Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11342 del 23/05/2011

Cassazione civile sez. I, 23/05/2011, (ud. 27/04/2011, dep. 23/05/2011), n.11342

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 5023/2010 proposto da:

P.D. ((OMISSIS)), N.A.

(NVNNGL4M5019T(OMISSIS)MRNDVI41L64E689X

(OMISSIS)MLNGNN28M30D318x(OMISSIS)MGNCRL30A61L219N

(OMISSIS)MNGMLS42T61L219T

(OMISSIS)), L.A. ((OMISSIS)), M.

A. ((OMISSIS)), L.A.M.

((OMISSIS)), tutti elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZA

DEL POPOLO 18, presso lo studio dell’avvocato FRISANI Pietro L., che

li rappresenta e difende, giuste procure speciali in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 874/08 della CORTE D’APPELLO di TORINO

dell’11.2.09, depositato il 20/02/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

27/04/2011 dal Consigliere Relatore Dott. SALVATORE DI PALMA.

E1 presente il Procuratore Generale in persona del Dott. MAURIZIO

VELARDI che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che L.A.M. e gli altri nove soggetti indicati in rubrica, con ricorso del 16 febbraio 2010, hanno impugnato per cassazione – deducendo tre motivi di censura -, nei confronti del Ministro dell’economia e delle finanze, il decreto della Corte d’Appello di Torino depositato in data 20 febbraio 2009, con il quale la Corte d’appello, pronunciando sul ricorso dei predetti ricorrenti – volto ad ottenere l’equa riparazione dei danni non patrimoniali ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, comma 1, in contraddittorio con il Ministro dell’economia e delle finanze – il quale, costituitosi nel giudizio, ha concluso per la decisione del ricorso secondo giustizia con compensazione delle spese -, ha dichiarato inammissibile il ricorso ed ha compensato le spese del giudizio;

che resiste, con controricorso, il Ministro dell’economia e delle finanze;

che, in particolare, la domanda di equa riparazione del danno non patrimoniale – richiesto nella misura di Euro 7.500,00 per l’irragionevole durata del processo presupposto – proposta con ricorso del 23 giugno 2008 -, era fondata sui seguenti fatti: a) il C. e gli altri nove predetti ricorrenti, con ricorso del 15 settembre 2000, avevano promosso dinanzi al Tribunale amministrativo regionale del Piemonte un giudizio per ottenere, quali dipendenti in pensione del Comune di Torino il pagamento della somma corrispondente al differenziale di indennità di buonuscita tra quella loro corrisposta e quella corrisposta al medesimo titolo al personale statale; b) il Tribunale adito aveva dichiarato inammissibile il ricorso con sentenza del 30 gennaio 2007;

che la Corte d’Appello di Torino, con il suddetto decreto impugnato ha affermato: a) “Il ricorso proposto a nome dei ricorrenti, nell’originale depositato presso la Corte è del tutto privo della sottoscrizione autografa originale da parte del difensore indicato, ossia del prof. avv. Pietro L. Prisani e reca solamente l’apposizione, effettuata con assoluta evidenza con un mezzo meccanico, di un timbro Pietro Frisani”; b) “Del pari, tutte le autentiche delle dieci procure, rilasciate su fogli separati e allegati al ricorso, non recano la sottoscrizione autografa del difensore ma l’apposizione, sempre effettuata evidentemente con mezzo meccanico dello stesso timbro Pietro Frisani”; c) sia il ricorso, ai sensi dell’art. 125 cod. proc. civ., comma 1, sia la certificazione del difensore della autografia della sottoscrizione della parte che ha conferito la procura ad litem, ai sensi dell’art. 83 cod. proc. civ., comma 3, debbono essere sottoscritti dal difensore con firma autografa; d) “Nella fattispecie non è consentita neppure una convalida scaturente da una lettura integrata e complessiva del ricorso e delle procure, perchè la giurisprudenza in tema di mancanza di sottoscrizione dell’atto giudiziario presuppone l’effettiva apposizione in originale di pugno del difensore di almeno una delle sottoscrizioni, fra quella in calce all’atto e quella di autentica della firma del cliente in calce al mandato alle liti”.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che, con i tre motivi di censura – i quali possono essere esaminati congiuntamente, avuto riguardo alla loro stretta connessione – vengono denunciati come illegittimi, anche sotto il profilo della contraddittorietà della motivazione: a) la omessa considerazione che la paternità e la riferibilità dell’atto al difensore, Avv. Pietro L. Frisani, non è mai stata posta in contestazione da alcuno, tenuto conto che parimenti senza contestazione sono state compiute dallo stesso difensore le consuete attività processuali in difesa dei propri clienti; b) la omessa considerazione che l’orientamento della Corte di cassazione risulta “improntato nel senso della riconosciuta prevalenza del rispetto dei paradigmi sostanziali dell’ordinamento anche in presenza di ipotesi astrattamente non rispettose del dato meramente formale degli atti” e che, dunque, l’art. 125 cod. proc. civ., può ritenersi osservato allorquando gli elementi indicati nell’atto notificato rendono possibile desumere la provenienza dell’atto da un difensore munito di mandato; c) l’affermata equiparazione firma=autografia, la quale comporta che la presenza di un segno grafico (timbro) riferibile al difensore viene considerata tamquam non esset, nonostante che l’ordinamento processuale, ispirato alla libertà delle forme, esiga il rispetto della funzione e, conseguentemente, l’idoneità di forme diverse dall’autografia della sottoscrizione, purchè idonee a dimostrare la riconducibilità dell’atto al suo autore,- d) l’omessa considerazione che l’art. 83 cod. proc. civ., comma 3, richiede che il difensore certifichi che la firma del cliente sia autentica, ma non anche che la sottoscrizione dello stesso difensore sia autografa;

che il ricorso non merita accoglimento;

che il Collegio ha deliberato di adottare la motivazione semplificata;

che, nella specie, dagli atti risultano i fatti – comunque incontestati tra le parti – che: a) l’originale del ricorso, proposto ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 3, reca in calce non già la sottoscrizione autografa del difensore ma un timbro recante la dicitura “Pietro Frisani”; b) analogamente, le procure ad litem, conferite al difensore su fogli separati materialmente congiunti al ricorso recano in calce, dopo la sottoscrizione del conferente, non già la sottoscrizione autografa del difensore ma lo stesso timbro recante la dicitura “Pietro Frisani”;

che la menzionata L. n. 89 del 2001, art. 3, comma 2 – disponendo:

“La domanda di equa riparazione si propone con ricorso depositato nella cancelleria della corte d’appello, sottoscritto da un difensore munito di procura speciale e contenente gli elementi di cui all’art. 125 cod. proc. civ.” – ribadisce, da un lato, la necessità della sottoscrizione del difensore, imposta dal richiamato art. 125 cod. proc. civ., comma 1, e richiede, dall’altro, che tale difensore sia munito di “procura speciale”;

che la giurisprudenza assolutamente prevalente di questa Corte – condivisa dal Collegio – è fermissima nel ritenere che, poichè l’art. 125 cod. proc. civ., prescrive che l’originale e le copie degli atti ivi indicati devono essere sottoscritti dalla parte che sta in giudizio personalmente oppure dal procuratore, il difetto di sottoscrizione (quando non desumibile da altri elementi, quali la sottoscrizione per autentica della firma della procura in calce o a margine dello stesso) è causa di inesistenza dell’atto, in quanto la sottoscrizione – quale elemento formale cui l’ordinamento attribuisce la funzione di nesso tra il testo ed il suo apparente autore – è elemento indispensabile per la valida formazione dell’atto di parte (cfr., ex plurimis, l’ordinanza n. 1275 del 2011, nonchè la sentenza n. 8042 del 2006);

che inoltre, secondo il costante orientamento di questa Corte – parimenti condiviso dal Collegio -, la funzione del difensore di certificare l’autografia della sottoscrizione della parte, ai sensi dell’art. 83 cod. proc. civ., comma 3, e art. 125 cod. proc. civ., comma 1, pur trovando il proprio fondamento in un negozio giuridico di diritto privato (mandato), ha natura essenzialmente pubblicistica, in quanto la dichiarazione della parte – con la quale questa assume su di sè gli effetti degli atti processuali che il difensore è legittimato a compiere – è destinata a dispiegare i suoi effetti nell’ambito del processo, con la conseguenza che il difensore, con la sottoscrizione dell’atto processuale e con l’autentica della procura riferita allo stesso, compie un negozio di diritto pubblico e riveste la qualità di pubblico ufficiale, la cui certificazione può essere contestata soltanto con la querela di falso (cfr., ex plurimis, le sentenze nn. 10240 del 2009 e 6047 del 2003);

che, nella specie, la contemporanea mancanza della sottoscrizione del difensore sia in calce al ricorso per equa riparazione, sia in calce alla sottoscrizione delle parti conferenti la procura ad litem impedisce di applicare quel consolidato orientamento della Corte, secondo cui, allorquando tale elemento formale, cui l’ordinamento attribuisce la funzione di nesso tra il testo ed il suo apparente autore, sia desumibile da altri elementi emergenti nello stesso atto, non ricorre alcuna invalidità dell’atto medesimo, come nel caso in cui – con riferimento al ricorso per equa riparazione – la sottoscrizione del difensore, pur mancando in calce al ricorso, risulti tuttavia apposta per certificare l’autenticità della sottoscrizione di conferimento della procura ad litem redatta nelle forme di cui all’art. 83 cod. proc. civ., comma 3, giacchè, in tal caso, la firma del difensore realizza lo scopo non solo di certificare l’autografia cella sottoscrizione di conferimento del mandato, ma anche di sottoscrivere la domanda di equa riparazione e di assumerne, conseguentemente, la paternità (cfr., ex plurimis, le sentenze nn. 8042 del 2006 cit. e 9490 del 2007);

che le spese del presente grado del giudizio seguono la soccombenza e vengono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido tra loro, alle spese, che liquida in complessivi Euro 900,00, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Struttura centralizzata per l’esame preliminare dei ricorsi civili, il 27 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 maggio 2011

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