizzo Pec dell’impresa debitrice a cura della cancelleria, devono essere considerati come due interventi normativi sinergici ed efficaci, giacchè solo il varo di una disciplina speciale per la notificazione, nell’ambito del procedimento per la dichiarazione di fallimento, rende ragionevolmente possibile l’instaurazione del contraddittorio nei termini previsti dalla L.Fall., art. 15.

Quanto al procedimento notificatorio, giova ricordare che il procedimento per la notificazione all’indirizzo di posta elettronica certificata del debitore vale per tutte le imprese iscritte nel registro delle imprese e dunque sia per le società, di capitali e di persone, sia per gli imprenditori individuali.

3.8 Ciò detto e venendo, più in particolare, ad esaminare la questione devoluta nel presente giudizio, occorre ricordare che, prima della modifica della L.Fall., art. 15, la giurisprudenza di questa Corte aveva ritenuto che la previsione della L.Fall., art. 10, per il quale una società cancellata dal registro delle imprese può essere dichiarata fallita entro l’anno dalla cancellazione, implica che il procedimento prefallimentare e le eventuali successive fasi impugnatorie continuano a svolgersi, per “fictio iuris”, nei confronti della società estinta, non perdendo quest’ultima, in ambito concorsuale, la propria capacità processuale. Ne consegue che anche la giurisprudenza di questa Corte aveva precisato, nel vigore della precedente disciplina sopra ricordata, che pure il ricorso per la dichiarazione di fallimento poteva essere validamente notificato presso la sede della società cancellata, ai sensi dell’art. 145 c.p.c., comma 1, (Cass. 6 novembre 2013, n. 24968).

3.9 La nuova disciplina, applicabile a tutti procedimenti introdotti successivamente al 31 dicembre 2013, è stata esaminata dalla Corte costituzionale con la pronuncia n. 146 del 2016 e, in relazione ai parametri di cui agli artt. 3 e 24 Cost., il Giudice delle leggi ha puntualizzato che – a differenza della disposizione di cui all’evocato art. 145 c.p.c. (esclusivamente finalizzata all’esigenza di assicurare alla persona giuridica l’effettivo esercizio del diritto di difesa in relazione agli atti ad essa indirizzati ad alle connesse procedure) – il riformulato L.Fall., art. 15 si propone di “coniugare” quella stessa finalità di tutela del diritto di difesa dell’imprenditore “con le esigenze di celerità e speditezza cui deve essere improntato il procedimento concorsuale”. E, a tal fine appunto, prevede che “il tribunale è esonerato dall’adempimento di ulteriori formalità quando la situazione di irreperibilità deve imputarsi all’imprenditore medesimo”.

La specialità e la complessità degli interessi (comuni ad una pluralità di operatori economici, ed anche di natura pubblica in ragione delle connotazioni soggettive del debitore e della dimensione oggettiva del debito), che il legislatore del 2012 ha inteso tutelare con l’introdotta semplificazione del procedimento notificatorio nell’ambito della procedura fallimentare, segnano, dunque, l’innegabile diversità tra il suddetto procedimento e quello ordinario di notifica ex art. 145 c.p.c. (così, sempre C. Cost. n. 146 del 2016, cit. supra).

Ha aggiunto la Corte costituzionale che il diritto di difesa, nella sua declinazione di conoscibilità, da parte del debitore, dell’attivazione del procedimento fallimentare a suo carico, è adeguatamente garantito dalla norma denunciata, proprio in ragione del predisposto duplice meccanismo di ricerca della società. Questa, infatti, ai fini della sua partecipazione al giudizio, viene notiziata prima presso il suo indirizzo di Pec, del quale è obbligata a dotarsi, il D.L. 29 novembre 2008, n. 185, ex art. 16 ed è tenuta a mantenere attivo durante la vita dell’impresa. E dunque tutto ciò avviene, in forza di un sistema che presuppone il corretto operare della disciplina complessiva che regola le comunicazioni telematiche da parte dell’ufficio giudiziario e che, come tale, consente di giungere ad una conoscibilità effettiva dell’atto da notificare, in modo sostanzialmente equipollente a quella conseguibile con i meccanismi ordinari (ufficiale giudiziario e agente postale) (così, sempre C. Cost. n. 146 del 2016, cit. supra).

Solo a fronte della non utile attivazione di tale primo meccanismo, segue la notificazione presso la sede legale dell’impresa collettiva: ossia, presso quell’indirizzo da comunicare obbligatoriamente, ai sensi dell’art. 2196 c.c., al momento dell’iscrizione nel registro delle imprese, la cui funzione è proprio quella di assicurare un sistema organico di pubblicità legale, sì da rendere conoscibili – e perciò opponibili ai terzi, nell’interesse dello stesso imprenditore – i dati concernenti l’impresa e le principali vicende che la riguardano.

Per cui, in caso di esito negativo di tale duplice meccanismo di notifica, il deposito dell’atto introduttivo della procedura fallimentare presso la casa comunale, ragionevolmente si pone come conseguenza immediata e diretta della violazione, da parte dell’imprenditore collettivo, dei descritti obblighi impostigli dalla legge (cfr. anche Cass. 8 febbraio 2011, n. 3062; Cass. 7 gennaio 2008, n. 32).

3.10 Orbene, nella ipotesi di società cancellata, occorre distinguere, per l’applicazione del novellato L.Fall., art. 15, comma 3, l’ipotesi di permanenza in funzione dell’indirizzo di osta elettronica certificata da quello in cui lo stesso è stato disattivato.

3.10.1 Se l’indirizzo p.e.c. è funzionante, ciò significa che esiste tuttora un soggetto abilitato a ricevere la posta inoltrata all’imprenditore, inclusa la convocazione inviata dalla cancelleria, giacendo peraltro su una presunzione ex lege anche la circostanza secondo cui la p.e.c. ricevuta dalla società debba intendersi conosciuta dal legale rappresentante. Del resto, già nel regime previgente, il decreto di fissazione dell’udienza prefallimentare era notificato alla società – con fictio iuris di sua reviviscenza ai fini della declaratoria di fallimento – in persona del soggetto che era abilitato a rappresentarla, la cui legittimazione è ultrattiva ai fini del procedimento prefallimentare.

3.10.2 E’ evidente, invece, che la disattivazione della p.e.c. (la quale non consegue automaticamente alla cancellazione, occorrendo piuttosto un’attività di disabilitazione da parte del legale rappresentante) determina l’impossibilità di procedere alla comunicazione di cancelleria L.Fall., art. 15, comma 3, dovendosi in tale ipotesi innescare, dunque, la notificazione a cura del ricorrente. Sul punto, va precisato che, secondo la lettura più corretta della normativa in esame, si può trarre spunto dall’ultima parte dell’art. 2495 c.c., comma 2, – secondo cui “La domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l’ultima sede della società” – per ritenere che la sede sociale non resti automaticamente e immediatamente “cancellata” a seguito dell’estinzione della società. In realtà, è lo stesso legislatore che ammette che una notificazione – diretta a soci o liquidatori e inviata dai creditori sociali – possa essere eseguita presso la sede della società sebbene questa risulti già estinta (“ferma restando l’estinzione della società”).

Ne discende che deve considerarsi come “ultrattiva” l’esistenza – per un anno – della sede sociale e, conseguentemente, reputarsi applicabili le nuove disposizioni della L.Fall., art. 15, comma 3, che prevedono in primis l’accesso personale alla sede e, in mancanza di soggetti abilitati a ricevere il plico (evento più che probabile), il “deposito presso la casa comunale” dove aveva sede l’ente.

3.11 Detto altrimenti, non si può far coincidere con la cessazione dell’impresa la cessazione della sede sociale, con l’ulteriore conseguenza che se non dovesse andare a buon fine la notifica tramite p.e.c., l’ufficiale giudiziario dovrà eseguire la notifica “di persona” presso la sede e, considerato che lì verosimilmente non vi troverà alcuna sede, potrà effettuare il deposito alla casa comunale.

L’alternativa perorata dal ricorrente, e cioè l’avvio della notifica nelle forme ordinarie all’ex legale rappresentante, magari anche con le forme dell’art. 143 c.p.c., a seguito di un tentativo infruttuoso di notifica presso la sua residenza, pone in evidenza una serie di criticità applicative, non ultime la sicura violazione del nuovo termine acceleratorio di 45 giorni per la convocazione del debitore e le ben conosciute ricadute in termini di perdita della possibilità di agire con le azioni revocatorie fallimentari.

3.12 Nel caso di specie la questio facti è ancor più agevole, posto che emerge dalla lettura della motivazione impugnata che, in realtà, l’indirizzo di posta elettronica della società debitrice, sebbene estinta e cancellata dal registro delle imprese, era comunque ancora attivo e ricettivo dunque delle comunicazioni allo stesso inviate. Di talchè deve ritenersi correttamente perfezionata la notificazione degli atti introduttivi del giudizio prefallimentare già al momento della ricezione da parte della società debitrice della comunicazione a mezzo pec avviata dalla cancelleria.

3.13 Nè può ritenersi fondato il motivo, declinato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione al denunciato mancato esame della questione dell’estinzione della società e delle conseguenze relative al procedimento notificatorio, posto che la corte partenopea ha espressamente esaminato la questione con determinazioni del tutto conformi alla giurisprudenza di legittimità sopra richiamata.

3.14 In definitiva, deve affermarsi che anche nel caso di società già cancellata dal registro delle imprese, il ricorso per la dichiarazione di fallimento può essere validamente notificato, ai sensi della L.Fall., art. 15, comma 3, – nel testo novellato dal D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito con modificazioni dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221 -, all’indirizzo di posta elettronica certificata della società cancellata in precedenza comunicato al registro delle imprese, ovvero quando, per qualsiasi ragione, non risulti possibile la notifica a mezzo PEC, direttamente presso la sua sede risultante sempre dal registro delle imprese e, in caso di ulteriore esito negativo, mediante deposito presso la casa comunale del luogo dove la medesima aveva sede.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore della curatela controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.200 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 5 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 12 giugno 2020

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