Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11326 del 23/05/2011

Cassazione civile sez. lav., 23/05/2011, (ud. 24/03/2001, dep. 23/05/2011), n.11326

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LAMORGESE Antonio – Presidente –

Dott. DI CERBO Vincenzo – Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, rappresentata e difesa

dall’Avv. TOSI PAOLO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

L.G.;

– intimata –

avverso la sentenza della CORTE D’APPELLO di GENOVA, n. 266/06

depositata il 19/05/2006 R.G.N. 197/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/03/2011 dal Consigliere Dott. VITTORIO NOBILE;

udito l’Avvocato BUTTAFOCO ANNA per delega TOSI PAOLO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 129/2004 il Giudice del lavoro del Tribunale di Massa, in parziale accoglimento della domanda proposta da G. L. nei confronti della s.p.a. Poste Italiane, ritenuta la nullità del termine apposto al contratto di lavoro intercorso dal 28- 12-1999 al 29-2-2000 per “esigenze eccezionali” ex art. 8 c.c.n.l.

1994 come integrato dall’acc. az. 25-9-97, dichiarava la conversione del rapporto da tempo determinato a tempo indeterminato con il diritto della ricorrente alla riammissione in servizio. Il giudice respingeva, invece, la domanda risarcitoria in quanto la ricorrente non si era iscritta alle liste di collocamento.

La società proponeva appello avverso la detta sentenza, chiedendone la riforma con il rigetto della domanda.

La L. si costituiva resistendo al gravame e proponendo appello incidentale contro il rigetto della domanda risarcitoria nonchè sul punto delle spese.

La Corte d’Appello di Genova, con sentenza depositata il 4-5-2006, respingeva sia l’appello principale sia l’appello incidentale.

Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso con tre motivi, corredati dai relativi quesiti ex art. 366 bis c.p.c., che va applicato nella fattispecie ratione temporis.

La L. è rimasta intimata.

Infine la società ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente in sostanza lamenta ultrapetizione e vizio di motivazione, rilevando che la L. in primo grado non aveva sollevato la questione dei presunti limiti di durata dell’accordo del 25-9-97, di guisa che i giudici di appello non avrebbero potuto occuparsi di tale profilo di nullità del termine, estraneo all’originario thema decidendum.

Il motivo non merita accoglimento.

Sul punto la Corte territoriale ha rilevato che seppure tale profilo di nullità sia stato proposto formalmente soltanto con la memoria di costituzione in appello, esso “attiene tuttavia alla qualificazione giuridica di un elemento, l’inesistenza delle “esigenze straordinarie” legittimanti l’assunzione della L., già dedotta nel ricorso introduttivo a fondamento della ritenuta nullità del termine, e muove da elementi di fatto (la contrattazione collettiva applicabile ed applicata) già acquisiti agli atti” (ivi compreso il termine ultimo fissato dalle parti collettive con gli accordi attuativi dell’accordo 25-9-97).

In tal modo, essendo stati già con il ricorso introduttivo di primo grado allegati ed acquisiti tutti gli elementi di fatto necessari al riguardo, la Corte di merito non è incorsa in alcuna ultrapetizione (e neppure nel denunciato vizio di motivazione) nel rilevare la nullità del termine anche in quanto il contratto era stato stipulato per “esigenze eccezionali” dopo il 30-4-1998.

Con il secondo motivo, denunciando violazione della L. n. 56 del 1987, art. 23 e degli artt. 1362 e ss. c.c. nonchè vizio di motivazione, la ricorrente in sostanza lamenta che la Corte territoriale erroneamente ha “subordinato la legittimità del contratto a termine in oggetto alla dimostrazione della sussistenza del nesso eziologico tra l’assunzione del singolo lavoratore e le esigenze dedotte in contratto, anche con riferimento allo specifico ufficio di applicazione; così violando il principio della “delega in bianco” scaturente dalla L. n. 56 del 1987, art. 23.

Con il terzo motivo, denunciando parimenti violazione dell’art. 23 citato e degli artt. 1362 e ss. c.c., nonchè vizio di motivazione, la ricorrente deduce che erroneamente la Corte di merito ha ritenuto che le parti sociali abbiano inteso delimitare temporalmente l’efficacia dell’accordo 25-9-97, ribadendo all’uopo la natura meramente ricognitiva degli accordi attuativi.

Sul secondo e sul terzo motivo, connessi tra loro, il Collegio osserva che la Corte di merito, tra l’altro, ha attribuito rilievo decisivo alla considerazione che il contratto in esame è stato stipulato, per esigenze eccezionali … – ai sensi dell’art. 8 del c.c.n.l. del 1994, come integrato dall’accordo aziendale 25 settembre 1997 – in data successiva al 30 aprile 1998.

Tale considerazione – in base all’indirizzo ormai consolidato in materia dettato da questa Corte (con riferimento al sistema vigente anteriormente al c.c.n.l. del 2001 ed al D.Lgs. n. 368 del 2001) – è sufficiente a sostenere l’impugnata decisione, in relazione alla nullità del termine apposto al contratto de quo.

Al riguardo, sulla scia di Cass. S.U. 2-3-2006 n. 4588, è stato precisato che “l’attribuzione alla contrattazione collettiva, L. n. 56 del 1987, ex art. 23 del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla L. n. 230 del 1962, discende dall’intento del legislatore di considerare l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l’unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessità di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all’autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato” (v. Cass. 4-8-2008 n. 21063, v. anche Cass. 20-4-2006 n. 9245, Cass. 7-3-2005 n. 4862, Cass. 26-7-2004 n. 14011).

“Ne risulta, quindi, una sorta di “delega in bianco” a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatari, non essendo questi vincolati alla individuazione di ipotesi comunque omologhe a quelle previste dalla legge, ma dovendo operare sul medesimo piano della disciplina generale in materia ed inserendosi nel sistema da questa delineato.” (v., fra le altre. Cass. 4-8-2008 n. 21062, Cass. 23-8-2006 n. 18378).

In tale quadro, ove però, come nel caso di specie, un limite temporale sia stato previsto dalle parti collettive (anche con accordi integrativi del contratto collettivo) la sua inosservanza determina la nullità della clausola di apposizione del termine (v.

fra le altre Cass. 23-8-2006 n. 18383, Cass. 14-4-2005 n. 7745, Cass. 14-2-2004 n. 2866).

In particolare, quindi, come questa Corte ha costantemente affermato e come va anche qui ribadito, “in materia di assunzioni a termine di dipendenti postali, con raccordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell’art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994, e con il successivo accordo attuativo, sottoscritto in data 16 gennaio 1998, le parti hanno convenuto di riconoscere la sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica dell’ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998;

ne consegue che deve escludersi la legittimità delle assunzioni a termine cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo derogatorio, con la ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi contratti a tempo indeterminato, in forza della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1” (v., fra le altre, Cass. 1- 10-2007 n. 20608; Cass. 28-11-2008 n. 28450; Cass. 4-8-2008 n- 21062;

Cass. 27-3-2008 n. 7979, Cass. 18378/2006 cit).

In base a tale giurisprudenza consolidata va quindi confermata la declaratoria di nullità del termine apposto al contratto de quo, risultando superfluo l’esame di ogni altra censura al riguardo.

In tal senso, quindi, va respinto il ricorso, che peraltro non riguarda affatto le conseguenze economiche della nullità del termine (in relazione alle quali del resto i giudici di merito hanno respinto la domanda risarcitoria della L.) per cui, nella fattispecie, neppure può assumere alcuna rilevanza lo ius superveniens di cui alla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5, 6 e 7 (inspiegabilmente invocato dalla società nella memoria).

Infine non deve provvedersi sulle spese non avendo l’intimata svolto alcuna attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 24 marzo 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 maggio 2011

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